Edoardo Turci, Giulio Zamagni, I vescovi di
Cesena e i loro stemmi. Dalla Riforma Tridentina all’inizio del Terzo
Millennio, Cesena, 2007, pp. 127 illustrate prevalentemente a colori s.i.p.
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Questo libro si inserisce nel solco dell’araldica
ecclesiastica e ne segue un filone di particolare interesse e fecondità:
lo studio, la valorizzazione e la divulgazione degli stemmi pertinenti alla
serie dei Vescovi di una singola diocesi. Da qualche tempo assistiamo con
piacere alla stampa di molti libri e pubblicazioni (compresi poster ed altro) su tali serie
araldiche, nei quali si concretizza un nostro antico
auspicio dovuto alla vastità di agganci e di studi resi possibili da
questa branca dell’araldica, e conseguenti alla coesistenza fra stemmi
classici di vescovi originari da famiglie cospicue, stemmi creati ex novo per quelli più umili o
contemporanei, e stemmi inventati per i presuli d’epoca prearaldica (risvolto non secondario di questo genere di
ricerca, se e quando vengono rilevati). Il presente lavoro aggiunge il tassello
cesenate al variegatissimo mosaico dell’araldica religiosa italiana.
Anzi, per meglio dire aggiunge una parte
del tassello, giacché i trentaquattro stemmi di cui il
libro tratta coprono il 39% scarso della cronotassi
episcopale diligentemente elencata a p. 17 e menzionante ottantanove vescovi,
compresi i trenta vissuti prima di Papa Bonifacio VIII (termine convenzionale post quem si
può parlare d’araldica ecclesiastica); una cosa giustificata dalla
scelta d’iniziare la trattazione dal Concilio di Trento, e spiegata da
quattro parole a p. 7: “Comprensibilmente,
per ragioni archivistiche” gli autori si son dati tale limite. Sorge
spontaneo chiedersi perché altre opere, anche recentissime, siano
riuscite invece a ricostruire per intero le rispettive sequenze.
L’elegante copertina del volume
mostra quattro degli stemmi approfonditi nel testo ed offre un gradevole
anticipo ai contenuti del libro; in particolare, gli “addetti ai lavori”
di area laziale certamente noteranno e gradiranno fra essi l’arma di
mons. Flaminio Marcellini, membro d’una
famiglia della media nobiltà romana che ha trasmesso nome e stemma all’odierno
comune della provincia di Roma coincidente coi propri feudi.
Dopo la presentazione di Gabriele Galassi, presidente della Banca di Credito Cooperativo, la
prefazione di Mons. Antonio Lanfranchi attuale
Vescovo della diocesi di Cesena-Sarsina, ed un cenno
sulla Cattedrale cesenate a cura di don Piero Altieri
suo canonico, gli autori offrono brevi cenni di storia religiosa cesenate
(particolarmente approfonditi sulle vicende a ridosso del Concilio tridentino)
e una panoramica sui modi in cui si è svolta la ricerca araldica e sulla
successiva organizzazione per la stampa dove, a p. 15, sorprende leggere che in
araldica è “abbastanza
normale” che i colori non siano sempre codificati, e che s’è
cercato di dare un’interpretazione simbolica agli stemmi pur trattandosi
di valutazioni che “non pretendono
avere valore assoluto”.
Lo stemmario inizia a p. 24 con l’arma
del Capitolo della Cattedrale cesenate, e prosegue con
le schede delle singole armi vescovili costituite dal disegno o dalla foto a
tutta pagina dello stemma, dal suo blasone, da note e da una biografia del
presule; l’omogeneità grafica delle immagini (utile, dal punto di
vista della tecnica araldica, per evidenziare i contenuti dei singoli stemmi
sorvolando sulle mode formali e sulla ripetitività degli ornamenti
esterni dello scudo) qui è stata sacrificata per mostrare manufatti
coevi ai presuli dal XVI al XVIII secolo: cartoncini disegnati e dipinti con
mano felice nell’ambito della Curia ed oggi conservati in una raccolta
privata.
Una scelta documentaria valida ed
azzeccata, continuata con gli stemmi dei vescovi del XIX secolo tratti da
registri dell’Archivio vescovile ma inopinatamente interrotta con i
vescovi del XX secolo, appositamente ridisegnati al computer da Giuseppe Quattrociocchi. Il
quale (a questo punto) avrebbe meritato di rifare quanto meno anche gli stemmi
ottocenteschi che, come le dette riproduzioni dimostrano, patirono le
qualità estetiche e tecniche d’un periodo dell’arte araldica
non certo sublime.
La parte scritta delle schede si sostanzia
nei blasoni e nelle note araldiche e storiche: i primi sono di livello tecnico
corrente e risentono dell’altalenante ricorso a fonti eterogenee le
quali, benché talora autorevoli (quando indicate), non
hanno impedito alcuni piccoli inciampi (alle pp. 38 e 42 le
chiarificazioni su un termine araldico vengono date dentro al blasone, e non al
di fuori o in nota.
A p. 44 nello stemma di Vincenzo Maria
Orsini la torre dei Della Tolfa, famiglia materna del futuro Papa, viene ancora
attribuita al feudo di Gravina). Le note storiche sono
sempre ricche di notizie e di menzioni bibliografiche a fondo pagina, mentre
quelle araldiche a volte indulgono troppo sulle sottolineature negative dei
simboli (come a p. 75 riguardo alle vespe
“parlanti” di mons. Vespignani).
Il lavoro prosegue a p. 98 con un’interessante
appendice sugli stemmi di alcuni vicari capitolari rinvenuti assieme a quelli
dei Vescovi da essi affiancati o sostituiti, a p. 101 con una galleria di
ritratti dei presuli, a p. 109 con stemmi e vicende dei Pontefici Pio VI e Pio VII (consecutivi nel nome e nel tempo, e di
medesima origine cesenate), ed a p. 117 con volenterose annotazioni
introduttive all’araldica ed alle tipicità degli stemmi
ecclesiastici, redatte dagli autori ad uso del grande pubblico e
sufficientemente scevre dai voli pindarici dei simbolismi barocchi (che
peraltro fanno talvolta capolino nelle singole schede araldiche).
Il testo va lodato per l’ottima
grafica e l’accurata impaginazione, egregio compenso ai pochissimi refusi
(a p. 11 si abbina Papa Carafa al nome di Paolo II),
e si chiude con una bibliografia di ventidue titoli editi, quasi tutti di
ambito araldico ma alcuni sopravvalutati per questo genere di studi. (Maurizio Carlo Alberto Gorra
(IAGI, AIOC)