RECENSIONI

 

LIBRI

 

 

AA.VV., Luce del Graal, Ed. Mediterranee, Roma 2001.

Quello del Graal è il mito o mistero più affascinante della cultura europea. Come una cometa, ha brillato nel cielo dello spirito per una breve stagione, ispirando nell’arco di un secolo numerosi scrittori, e una fioritura di opere di valore disuguale. È scomparso poi dall’orizzonte intellettuale, all’improvviso come vi era entrato: ma non senza lasciare un alone di luce, che ancora può risplendere nell’oscurità dei nostri giorni.

A questa luce è dedicato un volume pubblicato di recente dalle Edizioni Mediterranee, Luce del Graal (Roma 2001): una raccolta di saggi a cura di René Nelli, uscita come numero speciale dei Cahiers du Sud nel 1951, e mai prima tradotta e pubblicata in Italia. I contributi affrontano il tema da molti e svariati punti di vista (antropologico, storico-letterario, filologico, ed anche esoterico); è merito indubbio del curatore - che ebbe dal canto suo vasti orizzonti culturali, coniugando i suoi interessi occultistici a solide competenze di tipo accademico - aver saputo riunire in questo progetto collaboratori così diversi, accomunati comunque dal fatto di essere tra i massimi esponenti delle discipline in questione. Si tratta di figure come A. Micha, E. Hoepffner, J. Frappier, M. Lot-Borodine, A. Viscardi nella filologia romanza, F. Ranke e J. Fourquet in quella germanica, R. Guenon negli studi tradizionali ed esoterici, Hannah Closs, J. Vendryes e lo stesso R. Nelli nell’etnologia e negli studi storico-religiosi.

    Il quadro della letteratura graalica si presenta schematicamente come segue. Il ‘mistero’compare per la prima volta in un’opera di Chrétien de Troyes, Perceval ou le Conte du Graal, all’inizio dell’ultimo ventennio del XII secolo; é l’ultimo dei poemi di questo autore, e resta incompiuto dopo poco più di 9000 versi. A questi vennero aggiunte svariate continuazioni, per più di altri 40000 versi circa: labirinti narrativi nei quali il tema del Graal si perde in mille rivoli, e che perciò vengono raramente menzionati. Importante invece, di poco posteriore a quello di Chrétien, il lavoro di Robert de Boron, Joseph d’Arimathie, ou le Roman de l’histoire du Graal, che narra gli antecedenti della storia raccontata nel Perceval, ricollegandola direttamente al sacrificio della Croce. Egli intendeva scriverne anche gli sviluppi, ma di questi ci sono giunti solo gli inizi del Merlin (500 v.).

Seguono, agli inizi del XIII secolo, due cicli narrativi che raccontano ampiamente in prosa queste vicende. Il primo, pur non senza controversie, è anch’esso attribuito a Rober de Boron, ed è costituito da tre romanzi: Joseph d’Arimathie, Merlin, Perceval (noto come Didot-Perceval); quest’ultimo contiene una Queste du Graal piuttosto vicina a Chrétien e una Mort Artu che rinvia al Brut di Wace. Il secondo, più ampio ciclo, falsamente attribuito a Walter Map, prende il nome di Lancelot-Graal dal primo dei suoi romanzi (Lancelot), che connette il tema del Graal ai racconti del re Artù e dei cavalieri della Tavola Rotonda. Segue la Queste du Graal, che colloca la vicenda del mistico vaso in una luce nettamente cristiana, e una Mort Artu che narra la fine delle storie arturiane, che è anche la fine della cavalleria. Non mancano aggiunte di poco posteriori, per collegare le diverse parti del Corpus: una Estoire del Saint Graal che amplifica il Joseph per adattarlo alla Queste, una prosecuzione del Merlin per adattarlo al Lancelot, un Perlesvaus o Haut Livre du Graal che riprende liberamente il Lancelot-Graal.

Fuori dall’area francese, si deve ricordare in primo luogo l’importante e complesso Parzifal di Wolfram von Eschenbach, che afferma di rifarsi a Chrétien ma anche ad un misterioso Kyot provenzale. Poi, una Perceval-Saga islandese che deriva da un’opera norvegese perduta; il poema inglese Sir Perceval of Gales e il Peredur, mabinogi gallese, che rinviano a Chrétien de Troyes. Di minor significato i riassunti e i volgarizzamenti in altre lingue, compreso l’italiano.

    È legittimo chiedersi perché un tema narrativo così ricco compaia improvvisamente e si esaurisca in una stagione relativamente breve: neppure un secolo, a partire dalla seconda metà del Duecento. Però quella è l’epoca d’oro della feudalità cavalleresca, e non si può non pensare che il contenuto di questo ‘mistero’ sia relativo ad essa: cioè che il Graal sia un simbolo che risplende nel momento in cui fiorisce una civiltà, una cultura, e rientra nell’ombra al suo tramonto, allorché vengono meno quelle condizioni particolari che ne hanno consentito il manifestarsi. Non il Graal, ma il suo affiorare alla storia è dunque il frutto dell’età delle crociate (quelle ‘vere’, cioè le prime tre, combattute in Terrasanta), del Regno di Gerusalemme, degli ordini religiosi cavallereschi, del Sacro Romano Impero degli Hohenstaufen. L’epoca in cui la società aristocratico-feudale è matura e raffinata al punto da saper esprimere una propria ideologia, uno specifico sistema di valori: che troviamo nell’etica cavalleresca, nel fin’amor provenzale, ed anche nel mito del Graal, che di tutto ciò rappresenta il corrispettivo esoterico. Non necessariamente cristiano. Allorché compare la prima volta, nel Perceval di Chrétien, è un simbolo che resta un po’ misterioso, difficilmente comprensibile, anche per la incompiutezza del poema. Il che forse non è casuale, perché ne consente più ampi e differenziati sviluppi. È certo comunque che l’idea della mistica coppa non può nascere dalla fantasia del poeta della Champagne, il quale del resto afferma di essersi ispirato ad un ‘libro’ sconosciuto datogli dal suo protettore, Filippo di Alsazia. Il fatto che nella vicenda abbia un ruolo importante Galvano collega l’opera al ciclo leggendario bretone, e ad un retroterra di tradizioni inconfondibilmente celtico. Robert de Boron conferma ed arricchisce questo legame, ma prima ancora vuole ricostruire l’origine cristiana del mito, che egli vede nel sacrificio della Croce. Infine, la Queste du Graal lo riprende e lo svolge in modo da ricondurlo perfettamente entro l’ortodossia cristiana, accentuando il carattere religioso della ‘cerca’, trasformata ora in un’ascesi di tipo cistercense.

Ma che cos’è il Graal? La parola non è misteriosa e rinvia chiaramente a lemmi come ‘grazal’ (‘grolla’ in italiano) diffusi nell’area alpina, che indicano sempre una coppa o piatto fondo, come in Chrétien e nei suoi ‘continuatori’ francesi: il sacro recipiente in cui sarebbe stato raccolto il sangue del Salvatore. Nel poema di Wolfram von Eschenbach, di più accentuato simbolismo, il Graal è una pietra preziosa caduta dal cielo. Ma, coppa o smeraldo, esso è comunque il preziosissimo segno di una congiunzione tra il cielo e la terra: una sorgente perenne di vita spirituale, capace di nutrire compiutamente chi la attinga, di risanare il ‘Re ferito’, di rigenerare la ‘terra desolata’. È comparso, esiste, ma è una realtà occulta e la sua ricerca è la più sublime delle avventure cavalleresche. La ‘queste’ dunque, anche se condotta con le armi, è una forma di ascesi che nel contesto storico del mondo feudale, si pone come specifico modello di realizzazione interiore.

Il fatto che i poeti ne abbiano parlato in modi diversi e talvolta dispersivi non ha importanza, e non intacca il valore universale del simbolo. Forse anche i primi tra essi, Chrétien e Robert, non erano coscienti della valenza esoterica del Graal, o forse possiamo pensare che certe oscurità e contraddizioni avessero lo scopo di velare (non nascondere) la verità ai profani.

Le origini del ‘mistero’ stanno probabilmente in una trasmissione iniziatica di origine celtica, che a quel punto, cioè in un preciso sfondo storico e sociale, si è resa visibile mediante un simbolo. Il suo rapporto con le tradizioni bretoni (già studiato da A. Nutt e A.S. Loomis), che appare abbastanza scoperto nel poema di Chrétien, nel Didot-Perceval e nel Peredur gallese, non deve comunque indurre ad una lettura univoca del mito. Wolfram rinvia allo sconosciuto Kyot provenzale, ed oggi si tende a considerare questa possibilità più seriamente che in passato. Ai paesi occitani sembra infatti volgersi il poeta tedesco, quella terra dove le radici manichee del catarismo si univano ad influenze arabe (di provenienza iberica e crociata), ed il suo Monsalvache, dove cavalieri ‘templari’ custodiscono il Graal, è stato da alcuni identificato nella cittadella catara di Monsegur. Questa ‘pietra’ celeste, del resto, lapis exillis, mostra legami stretti con l’astronomia, la cultura e le credenze arabe, come hanno messo in rilievo le acute ricerche di P. Ponsoye; e la prospettiva di un Graal ‘pirenaico’, decisamente proposta da O. Rahn e da altri, non mancò di sedurre per un po’ anche R. Nelli. J. Weston seguiva le tracce di un antico culto della fertilità di origine orientale (Ati-Mitra) nella Britannia romana, ipotizzandone l’influenza sulle origini del nostro mito. H. Closs, in un brillante saggio contenuto nella Luce del Graal, amplia ulteriormente la prospettiva indagando le analogie del castello del Graal - come ‘altro mondo’, in cui si attinge il Sacro - con l’al di là degli imrama celtici, nonché l’immagine iranica del Paradiso terrestre, e quella della Montagna cosmica delle tradizioni indù e buddiste. Ipotesi diverse, ma non contraddittorie, se si pensa alla valenza universale dei simboli (o degli ‘archetipi’ junghiani), oltre le forme particolari che assumono in luoghi e tempi diversi.

    Anche se alcuni dei saggi raccolti da R.Nelli possono risultare adesso‘superati’, per lo sviluppo degli studi nelle relative discipline, questo volume delle Edizioni Mediterranee rimane ricco di stimoli e di prospettive, e consente allo spirito di spaziare lontano. Nel campo delle opere sul mito del Graal, di cui nel clima della ‘New Age’ siamo continuamente sommersi, costituisce ancora un prezioso, sicuro punto di riferimento. Il volume è arricchito da due introduzioni, di G. De Turris e di F. Zambon, che ne spiegano la genesi sia della traduzione italiana sia dell’originale francese, e da un’ampia, aggiornata bibliografia. (Marco Barsacchi)

 

 

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