LIBRI
Silvia
Cavicchioli, L’eredità Cadorna, una storia di famiglia dal
XVIII al XX secolo, Torino 2001, Carocci Editore.
Nell’Introduzione l’autrice,
sapientemente tratteggiando a grandi linee il contenuto della pubblicazione
sullo sfondo del panorama di Pallanza, racconta che nell’“anno del Signore 1630
una terribile epidemia di peste imperversò nel territorio del ducato di Milano,
conseguenza della carestia divampata negli anni precedenti. A Pallanza il morbo
pestilenziale cominciò a manifestarsi il 10 ottobre e la fase più critica durò
sino al 6 aprile dell’anno successivo. La comunità decise allora di costruire
un lazzaretto ai piedi del monte Rosso per segregare gli infetti affinché il
male non si propagasse maggiormente. Ma nella sola parrocchia di San Leonardo
un terzo della popolazione fu vittima della peste. In tali drammatici momenti
si compì un prodigioso miracolo e i poteri divini si manifestarono sotto le
sembianze di Carlo Borromeo; il grande arcivescovo aveva sempre prediletto
quelle contrade e da santo qual era veniva venerato con profonda religiosità.
Una delle famiglie più in vista del borgo era ai tempi
quella di Giovanni Battista Cadorna. Il suo primogenito Bernardino, persona
proba e dedita alle opere di carità, era stato prescelto dai deputati della
sanità per sorvegliare il lazzaretto degli infetti; anche l’altro figlio
Zaccaria, canonico nella collegiata di San Leonardo, prestava la sua opera
caritatevole agli infermi e, al contrario di altri, non aveva abbandonato il
borgo nel momento della calamità. Essi conservavano in una sala al pian terreno
della casa un vecchio quadro della grandezza di un braccio, acquistato anni
addietro da un pittore proveniente da Novara, sulla cui tela era dipinta a olio
l’effigie del santo colle mani giunte davanti a Gesù crocifisso. La sera di
martedì 17 dicembre Maria Elisabetta Cadorna si recò nella sala per accendere
un lume al fratello Bernardino intento a scrivere. Quand’ecco che, passando
davanti alla tela, vide l’immagine del santo gettare copiosi sudori dal volto e
dal petto e lacrime dagli occhi. Subito accorsero l’altra sorella Marta e il
canonico Zaccaria e tutti insieme decisero di riporre il quadro per meglio
esaminarlo la mattina successiva.
L’indomani la loro meraviglia si rinnovò nel vedere più
copiosi i sudori e più abbondanti le lacrime. Decisero allora di portare la
tela al monastero dei padri cappuccini. Davanti ai religiosi il miracolo si
ripeté e inutili riuscirono i tentativi di asciugare l’immagine del santo.
Presto si sparse la notizia del prodigioso evento e il vicario di Pallanza,
Giovanni Maria Morigia, scrisse al vescovo di Novara, monsignor Volpi, per
sapere come procedere. Furono interrogati i membri della famiglia Cadorna come
testimoni oculari e con loro i padri cappuccini. Il vicario, accompagnato da un
perito, osservò di persona il ripetersi del prodigio nella sacrestia della
collegiata, ove il quadro era stato deposto nel frattempo. Venne anche
ascoltato come perito il pittore Martinolio, il quale confermò non potersi
trattare che di miracolo. La tela fu perciò collocata come ancona sull’altare
di San Carlo nella collegiata di San Leonardo, ove tuttora si conserva, e il 17
dicembre di ogni anno si celebrò la memoria del prodigioso avvenimento con
messa solenne: tanto grande era la fiducia che i pallanzesi riponevano nel
glorioso arcivescovo, sia per allontanare le pubbliche calamità che per
ottenere qualche grazia.
Nella sacrestia di San Leonardo si conserva un’altra
antica reliquia, un quadro raffigurante San Carlo nell’atto di prender per mano
un infermo e levarlo in piedi guarito. La tela riproduce un fatto accaduto nel
lontano 1617 quando Massimiliano, dell’antica e illustre famiglia dei Viani,
condannato a un’infermità permanente, ricevette l’apparizione descritta nel
quadro e con essa la perfetta guarigione.
Evidentemente la manifestazione dei santi non doveva
essere così casuale. Alcune famiglie ne avevano particolarmente bisogno e
avrebbero conservato a lungo i segni della predestinazione soprannaturale,
almeno fino a quando fosse stato possibile credere nei miracoli. Così sarebbe
stato per i Cadorna, impegnati a diverso titolo e a più riprese a vedersi
riconosciuti come nobili pallanzesi. Il presente lavoro è il resoconto di tale
lunga vicenda, l’affare di famiglia come verrà chiamato nella
corrispondenza dai suoi diversi protagonisti; esso ne scandisce le fasi
nell’arco di un lungo Ottocento, dalla pace di Acquisgrana agli inizi
del XX secolo. Il termine a quo è significativo poiché, segnando il
passaggio dei territori dell’Alto Novarese dal ducato di Milano al Piemonte,
determinò lo smembramento delle proprietà familiari tra le due sponde del Lago
Maggiore e la trasformazione dei Cadorna in sudditi della monarchia di Savoia;
elemento, quello dell’appartenenza a una provincia di nuovo acquisto, che verrà
spesso usato a proprio favore e che si intreccerà a più riprese con le
vicissitudini delle generazioni a venire.
Sullo sfondo è prima il Piemonte devastato dalle
insurrezioni giacobine; poi Pallanza, un piccolo borgo dalla storia centenaria
alla periferia del regno, animato da liti internotabilari e da una comunità
silenziosa ma onnipresente, giudice e arbitro delle sorti della famiglia: la
rivendicazione della qualità nobiliare era materia che non coinvolgeva
esclusivamente le autorità demandate a regolamentarla ma catalizzava resistenze
e invidie personali di chi era impegnato nello stesso tentativo o di chi come i
Viani, l’altra famiglia pallanzese innalzata dall’apparizione di San Carlo e
desiderosa di vantarne una sorte di esclusiva, ostacolò tenacemente ogni
tentativo dei Cadorna.
Nella ratio generale del lavoro di ricerca nessun
personaggio è protagonista assoluto. Ciascuno esiste in relazione agli altri e
in riferimento all’unità familiare, pur godendo di una propria, significativa
autonomia.
Alcune figure emergono per il contributo offerto alla
storia politica; altre sono rappresentanti paradigmatici dell’evoluzione di
atteggiamenti e mentalità; strutturato in tal senso il racconto non poteva che
procedere per più generazioni. Una storia di famiglia di lungo periodo dunque,
scandita dalle vicende significative della vita politica e sociale, nel
tentativo di leggere il rapporto tra vicende individuali e storia generale al
fine di comprenderne lo svolgimento più ampio. L’uso della documentazione
privata e familiare, pur presentando rischi di unilateralità, ha consentito la
restituzione di aspetti sconosciuti e non reperibili diversamente; la
narrazione, avvalendosi spesso delle categorie non sempre facilmente definibili
di nobiltà e borghesia, ha infine tratteggiato un profilo più ampio di questa
celebre famiglia, allargandone il novero dei personaggi oltre ai rappresentanti
più noti dell’epopea militare.
Ne collega in parte le vicende il leitmotiv dell’autocoscienza
di classe che, a vario titolo e con diverse sfumature, coinvolse aspirazioni e
comportamenti dei singoli. Ogni attore, per le influenze ricevute, visse in
modo diverso il rapporto con l’idea di nobiltà, un rapporto a sua volta
variabile a seconda delle stagioni della vita e del ruolo ricoperto in famiglia
e in società, tra ambizioni velleitarie e tentativi di sottrarsi alle
imposizioni del cognome.
Laura fece un uso consapevole e quasi spregiudicato delle
disposizioni testamentarie, scongiurando divisioni patrimoniali e assicurando a
sé e alla figlia nubile una comoda e tranquilla sussistenza; il figlio Giovanni
Battista, apparentemente indifferente alla continuità della discendenza,
avrebbe in fin di vita riconosciuto il valore della famiglia, promuovendo
l’ultimo tentativo in suo possesso per scongiurarne l’estinzione.
Il cadetto ribelle Luigi, che a contatto dell’ufficialità
borghese aveva imparato i valori del merito individuale, avrebbe voluto fuggire
i propri doveri familiari, incurante dei destini della casa per la quale aveva
dovuto sacrificare le originarie aspirazioni di carriera, ma sarà costretto ad
accettare un compromesso. Una volta divenuto capofamiglia nuove ambizioni lo
avrebbero guidato nel tentativo di sfruttare a proprio vantaggio il cambiamento
politico all’indomani della caduta di Napoleone.
Benigno, nipote di un ciambellano di Maria Teresa, dopo
aver combattuto gli austriaci sarebbe stato costretto per sempre all’esilio; la
ricostruzione del lignaggio sarà allora il mezzo per riappropriarsi della sua
italianità e delle sue origini. Carlo subì la profonda influenza dello zio che
gli aveva insegnato ‘con le parole e con l’esercizio come si ami la Patria’,
educandolo agli ideali di una nobiltà di servizio, dedita al bene della cosa
pubblica. Pienamente inserito nel circuito borghese della politica, divenuto
infine uno dei maggiori collaboratori di Cavour nelle battaglie per la laicità
dello Stato, non rinuncerà a ritenersi nobile, ma rifonderà la sua nobiltà
come attributo di distinzione acquisita e non ereditaria, cercandone nuova
giustificazione e trovandola nella sublimità del merito civile e nell’onesto
svolgimento della professione. Il ceto borghese a cui egli farà riferimento
sarà ormai consapevole di una rinnovata funzione sociale e non certo incline
all’autoumiliazione o propenso esclusivamente all’imitazione degli stili di
vita delle élites, né tantomeno disposto a mettere in dubbio la propria
legittimità politica.
Il debole fratello Raffele, dopo una prima suggestione
nobiliare, iniziato da Carlo ‘ai principi di civile libertà’, preferì
conquistare sul campo gli onori e la gloria. Quando come terzogenito
ricomparirà sulla scena da erede dei destini familiari, sentirà su di sé il
peso della continuità del lignaggio, ricercando nel titolo, nel momento in cui
il patrimonio si sarà completametne dissolto, l’unico segno di distinzione.
Trascurando il valore dello status comitale conferitogli per la
liberazione di Roma, necessaria a ‘ridonare all’Italia la sua capitale
naturale’, vedrà nella ricerca dell’antico titolo di nobile pallanzese
l’unico modo di riaffermare, assieme al legame immateriale con le antiche
origini, le fortune familiari travolte da un’irreversibile crisi finanziaria.
Fra tutte emerge solitaria la figura di Battistino, la
cui sete di distinzione sociale provocò una lunga controversia con le autorità,
irremovibili sul terreno delle usurpazioni, costringendolo a un immane lavoro
di ricostruzione storico-genealogica nel tentativo di riabilitare i destini
suoi e dell’intero casato. Egli si volse al passato, non si rassegnò e non
volle rinunciare a ciò che riteneva dovuto per nascita, aspirando a una società
organica che cristallizzasse il privilegio del sangue. Come già il padre Luigi,
anche Battistino visse accompagnato dalla convinzione di essere perseguitato,
osteggiato da procuratori senza scrupolo o colleghi invidiosi: un mondo di
veleni tramava alle loro spalle, a volte reale a volte simbolo concreto
dell’umana paura di venire socialmente emarginati da un corpus di
privilegiati. Abbandonato da tutti, un’attività instancabile lo avrebbe spinto
infine alla ricerca di una nobiltà perduta, una chimera che lo avrebbe visto
accanirsi nella costruzione di una genealogia indimostrabile dove l’identità
tra esistenza individuale e lignaggio potesse garantire la distinzione cetuale.
Il lavoro di ricerca prende le mosse dall’imponente
archivio familiare, ospitato nella sala studio a piano terreno di villa Cadorna
a Pallanza e diviso in quattro fondi. I primi tre contengono le carte personali
di Carlo (1809-1891), Raffaele (1815-\897) e Luigi (1850-1928). L’ultimo
contiene la documentazione generale sulla famiglia, denominato... Carte di
famiglia in generale, da cui si è attinta la maggior parte dei documenti
utilizzati nel presente volume. Mentre i primi tre fondi rispondono a criteri
di inventario che seguono ordinatamente l’attività politica di Carlo e le
campagne militari di Raffaele e Luigi, per il quarto non si tratta di una
documentazione accuratamente catalogata, quanto di un insieme frammentario e
suddiviso in maniera sistematica.
Le Carte di famiglia in generale non sono la
semplice raccolta di documenti riguardanti la famiglia, collezionati lungo un
arco di tempo molto lungo a partire da un nucleo originario e accresciuti dai
discendenti. O almeno lo sono solo in minima parte. Il resto è frutto di un
tenace lavoro di ricerca di un unico membro della famiglia, concentrato in un
particolare momento della sua vita anche se di fatto protrattosi fino alla
morte, circostanza imprevedibile all’inizio del lavoro..., altrimenti a
posteriori sarebbe stato più giusto denominare il fondo Carte di Giovanni
Battista Cadorna. Tuttavia, a differenza degli altri tre, riflettenti la
vita pubblica e privata dei personaggi, i documenti qui contenuti non
illustrano le vicende personali di Battistino: essi sono la sua storia.
Ventidue faldoni di carte che ricostruiscono la storia e la genealogia della
famiglia Cadorna a partire dall’età moderna. Un lavoro minuzioso, accurato,
struggente che è da solo la prova più autentica di nobiltà.
Assumendo un’icastica espressione usata da Benigno Bossi
per giustificare al nipote Battistino il ritardo nel consegnargli alcune
memorie familiari, posso anch’io affermare che ‘questo lavoro ha durato più
a lungo di quel che credeva e mi si è allungato sotto le dita’; ancora più
difficile è stato, davvero, lasciare la confidenza raggiunta coi luoghi, i
fatti e i protagonisti della famiglia Cadorna, avvinta anch’io come altri dal
loro irresistibile charme”.
La pubblicazione, pregevole e completa per la profonda
impostazione scientifica e l’abilità espositiva con cui vengono tracciate le
varie tappe relative alla storia della famiglia Cadorna dal XVIII al XX secolo,
contiene: Introduzione; Abbreviazioni e fondi archivistici; 1. Il Settecento,
tra modelli aristocratici e valori borghesi (1.1 Pallanza, 1.2 La famiglia, 1.3
Il Settecento e l’alleanza matrimoniale con i Bianchino, 1.4 I figli, 1.5
Luigi, 1.6 La terra, 1.7 L’invasione dell’esercito francese, 1.8 Tramonto dell’ancien
régime, tramonto di una famiglia aristocratica?, 1.9 La morte di Giovanni
Battista salva dall’estinzione la famiglia Cadorna, 1.10 Epilogo matrimoniale);
2. Il ritorno dei Savoia (2.1. Il matrimonio di Luigi con la marchesa Virginia
Bossi di Milano, 2.2. Tra Piemonte e Lombardia, 2.3. La lunga supplica di Luigi
Cadorna, 2.4. Il ricatto dell’intendente Fantolini, 2.5 Un nobile cavaliere di grazia, 2.6. I testimoniali); 3.
Il marchese Benigno Bossi (3.1. La famiglia Bossi, 3.2. Il cospiratore Benigno,
3.3. Dal conflitto entro il Casino dei nobili all’esilio); 4. I fratelli Cadorna
(4.1. La formazione infantile, 4.2. Raffaele, 4.3. La formazione politica di
sinistra liberale di Carlo Cadorna, 4.4. Battistino); 5. Alla ricerca della
nobiltà perduta (5.1. Un nobile di civile condizione, 5.2. Ricomincia il
calvario della dimostrazione di nobiltà, 5.3. Un affare di famiglia: il
declassamento di Raffaele e Battistino, 5.4. La fatica di Sisifo di Battistino,
5.5. La famiglia Franci: una nuova traccia, 5.6. La collaborazione di Leone
Tettoni, 5.7. Gli ostacoli frapposti dai nemici pallanzesi); 6. La Memoria (6.1.
La Memoria, 6.2. Tra prove soprannaturali e prove araldiche, 6.3. La
reggenza dell’Ossola e le vicende del’48, 6.4. L’indifferenza di Carlo, 6.5.
Battistino torna a Pallanza, 6.6. Lo zio Benigno ricompare sulla scena); 7.
L’eredità immateriale di Battistino (7.1. Divisione del patrimonio e decadenza
della famiglia, 7.2. Trent’anni dopo: Raffaele ancora alla ricerca della
nobiltà pallanzese, 7.3. La fine di una speranza di tre generazioni. Luigi e il
quarto fallimento del 1907); Indice dei nomi.
Questo
libro è stato reso possibile dall’attribuzione all’Autrice del premio per gli
studi storici sul Piemonte nell’Ottocento e nel Novecento, edizione 1997-98,
istituito dal Comitato di Torino dell’Istituto per la Storia del Risorgimento
Italiano e dall’Assessorato alla Cultura della Regione Piemonte, per consentire
a un giovane studioso, che abbia dato buone prove di attitudine alla ricerca e
di capacità scientifica nella tesi di laurea, di perfezionare tali studi
finalizzandoli a una pubblicazione.
La
pubblicazione, realizzata con il contributo dell’Assessorato alla Cultura della
Regione Piemonte, contiene il ringraziamento del Presidente e del Consiglio
Direttivo del Comitato di Torino dell’Istituto per la Storia del Risorgimento
Italiano al dottor Giampiero Leo, Assessore alla Cultura della Regione
Piemonte. (mlp)