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Carlo Vivaldi-Forti, Pravda vitezi - La verità vince, Ed. Poligrafia Tettamanti, Via Dante Alighieri 5, Chiasso. - fax ++41 91 6824446.

È uscito recentemente l’ultimo libro di Carlo Vivaldi-Forti, Pravda vitezi- La verità vince, con presentazione dell’On. Daniela Garnero Santanché, deputato al Parlamento e Presidente della Commissione Cultura della Provincia di Milano.

Si tratta della biografia romanzata di due fratelli cèchi, che l’autore identifica nei principi Vladislav e Ulrich Rozmberk, anche se la nostra convinzione è che dietro questi “nomi d’arte” se ne sottintendano altri, taciuti probabilmente per motivi di privacy. La storia, pur con le inevitabili licenze imposte dalla scelta narrativa, è tratta da una realtà personalmente conosciuta dall’autore.

La vicenda inizia nel febbraio 1948, quando il non ancora ventenne Vladislav si vede costretto a una precipitosa partenza da Praga allo scopo di evitare, (e ci riesce solo per poche ore), di trovarsi prigioniero in Patria, per la chiusura delle frontiere che seguirà al colpo di Stato del 21 febbraio. Raggiunta in treno Parigi, ove inizialmente viene accolto dai cugini là residenti, ascolta alla radio il discorso d’insediamento che il dittatore comunista Klement Gottwald pronuncia dal balcone del suo palazzo, abbandonato solo tre giorni prima!

Dopo un forte sbandamento psicologico iniziale, il giovane si reca in visita da un fraticello del Gargano, all’epoca poco conosciuto, chiamato Padre Pio, il quale non solo lo accoglie parlando misteriosamente la sua lingua, ma gli predice il rientro a Praga quattro decenni dopo. Da allora, Vladislav inizia la sua vita di esule, piena di nostalgia, ma anche di soddisfazioni.

Diviene giornalista e scrittore di successo, sposa una bella ragazza francese, Gabrielle Vivaud, trascorre gli anni fra convegni, dibattiti, viaggi, piacevoli vacanze nelle ville della moglie, in Provenza e in Corsica. Egli, però, non riesce a dimenticare né la sua famiglia, di cui non ha più notizie, né la splendida capitale di quella Boemia lontana che sopravvive fra mille difficoltà e paure, la dittatura, il sottosviluppo economico, i processi staliniani.

Le sue speranze rinascono nel mitico 1968, quando l’avvento al potere di Alexander Dubcek e della sua squadra di riformatori accende in lui la speranza di un prossimo rientro in Patria. Purtroppo, i tragici eventi d’agosto, che mettono violentemente fine alla Primavera di Praga, contribuiscono a ripiombarlo nell’angoscia e nella desolazione. Questa è aumentata dalla prematura scomparsa di Gabrielle, perita in un incidente aereo nel 1976. Inaspettatamente, però, nell’ottobre di due anni dopo Karol Woityla viene elevato alla Cattedra di Pietro, e tale avvenimento rimette in moto il volano della storia. Da allora gli eventi precipitano, in un vertiginoso susseguirsi di avventure straordinarie, verso il crollo del muro di Berlino e la stessa liberazione della Cecoslovacchia nel dicembre 1989.

Finalmente Vladislav può rientrare nel suo Paese, ove si ricongiunge col suo antico amore, Ludmilla, da cui si era separato al momento dell’esilio. Ritrova quindi il fratello, rimasto invece a casa, e ne ascolta incredulo la tragica storia, la carcerazione, gli anni dei lavori forzati. Lo splendido e sontuoso scenario del Te Deum nella Cattedrale gotica di San Vito, in onore del Presidente Havel, chiude la narrazione, giustificando simbolicamente il titolo del libro, Pravda vitezi, che rappresenta al tempo stesso il motto araldico del Regno di Boemia e il senso nascosto dell’intera vicenda.

Il romanzo, scritto da posizioni cristiane, esprime una visione coerentemente provvidenziale della vita e della storia. L’interesse, però, non si ferma qui.

Nel momento in cui i paesi dell’est sono sul punto di aderire all’Unione Europea, ci sembrano opportune tutte le pubblicazioni che trattino del loro passato e della loro cultura, purtroppo ancora poco conosciuti in Occidente, ove in genere non si possiede una chiara coscienza delle sofferenze che quei popoli hanno dovuto sopportare a difesa non solo della loro dignità e libertà, ma anche della nostra. Se non ci fosse stato l’eroismo dei dissidenti, laici e religiosi, oggi forse non ci troveremmo qui, a scrivere e a ragionare di queste faccende. Se Gorbaciov non fosse andato al potere e la tirannide comunista non fosse crollata, in gran parte per loro merito, il mondo avrebbe probabilmente conosciuto la tragedia di un terzo conflitto, con le sue intuibili e irrimediabili conseguenze.

L’opera di Vivaldi-Forti appare quindi fondata sui perenni valori del genere umano, quali il radicamento nella tradizione, la centralità della famiglia e dei sentimenti, una visione religiosa non fondamentalista, non intollerante, ma universalistica, che precorre la spiritualità del futuro, a cui non potrà rimanere estranea quella coscienza cosmica che emerge nitidamente nelle luminose descrizioni del cielo stellato da parte dell’autore, quasi promessa di quel salto verso gli spazi siderali che caratterizzerà la storia dei secoli futuri, e che rappresenta lo scopo ultimo dell’intelligenza creata.

Infine, La verità vince è un libro aristocratico. Non solo le posizioni espresse appartengono classicamente al pensiero delle élite, ma gli stessi protagonisti sono tutti nobili o comunque membri di casate illustri, ricche di cultura e di passato. Questo è un tratto non comune nelle opere sui paesi ex-comunisti. Molti, infatti, sono disposti ad ampi riconoscimenti all’ambiente del dissenso laico o alla stessa Chiesa cattolica, ma pochissimi ricordano le numerose e innocenti vittime d’origine aristocratica, sacrificate sull’altare di una delirante applicazione dell’odio di classe.

Vivaldi-Forti desidera rendere omaggio anche a costoro, a un ceto che la storia ha costretto a vivere per decenni nelle catacombe, a nascondersi e spesso a morire per le proprie idee e principi. Tutto ciò, negli stessi anni in cui molti tra i loro omologhi dei paesi capitalisti si divertivano spensieratamente, andavano a donne, giocavano, dilapidavano fortune.

Anche per questo, La verità vince è un libro che merita di essere letto e meditato con attenzione, rappresentando il rovescio della medaglia di quella insostenibile leggerezza dell’essere in cui ha vissuto l’Occidente nel medesimo periodo, e che è forse la principale causa della sua attuale decadenza. (Bianca Maria Rusconi)

 

 

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