Las
alhajas exportadas è il terzo volume della
trilogia frutto della felice mano di Juan Balansó, iniziata narrando, ne Las
perlas de la corona, le vite più o meno fortunate delle infante spagnole,
proseguita trattando le figure degli infanti ne Los
diamantes de la corona e conclusa con questo libro che presenta le donne
spagnole, non tutte di sangue reale, che hanno occupato un trono europeo e le
principesse straniere divenute regine di Spagna.
La prima della serie è la bellissima e determinata
Zaida, principessa di Siviglia vedova del principe Al-Mamún, ucciso dagli
invasori durante il saccheggio di Cordova, inviata dal suocero ad Alfonso VI, re
di Castiglia e León, affinché la tenesse con sé in cambio dell’alleanza tra
i due popoli e che diede al re l’unico figlio maschio che benché illegittimo
fu riconosciuto come infante.
Più triste fu la sorte della bella e virginale
Berengaria di Navarra andata sposa a Riccardo Cuor di Leone, matrimonio
combinato da Eleonora d’Aquitania per stringere alleanza contro la cupidigia
dei francesi e dei castigliani e nel tentativo di distogliere il figlio dalla
sua inclinazione per i gagliardi trovatori. Il matrimonio avvenne durante la
terza crociata e Riccardo occupato nei combattimenti, poi fatto prigioniero, non
poté mai vivere con la moglie. Liberato, si dimenticò completamente della
consorte che non fu nemmeno invitata alla solenne cerimonia della
reincoronazione del marito ed è passata tristemente alla storia come l’unica
regina d’Inghilterra a non aver mai messo piede sul suolo britannico.
Al malinconico evolversi delle vicende di Berengaria
si contrappone in modo stridente la storia d’amore di Cristina di Norvegia che
lasciò la sua algida terra per divenire Infanta di Castiglia. Suscitano nel
lettore molta meraviglia le storie d’amore di Inés de Castro e di Maria de
Padilla che, dopo anni di concubinato e poi sposate segretamente, furono, dopo
la morte, dichiarate regine: una, regina del Portogallo dal marito Pedro I e
l’altra, di Castiglia dal marito Pedro il Crudele.
Un lettore sensibile non può non provare
compassione per Caterina d’Aragona prima moglie di Enrico VIII, donna colta e
virtuosa che dovette subire ogni sorta di umiliazioni dal marito che voleva
liberarsi di lei. Con grande realismo sono tratteggiate le due figlie di Filippo
II: Isabel Clara Eugenia, “el infante”, volitiva e decisa, considerata dal
padre il suo braccio destro e definita “luce dei miei occhi”, che, sposata
per ragioni di stato, regnò sui Paesi Bassi; e la dolce Caterina Micaela moglie
di Carlo Emanuele I di Savoia, al quale diede dieci figli, dal destino amoroso
più felice di quello della sorella e che non solo fu sovrana alla corte di
Torino ma anche consigliera del marito.
L’infanta Anna d’Austria, la regina dalle belle
mani, moglie di Luigi XIII, nota come la regina dei tre moschettieri, è
tratteggiata con realtà scevra delle infiorettature di Dumas, e definita la più
francese dei francesi poiché portò la Francia ad essere egemone in Europa
combattendo anche contro la natia Spagna, e con il trattato dei Pirenei diede in
sposa al figlio Luigi XIV la nipote Maria Teresa (obbligata dal padre a firmare
una rinuncia per sé e per i suoi discendenti a qualsiasi pretesa sul trono di
Spagna), la quale ebbe una vita assai poco felice all’ombra del marito che non
le lesinò umiliazioni.
Non manca un excursus su le “infantas de Parma”,
tutte figlie di re che seppero dare una loro impronta personale al periodo in
cui governarono: Luisa Isabella, francese, colta e raffinata che riunì nella
sua corte artisti dell’epoca, trasformando il ducato in una corte culturale
definita “l’Atene d’Italia”; Maria Amelia, austriaca, che vivace ed
estroversa conquistò il cuore dei sudditi; Maria Teresa di Savoia, bellissima
ma bigotta e molto virtuosa, l’esatto contrario del marito col quale regnò
infelicemente per ventitré anni; Luisa Maria, francese, divenuta reggente dopo
la morte del marito, col quale fu molto infelice, che cercò di adeguare il
ducato all’evolversi dei tempi, seguendo la politica del momento e quando nel
1859 fu costretta all’esilio si ritirò con gran dignità senza rinunciare ai
diritti della sua dinastia.
Non si può certo tralasciare la bellissima ed
ambiziosa Eugenia di Montijo (figlia di un Grande di Spagna ma nipote da parte
di madre di un commerciante scozzese di vini) che astutamente riuscì a divenire
imperatrice dei francesi, il cui personaggio contrasta vivamente con la nobile,
riservata, religiosissima e caritatevole Fabiola Mora, chiesta in moglie dal re
dei Belgi a Lourdes, e con quello dell’avveduta Margarita Gómez-Acebo, la
ricca ereditiera dal grande intuito finanziario, sposa di Simeone II di
Bulgaria.
Ampio spazio viene dato alle due ultime regine di
Spagna: la bella ed orgogliosa Vittoria Eugenia di Battenberg, che nonostante
una certa avversità della corte e le sue infelicità famigliari seppe dare
un’impronta ed uno stile personale al suo periodo di regno conclusosi
nell’amarezza dell’esilio; e la regina Sofia di Grecia, donna forte, decisa
e volitiva, che ha saputo conciliare la tradizione con la modernità, sempre a
fianco del marito in tutte le occasioni ufficiali e contemporaneamente gelosa
custode della propria intimità famigliare. Dalla lettura di questo piacevole
libro si trae l’impressione di percorrere un’ipotetica galleria di ritratti
di donne che hanno dato, chi più chi meno, un’impronta personale al loro
tempo.
Come dice l’autore, il loro destino è stato scritto nelle stelle (come del resto quello di tutti gli esseri umani) e le stelle non sono state benevole con tutte: infatti alcune di esse furono felici, altre veramente sfortunate, altre artefici del proprio destino, ma tutte lige al dovere imposto dal loro rango. I caratteri sono tratteggiati in modo vivace e realistico, a volte con una punta di ironia, altre volte con un sottile ed appena percettibile senso di spregio, a volte con un labile velo di compassione. La narrazione è scorrevole ed avvincente ma nello stesso tempo rigorosa, senza perdersi in inutili dettagli, e dà al lettore l’immagine tangibile della vita, dei condizionamenti subiti e dei problemi esistenziali di queste donne spesse volte, a torto, invidiate. (Bianca Maria Rusconi)