Compagnia
della Santa Croce. Sette secoli di storia a Napoli, a cura di Mario Pisani Massamormile, Electa
Napoli, Napoli, febbraio 2007.
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Non è
cosa certo agevole recensire questo lavoro che - come “denuncia” nella premessa
lo stesso curatore, avv. Mario Pisani Massamormile attuale Superiore Onorario
della Compagnia che ha retto dal 1984 ininterrottamente per oltre 20 anni sino
al 2006 - raccoglie ben 19 diversi saggi di un gruppo qualificato di studiosi
napoletani impegnati a ricomporre, come in un mosaico, la storia e il ruolo
socio-politico della Compagnia, insieme all’ambiente sociale, politico e
culturale nel quale ha svolto la propria attività negli ultimi sette secoli.
Il lavoro, è stato fortemente voluto e
realizzato dal Governo della Compagnia della Croce in carica fra il 2004 ed il
2006, composto, oltre che dal Superiore, avv. Mario Pisani Massamormile,
Superiore, dall’avv. Marco Imperiali di Francavilla, 1° Governatore, e dal
dott. Emiddio de Franciscis di Casanova, 2° Governatore.
Il Pisani
Massamormile dopo aver curato con successo, quale Governatore del Pio Monte
della Misericordia, un analogo volume, “Il Pio Monte della Misericordia di
Napoli nel quarto centenario”, pubblicato nel 2003 sempre per i tipi della
Electa Napoli, si è cimentato in quest’opera ancora più meritoria sia per il
maggior numero di secoli indagati, sia per le condizioni di maggiore difficoltà
in cui ha dovuto operare in questi lunghi sette secoli l’Augustissima Compagnia
della Disciplina della Santa Croce, che ha sede nel cuore di Forcella, storico
e travagliato quartiere di Napoli.
La storia della Compagnia. I saggi,
alcuni vere e proprie dotte trattazioni teologiche, filosofiche o storiche
artistiche, altri eccellenti ed esaurienti descrizioni del ricco, antico e raro
patrimonio artistico, architettonico e archivistico della Compagnia,
documentano la lunga e complessa vita di questa istituzione sorta nel XIII
secolo (intorno al 1280-90) sotto gli auspici di Papa Niccolò III Orsini,
citato da Dante (Inferno. XIX, 70-72), animata da uomini d’arme, di legge,
pubblici reggitori, esponenti delle arti e delle lettere, principi della
Chiesa. Nuovo impulso alla Compagnia giunse grazie ai Cardinali Rinaldo
Brancaccio e Astorgio Agnese che in tempi diversi, con il loro impegno e la
loro azione pastorale ne rilanciarono l’attività fermo restando i principi
morali sui quali la Compagnia stessa era stata originariamente fondata: l’amore
verso Dio e verso il prossimo, ed in special modo attraverso la pratica delle
sette opere di misericordia verso i più diseredati, a cominciare dal pietoso e
cristianissimo servizio di sepoltura dei morti. Grazie ad essi venne ampliata
ed arricchita anche la sede che assunse l’aspetto che oggi conosciamo.
L’importanza di questi personaggi per la storia della Compagnia viene
documentata dall’essere i medesimi raffigurati oranti ai piedi della Croce in
una miniatura - attribuita al Maestro di Isabella di Chiaromonte - posta a
frontespizio del Codice dei Confratelli riferito al periodo che va dal 1449 al
1451, custodito nell’archivio della Compagnia.
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Da sempre l’appartenenza alla Compagnia ha
rappresentato un elemento qualificante per l’affermazione sociale delle
famiglie che ne facevano parte, fra le quali, soprattutto nel primo periodo è
possibile riscontrare - scorrendo l’elenco dei cognomi - una predominanza di
quelle ascritte al Sedile di Portanova. Anche se comunque dalla copia
dell’antico Catalogo dei Confratelli risulta che sin dalla fondazione e fino
alla seconda metà del secolo XVI vi furono aggregati molti rappresentanti delle
famiglie nobili fuori seggio, patrizi, nobiltà feudale e altissimi esponenti
della vita politica, sociale e culturale del Regno di Napoli. L’elevatissimo
ceto sociale e le cariche ricoperte dagli appartenenti alla Compagnia dovettero
far sì che questa divenisse naturalmente anche sede di confronto e di decisioni
che riguardavano anche l’assetto politico della città e del paese, come
probabilmente accadde per la famosa congiura dei baroni del 1485, della quale
molti dei responsabili risultarono iscritti alla stessa Compagnia. Tanto da
causare, a seguito del loro arresto e condanna, l’interdizione per molto tempo
delle attività della Compagnia della Croce, che però già dalla meta del ‘500
riprese a svolgere un ruolo rilevante nella vita cittadina, avvalorato dagli
Statuti del 1779 che ne confermano definitivamente l’esclusivo carattere
nobiliare.
Fatto sicuramente singolare è che mentre ben 4
Sommi Pontefici si degnarono di onorare la Compagnia divenendone protettori e
Confratelli, nessun sovrano napoletano, né alcun principe appartenente alle
casate che nei vari secoli hanno regnato su Napoli ne entrò mai a far parte.
Sin dalla sua fondazione la Compagnia godette il favore dei Sommi Pontefici che
- come documentato - dal 1280 circa, con S.S. Papa Niccolo III, la colmarono di
privilegi, e come si rileva dal rescritto di Clemente XIV (il Sommo Pontefice à accondisceso ad essere aggregato per confratello
della Compagnia dè Nobili della SS.ma Croce [] siccome sono stati aggregati
altri passati Pontefici), probabilmente anche altri Papi vi furono ascritti
in precedenza.
In particolare: S.S. Clemente XIV con
rescritto del 6 aprile del 1773; S.S. Pio IX fu ascritto il 3 aprile 1850 ed
addirittura, rientrando a Roma dall’esilio di Portici, si recò in Napoli,
presso la sede della Compagnia, ad
apporre personalmente il suo venerato Nome al catalogo degli ascritti;
Leone XIII entrò a farne parte il 16 gennaio 1879 insieme al suo Segretario di
Stato Cardinale Lorenzo Nina; infine anche S.S. Pio X, elevato addirittura agli
altari nel 1954, accolse l’invito a farsi “protettore e confratello” della
Compagnia. Quasi a conferma della continuità e saldezza di questo speciale
legame il volume presenta le firme di ben 3 Cardinali: S. Eminenza il Cardinale
Crescenzio Sepe Arcivescovo di Napoli, il Cardinale Josè Saraiva Martins,
Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, il Cardinale Michele
Giordano Arcivescovo emerito di Napoli, e Monsignor Luigi Falcone, della
Segreteria di Stato della Città del Vaticano, divenuto quest’anno anch’egli
confratello della Compagnia.
Alla premessa del curatore, avv. Mario Pisani
Massamormile, Superiore Onorario della Compagnia, seguono gli indirizzi di
saluto del Card. Crescenzo Sepe e le lusinghiere parole di presentazione del
Card. Josè Saraiva Martins.
“La
grazia di una fervente carità. La tradizione delle indulgenze per la
conversione dei fedeli”. La serie di scritti viene aperta dal Card. Michele
Giordano con questo saggio dedicato ad un interessante tema naturalmente legato
alla funzione religiosa e sociale delle Confraternite religiose.
L’autore ripercorre il significato e la
funzione delle indulgenze dalla loro istituzione fino ad oggi, tenendo conto
delle riserve che la riflessione teologica contemporanea avanza sul valore
della pratica indulgenziaria in generale e su talune forme che queste hanno
assunto nel corso della storia. Tanto da essere messa sotto accusa per il
rischio di ridurre il rapporto con Dio ed il suo amore in termini
ragionieristici, scanditi da giorni e mesi. Una sorta di scorciatoia per il
Paradiso capace di evitare il rigore penitenziale, fino a provocare profonde
lacerazioni come la scissione luterana.
L’autore invece, pur non nascondendo che nel
corso dei secoli si sia fatto abuso delle indulgenze, recupera dalla storia
stessa il profondo significato della pratica delle indulgenze intesa come
“remissione dinanzi a Dio della pena temporale per i peccati, già rimessi
quanto alla colpa”. L’indulgenza può essere plenaria o parziale, a seconda che
liberi in tutto o in parte dalla pena temporale dovuta per i peccati. Ma per
essere efficace richiede da parte del credente la consapevolezza dello
sconfinato amore misericordioso di Dio e dell’umana debolezza.
Nella Chiesa antica la riconciliazione dei
fedeli avveniva in maniera liturgica e comunitaria senza particolare
distinzione fra colpa e pena. Il Vescovo tenendo conto delle disponibilità
interiore e delle condizioni di ciascuno indirizzava il fedele lungo un
itinerario penitenziale vissuto comunitariamente attraverso la preghiera anche
degli altri membri della comunità. Poi con l’introduzione della penitenza
privata, cioè della confessione auricolare (nell’alto medioevo), si realizza
l’anticipazione della riconciliazione rispetto alla soddisfazione della
penitenza e quindi venne a emergere più nitida la distinzione fra peccato e
colpa, cancellata dalla riconciliazione, e della pena da soddisfare attraverso
preghiere e azioni riparatrici. La prima indulgenza plenaria fu quella
istituita da Papa Urbano II che in occasione della prima crociata, nel 1095,
sostituì la pena imposta per i peccati con la partecipazione all’impresa
militare. Con questo provvedimento la riconciliazione viene portata fuori
dall’ambito sacramentale, senza l’intervento del confessore, in funzione della
sola realizzazione di opere meritorie.
Sottolineando che il fedele deve sempre
privilegiare il sacramento della riconciliazione alla via indulgenziale,
l’autore ritiene che queste non vadano né sopravvalutate né demonizzate. Conclude,
citando Paolo VI che nel 1967 dedicò al tema la costituzione “Indulgentiarum
doctrina”, che affermava che l’indulgenza non è affatto la via facile per
evitare la penitenza per i peccati, ma piuttosto un aiuto che ogni fedele,
umilmente consapevole della propria debolezza e dei propri limiti, trova in
Cristo.
“L’Augustissima Compagnia della Disciplina
della S. Croce e i Sommi Pontefici Clemente XIV, Pio IX, Leone XIII”. Mons.
Luigi Falcone è l’autore di questo saggio che tratta sinteticamente, ma efficacemente
della storia di tre dei quattro Pontefici che hanno onorato con la loro
presenza la Compagnia, ricostruendo anche le vicessitudini che portarono alla
loro ascrizione alla Compagnia. Si inizia da Giovan Vincenzo Antonio Ganganelli
nato a S. Arcangelo di Romagna, salito al soglio pontificio a 64 anni col nome
di Clemente IV il 20 maggio 1769 dopo tre mesi di conclave in pieno clima
antigesuitico. Proveniente dai Frati Minori Conventuali era uomo di vasta
cultura, squisito gusto artistico, oltre che di uno spirito arguto. Morì
improvvisamente il 22 settembre 1774, pochi mesi prima dell’apertura del
Giubileo che aveva indetto per il 1774. Dai documenti citati dall’autore emerge
la concreta ipotesi che il Pontefice sia stato vittima di un avvelenamento
proprio a causa della soppressione dell’Ordine dei Gesuiti con Bolla del 21
luglio
Il futuro Pontefice aveva mostrato sin da giovane interesse per la
fisica, pubblicando addirittura nel 1809 un saggio sulla macchine ottiche. Nel
periodo di permanenza a Imola l’incontro col Conte Giovanni Pasolini,
gentiluomo di tradizione e di idee liberali già noto per i suoi studi
scientifici, esperimenti agrari e la vasta cultura, fu certamente determinante
nello sviluppo degli interessi scientifici di Pio IX, concretizzatisi nella
ricostituzione dell’Accademia dei Lincei, dell’Osservatorio Astronomico, del
Museo di Fisica e dell’Orto Botanico. Fu testimone nei 32 anni del suo
pontificato, il più lungo dopo S. Pietro, di avvenimenti politici e culturali
di grande importanza, fra i quali l’unificazione dell’Italia. Vincenzo
Gioacchino Pecci, nato il 2 marzo
“L’asociale cordialità: contributo alla
storia delle mentalità italiane”. Il prof. Raffaele Aiello, professore
emerito di Storia del Diritto Italiano dell’Università degli Studi di Napoli
Federico II, in questo saggio, prendendo spunto dall’esperienza e dalla storia
della Compagnia della Croce che in Napoli ebbe notevole rilievo, tratta della
mentalità e delle condizioni che in Italia fecero sorgere e fiorire per lungo
tempo istituzioni dedite ad attività caritative ed assistenziali.
In particolare l’autore nel suo dotto e
articolato saggio propone alcune osservazioni sulle mentalità che fecero
nascere ed accompagnarono la lunga vita delle numerose istituzioni caritative
ed assistenziali sorte in numerose città italiane. L’autore sostiene che,
mettendo a confronto le mentalità e i comportamenti dei popoli e le loro
vicende storiche, le diversità raggiunte da ciascuno nei livelli di civiltà,
giustizia, pace e benessere, produttività siano da mettere in relazione alla
maggiore o minore maturazione di una forma mentis sociale. Questa è la funzione
anche delle esperienze che le singole comunità hanno acquisito nel tempo e fra
queste destano crescente interesse istituzioni come quella della S. Croce.
Infatti proprio nel mezzogiorno la propensione alla generosità privata
(prosocialità) si riesce ad organizzare e ramificare in una trama sociale di
relazioni che non riesce invece a costruire quando si tratti di realizzare
iniziative nella sfera pubblica. In molti casi ancora oggi sembrerebbe di dover
scontare i residui di una impostazione medioevale, caratterizzata da un attivo
spirito cooperativo nel sostenere azioni comuni dei privati, e dalla scarsa
propensione dei privati nel sostenere iniziative pubbliche. In Italia e in
particolare nel Mezzogiorno i due fattori oggetto del saggio, cordialità e
asocialità, sono sopravvissuti nei secoli adattandosi reciprocamente e
compensandosi. In definitiva hanno alimentato da un lato una intensa attività
giudiziaria e dall’altro uno spirito di misericordia sfociante nel lassismo e
tolleranza verso i fenomeni di microdelinquenza. Negli ultimi cinquecento anni,
infatti, il mezzogiorno sembra essere stato caratterizzato per l’elevato numero
di soggetti gaudenti del clima benigno e della natura solare, da un tessuto di
intense relazioni intersoggettive e quindi dalla prevalenza della tendenza allo
sviluppo della cordialità. Mentre nella parte dominante della società si
sviluppava un senso di compassione, quasi una sorta di complesso di colpa,
giustificato e fondato dalla enorme differenza di condizioni economiche. Da
questo punto di vista il saggio approfondisce la differente evoluzione sociale
che caratterizzò lo sviluppo del modello socio-politico meridionale e le cause
che in Italia rallentarono lo svilupparsi di quei fenomeni che in altri paesi
portarono alla nascita dei grandi stati europei. Prima fra tutte
l’estromissione della nobiltà di spada dal potere centrale. Riforma avviata da
don Pedro di Toledo nel 1542. Un’approfondita e colta riflessione volta a
descrivere e commentare la formazione della contraddittoria struttura
socio-economica napoletana, in quanto fattore fondamentale nell’influenzare le
formae mentis collettive meridionali ed italiane.
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“Confraternite e dinamiche politico-sociali
a Napoli nel Medioevo. La disciplina della Santa Croce”. Giovani Vitolo,
professore ordinario di Storia medioevale presso l’Università degli Studi di Napoli
Federico II, sottolinea come lo studio dell’associazionismo religioso dei
laici, sviluppatosi fortemente fra gli anni ‘70 ed ‘80 del secolo scorso
sull’onda del Concilio Vaticano II, ebbe come oggetto soprattutto l’Italia
centro-settentrionale in quanto caratterizzata da un più vivace sviluppo
comunale e da un più evidente protagonismo religioso dei laici uomini e donne.
Ciò a discapito del sud e di città come Napoli caratterizzata, invece, dalla
precocità e grande ricchezza di istituzioni caritative e religiose. In effetti
sembra che gli studiosi abbiano finora sottovalutato la peculiarità della
società napoletana dei secoli IX-XII, caratterizzata da una eccezionale
vivacità sul piano religioso, politico e culturale, ma soprattutto da un
tessuto associativo molto più strutturato di quello a quel tempo presente nel
resto d’Italia. L’autore parte nella sua analisi dalla tradizione direttamente
derivante dal rito greco e latino, che permeava la società napoletana, del
culto della Croce peraltro diffusa a quel tempo in tutta la cristianità che si
concretizzava in due feste: quella della Inventio
che cade il 3 maggio e della Exaltatio,
il 14 settembre, tutt’oggi celebrate dalla Compagnia. La particolarità di
Napoli sta nell’importanza che assumevano le processioni della Domenica delle
Palme e dei Vespri di Pasqua. Le processioni si svolgevano nelle strade della
città con alcune soste negli angoli delle strade, per consentirne l’adorazione
e la raccolta delle offerte da distribuire poi ai poveri. Qui nei primi tempi
la croce veniva inalberata su altari di fortuna, trasformatisi già nell’ambito
del secolo IX in edicole e cappelle votive stabili, anche derivate da
adattamenti di costruzioni preesistenti, definite “staurite”.
Queste pian piano si trasformarono in
organismi più complessi dediti oltre che alla diffusione del culto della croce
ed alla elargizione di elemosine ai poveri, anche alla fondazione di ospedali
ed alla costituzione di doti per le fanciulle povere.
Fondatori di queste istituzioni talvolta furono
gli abitanti di un quartiere che perpetuavano in queste istituzioni le antiche
tradizioni di associazionismo di quartiere derivanti dalle fratrie greche,
altre volte sorsero ad opera di una o più famiglie nobili che ne fecero una
sorta di status simbol e di radicamento sul territorio, gestendole come delle
chiese di patronato laicale. Va sottolineato che non si trattava di
confraternite, non essendo previsti compiti di assistenza fra i soci, ma solo
di diffusione del culto della Croce e l’esercizio delle opere di carità.
Comunque queste istituzioni venivano ad essere strumenti di coesione fra le
famiglie che le componevano e di stimolo dell’attivismo religioso dei laici.
Fra le caratteristiche distintive delle istituzioni associative napoletane sono
da evidenziare: l’avere un raggio d’azione ben più ampio dell’ambiente nel
quale sorgono, proprio come l’Augustissima Compagnia della Disciplina della S.
Croce che si preoccupava dell’assistenza e sepoltura ai carcerati
indipendentemente dalla residenza e dal luogo di sepoltura, o come l’ospedale
dell’Annunziata che si occupava dei bambini abbandonati di tutta la città; il
carattere interclassista delle stesse: infatti mentre in altri luoghi nacquero
confraternite che accoglievano esercenti la stessa attività, a Napoli già a
partire dalla meta del secolo XII nascono istituzioni che raccolgono persone di
varia condizione sociale.
“Architettura
della Augustissima Compagnia della Disciplina della Santa Croce”. Giosi
Amirante, professore ordinario di Storia dell’Architettura della Seconda
Università degli Studi di Napoli, nel suo articolo tratta del complesso
architettonico che ospita la sede e la chiesa della Compagnia in Napoli, del
vicino complesso di S. Agostino alla Zecca e dell’area circostante ove erano la
piazza e fontana della Sellaria e l’antica porta della città detta di
Pizzofalcone e delle sue trasformazioni. Questo rappresenta un raro esempio di
modello tardo medioevale di architettura confraternale.
I Disciplinati sin dai primi anni dalla
fondazione utilizzarono la chiesa di S. Vincenzo Ancillarum Dei, donata a
questi ultimi dai monaci basiliani.
Interessante la tesi dell’esistenza di un vero e proprio fortilizio
nell’area dove sorge la Chiesa di S. Agostino di cui una torre doveva ancora
essere presente nell’attuale cortile della Compagnia alla metà del ‘700, come
documentato da un rilievo grafico conservato nell’archivio della Compagnia.
L’oratorio di S. Vincenzo acquistato dagli agostiniani conservò l’antica
intitolazione ai Santi Elena e Agostino fino al 1348, anno in cui ad opera del
Cardinale Brancaccio iniziarono i lavori di trasformazione della chiesa che
venne dedicata alla S. Croce. I lavori furono completati nel 1449 dal Cardinale
Agnese. Altri lavori di ristrutturazione furono eseguiti a partire dal 1661.
Altri ancora furono eseguiti nel
“Testimonianze artistiche”. Ida Maietta, Funzionario storico
dell’arte della Soprintendenza per i Beni architettonici ed il paesaggio di
Napoli e Provincia, tratta dell’importante patrimonio artistico che
caratterizza la Compagnia a partire dalla lastra marmorea di sepoltura del
1357. Anche se attualmente la sede e la Chiesa della Compagnia, che conserva
integro l’impianto tardoseicentesco, si presenta spoglia di arredi, in un
passato non molto lontano, come testimoniano anche le numerose foto pubblicate
nel volume, il visitatore si trovava di fronte ad ambienti fastosamente
arredati da dipinti, crocifissi, candelabri, marmi, ecc. Arredi e dipinti per
lungo tempo conservati nei depositi della Soprintendenza, dove erano stati
trasferiti negli anni settanta per preservarli da furti, dopo attento restauro
sono oggi esposti al pubblico in diverse strutture e musei cittadini: il museo
di Capodimonte innanzitutto, la Corte d’Appello del Tribunale di Napoli, la
presidenza della Facoltà di giurisprudenza. Si
tratta di opere di autori fra gli altri come: Niccolò di Tommaso, attivo presso
la corte della Regina Giovanna fra il 1366 ed il 1372; Pietro Befulco autore
intorno al 1480 della Deposizione dalla Croce dono di Re Ferrante d’Aragona;
Giovan Bernardo Lama presente a Napoli fra il 1558 e il 1600; Nunzio Maresca
autore nel 1603 degli intagli degli stagli lignei dell’Oratorio grande; o
Onofrio de Marino autore nel 1661 del soffitto ligneo cassettonato del medesimo
Oratorio, sostituito poi nel sec XX.
“Il retablo quattrocentesco della Passione di Cristo”. Andrea Zezza,
professore associato di Storia dell’Arte moderna della Seconda Università di
Napoli, si sofferma invece a trattare della “cona” d’altare della chiesa grande
dedicata alla passione di Cristo.
Diverse le particolarità che rendono unica questa opera dipinta, secondo
l’ultima attribuzione proposta da Ferdinando Bologna, da Pietro Befulco di Salerno
attivo a Napoli tra il 1471 e il 1503, o da Pietro Buono sempre di Salerno, che
operò a Napoli fra il 1488 ed il 1512. La cona sarebbe stata commissionata per
la Compagnia da Re Ferrante I d’Aragona le cui fattezze sarebbero riconoscibili
nel personaggio di Nicodemo che nella Deposizione regge il corpo del Cristo, ed
il figlio Alfonso, Duca di Calabria, in San Giuseppe di Arimatea. Altri
personaggi raffigurati ai piedi del Cristo sarebbero la moglie dello stesso Re
Isabella di Chiaromonte accompagnata dalle figlie, Ercole d’Este, Duca di
Ferrara, marito di Eleonora d’Aragona, ma anche Giorgio Castriota Scanderbeg,
Antonio d’Alessandro, Pirro del Balzo e Antonio Piccolomini.
Già il fatto che un’opera del XV secolo
composta da una preziosa cornice lignea intagliata e decorata e da nove
tavolette si conservi nella sua interezza rappresenta, a prescindere della sua
pregevole fattura, una particolarità. La fastosa ed elaboratissima cornice
splendidamente intagliata in rigogliosi racemi vegetali abitati da angioletti
che espongono dei cartigli contiene la tavola con la raffigurazione della
“Passione di Cristo”. Quest’ultima è sormontata da una cimasa contenente la
scena del “Cristo al Limbo”, e poggia su di una monumentale predella, anch’essa
riccamente ornata di intagli, che contiene 9 tavolette raffiguranti undici
scene dalle “Storie della Passione”.
La conservazione integra dell’opera viene
attribuita dall’autore alla precisa cultura e volontà dei confratelli di
evitarne lo smembramento ed ammodernamento, avvenuto invece per opere di questo
tipo. È singolare come anche in occasione della risistemazione della chiesa
danneggiata dal terremoto del 1668, ci si preoccupò di salvare tavole e cornice
assieme - fatto del tutto unico - anche nella nuova sistemazione ideata nel
1693 per l’altare maggiore da Arcangelo Guglielmelli, incastonandola tra i
magnifici stucchi tardobarocchi di Lorenzo Vaccaro e Pietro Scarola che
circondano ed amplificano la gloria degli angeli della cornice fino a invadere
lo spazio della navata.
“L’Augustissima Compagnia della Disciplina
della Santa Croce nelle fonti antiche”. Loredana Gazzara, Storico dell’Arte
presso il Pio Monte della Misericordia, autrice di questo capitolo, fa una
agile rassegna delle fonti documentarie, manoscritte o a stampa, pubblicate
sulla storia della Compagnia, a partire dal preziosissimo codice
quattrocentesco dei confratelli, all’opera del D’Aloe, ad un recente lavoro
pubblicato da Silvana Musella, autrice anche di un saggio nel presente volume.
Fra gli autori che hanno trattato la storia
della Compagnia anche Giovanni Antonio Summonte autore della “Historia della Città e Regno di Napoli”,
pubblicata nel 1601; il D’Engenio che fissa fra il 1485 ed il 1551 il periodo
di sospensione osservato dalla Compagnia a seguito della congiura dei Baroni;
Carlo De Lellis, che tratta nel suo manoscritto in ben quattordici fogli della
sua “Aggiunta alla Napoli Sacra del
D’Engenio”, di metà del ‘600, pubblicato per la prima volta in appendice a
questo articolo. Quest’ultimo autore fa risalire la data di effettiva
fondazione della Compagnia a prima del
“Sulla conservazione delle
pavimentazioni in cotto maiolicato. Problematiche nella Chiesa della Compagnia
della Santa Croce in Napoli”. La professoressa Valentina Russo, Ricercatrice in
restauro presso la Facoltà di Architettura dell’Università degli Studi di
Napoli “Federico II”, in questo articolo affronta il problema della
conservazione del prezioso pavimento della chiesa della Compagnia, splendida
espressione della antica arte dei riggiolari napoletani. Spesso classificato
come “minore” per il mancato riconoscimento del suo valore, questo tipo di
forma artistica, incorre in seri problemi di conservazione sia per i fattori di
degrado che per quelli legati alla calpestabilità dell’opera. Si parte dall’inquadramento storico di questo tipo
di manufatto, tipico dell’artigianato artistico napoletano del settecento, che
viene catalogato in riggiola “spetenata e resegata”, quella di sola argilla, ed
“impetenata” quella che prevede la decorazione, ripercorrendone anche le fasi
di produzione ed in particolare di disegno e colorazione.
La pavimentazione maiolicata attualmente
ammirabile nella chiesa della Compagnia della S. Croce, realizzata da Domenico
Attanasio nel 1724, giunge a conclusione di una complessa trasformazione della
Chiesa iniziata nel 1684, che seguiva una precedente serie di lavori di
consolidamento e ammodernamento e la realizzazione di una nuova pavimentazione
in riggiole bianche nere, avvenuti nel 1660 per l’oratorio.
I lavori del 1684 interessarono la costruzione
della terrasanta al di sotto della navata della Chiesa ed il prolungamento
della stessa con la realizzazione del presbiterio in un’area in precedenza
destinata alle riunioni dei confratelli.
Completata la costruzione dell’abside secondo
il gusto dell’epoca fu commissionato all’Attanasio la realizzazione di un
pavimento di riggiole impetenate e spetenate.
Il disegno del pavimento procede in parti ben
distinte dall’ingresso verso l’altare maggiore, seguendo e sottolineando
l’impianto della chiesa, definito a decorazione chiusa. Significativo il modo
in cui è stata progettata la pavimentazione settecentesca per occupare una
navata ancora libera da altari. Probabilmente l’impianto del pavimento
settecentesco doveva corrispondere alle cinque campate della navata, e non come
oggi alle prime quattro. Per cui anche sull’ultima campata, occupata dal
profondo gradino su cui poggia l’altare maggiore, doveva esservi un pavimento
simmetrico a quello dell’ingresso. Nell’ultimo paragrafo viene affrontato il
problema della conservazione di opere come questo pavimento in relazione alla
effettiva possibilità di continuarne l’uso nella funzione, cercando di superare
l’eventuale conflitto fra valore d’uso
e valore dell’antico. Infatti la
conservazione di un’opera come questa pone il problema, strettamente
architettonico, di utilizzare la chiesa in cui la pavimentazione è collocata
lasciando leggere l’antico senza spostarlo o coprirlo, nascondendolo alla vista
dei visitatori. Fra le soluzioni potrebbe esservi la realizzazione di un
percorso lievemente sopraelevato al pavimento, in modo da consentirle la
visione, volto a raggiungere l’Oratorio grande nel quale svolgere le funzioni
religiose e sociali.
“Il rilievo architettonico”. Giovanna
Ceniccola, Marina Di Iorio, Oriana Mongelli, Daniela Sgrosso, laureande presso
la Facoltà di Architettura dell’Università di Napoli Federico II, hanno
realizzato sotto la direzione della professoressa Russo il rilievo
architettonico riportato in questo capitolo, completando la descrizione
architettonica dell’intero complesso monumentale che ospita la Compagnia.
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“Il
rilievo architettonico fonte per i posteri”. Michele Marulli d’Ascoli, architetto,
in questo articolo dopo una premessa nella quale parla del metodo storico e
della teoria e pratica della utilizzazione critica dei documenti, giunge a
trattare del significato e utilizzazione del rilievo architettonico nella
lettura dei manufatti.
“L’adempimento del fine istituzionale”. L’ingegnere
Francesco Sifola di San Martino, progettista dell’ampliamento della seconda
Cappella della Compagnia, sita al Quadrato Monumentale del Cimitero di
Poggioreale in Napoli, prende l’avvio del suo intervento con un breve excursus
storico intorno al significato storico e sanitario della nascita dei cimiteri a
seguito dell’editto napoleonico del 1804, sottolineando che Napoli già ne aveva
uno progettato da Fernando Fuga nel 1762 e che sin dal 1779 per combattere il
colera furono vietate le inumazioni in città. Anche la S. Croce che aveva da
sempre avuto quale fine istituzionale curare una cristiana sepoltura ed aveva
ottemperato a ciò utilizzando la propria Cappella e poi quella di S. Maria di
Costantinopoli alle Mosche, si adeguò al rispetto dei nuovi divieti acquistando
nel 1863 al Cimitero di Poggioreale la Cappella n. 92 del Quadrato. La
donazione, ricevuta nel 1995 da Ermelino Matarazzo di Licosa, cavaliere del
Lavoro e della Legion d’onor, della cappella di famiglia e la realizzazione sotto
quest’ultima di numerose nuove sepolture perpetue ha ampliato la possibilità
della Compagnia di rispondere al suo mandato istituzionale, potendo a suo modo
“guardare più serenamente al futuro”. Viene sottolineato come proprio il
progetto di ampliamento della Cappella della Compagnia, innovativo per quanto
riguarda il rispetto delle prescrizioni dell’ASL e della Soprintendenza circa
il rispetto delle emergenze architettoniche, sia stato nel 2001 il primo ad
essere stato approvato dopo un lungo periodo di stasi delle autorizzazioni da
parte del Comune di Napoli. Il sistema di copertura adottato per l’ipogeo,
infatti, è stato preso ad esempio da Comune e Soprintendenza per quanto
riguarda sia i materiali che l’areazione dei locali, che il rispetto del complesso
monumentale nel quale veniva inserito il manufatto.
“Chiesa alle Paludi Santa Maria di
Costantinopoli alle Mosche”. Giancarlo Sito in questo articolo, partendo
dal culto della Madre di Dio sviluppatosi a Costantinopoli dal 330 d.C., giunge
a descrivere la Chiesetta che custodiva l’antica immagine di S.M di
Costantinopoli che apparteneva alla famiglia degli Zaccaria.
L’autore parte dal culto della Madonna
accresciutosi a Costantinopoli ad opera della imperatrice Pulcheria vissuta
alla fine del 300 dopo Cristo che stabilì una devozione particolare per la
Madonna nei martedì, giorno nel quale il Concilio di Efeso del 431 d.C.
proclamò il dogma della Divina Maternità di Maria. Sempre martedì il popolo di
Costantinopoli avrebbe riportato una vittoria sui Persiani che assediavano la
città.
Le lotte iconoclaste iniziate a partire dal
726 d.C. favorirono il trasporto in occidente di numerose immagini sacre, ma la
devozione nel regno di Napoli si sviluppò a partire dal 1452, anno in cui una
immagine della Madonna di Costantinopoli giunse in Calabria. A Napoli la
devozione si sviluppò negli anni della peste del 1527-28. Fino a giungere prima
alla costruzione di una chiesetta a Caponapoli dove la Madonna sarebbe apparsa
ad una fedele promettendo la fine della peste. Una chiesa più grande fu, poi,
edificata sulla strada di via Costantinopoli. La Compagnia della S. Croce fece
ricostruire questa cappella per utilizzarla come luogo di sepoltura dei
confratelli fino agli anni ‘60 del 1800, quando fu trasferita nella proprietà
al Comune di Napoli.
“Stanislao D’Aloe e la Compagnia della
Croce”. Silvana Musella, Funzionario dell’Archivio di Stato di Napoli, ci
presenta il D’Aloe e la sua opera, fra cui il testo relativo alla Storia della
Compagnia pubblicato nel 1882 ed il clima nel quale venne concepita. Stanislao
d’Aloe, nato a S. Onofrio di Mileto, in Calabria nel 1814, fece i primi studi
nel Seminario di Mileto e li completò in Napoli. Fine erudito e conoscitore
d’arte si era specializzato in studi epigrafici e numismatici, pubblicando
appena ventenne il volume “Il Tesoro lapidario napoletano”, e diventando prima
volontario presso il Real Museo Borbonico, del quale divenne, poi,
conservatore. Direttore del Foglio Settimanale di Scienze, Lettere ed Arte,
dopo un lungo periodo di viaggi in Europa, tornato in Italia nel 1844 realizzò
una Guida della Metropoli e sue adiacenze, pubblicata nel
“L’archivio storico”. Giulio Raimondi,
docente di Archivistica presso l’università Suor Orsola Benincasa di Napoli,
tratta dell’archivio della Compagnia della S. Croce e delle problematiche che
si trova ad affrontare l’archivista di una istituzione, come questa, che vuole
riordinare i documenti del proprio archivio privo di inventari. Mentre gli
archivi comunali dal
Nel caso di istituzioni come la Croce la
classificazione dei documenti può essere fatta utilizzando principalmente i
titoli “Amministrazione”, “Patrimonio” e “Scopo”, ed in particolare proprio
questo è stato utilizzato dall’autore che ha individuato ed indicato le
scritture dalla istituzione ai giorni nostri. Sono stati trattati a parte gli
archivi aggregati a quello della Compagnia riguardanti i due Monti della
Compagnia e quelli riguardanti l’amministrazione delle eredità ricevute delle
famiglie Mirelli, Pennasilico e Polverino.
Per l’archivista la fonte primaria della
ricerca storica è rappresentata dall’archivio nel suo insieme. E tanti più
elementi possono emergere dalle documentazioni, tanto più si riesce a
ricostruire la vita e l’attività della istituzione. Per fare questo non basta
un semplice elenco cronologico delle scritture conservate.
L’autore, quale contributo agli studiosi che
in futuro vorranno accedere ai fondi conservati nell’Archivio storico, riporta
per intero in appendice al proprio lavoro l’inventario delle scritture redatto
in occasione del riordino fatto fra il 1761 ed il 1781, le Regole della
Compagnia redatte nel 1722 e il titolario d’archivio.
“Indulgenze all’Augustissima Compagnia della
Disciplina della Santa Croce in un documento inedito del XVIII secolo”. Ulderico
Parente, docente di Storia della Chiesa presso la Pontificia Facoltà Teologica
dell’Italia Meridionale, presenta brevemente un volumetto inedito redatto nel
corso del secolo XVIII e conservato nell’archivio della Compagnia. Segue la
trascrizione del volumetto che fa un excursus sintetico delle numerose
indulgenze godute dalla Compagnia nei secoli partendo dal 1500.
“L’Oratorio Grande e le sue “Armi”. Emiddio
de Franciscis di Casanova, agronomo e giornalista, tratta dell’ampia raccolta
delle armi delle famiglie aggregate alla Compagnia della S. Croce che adornano
l’Oratorio Grande, decorate nel pavimento in piastrelle di ceramica e sugli
scudi ovali in legno inseriti nel fregio del cassettone ligneo del soffitto. Dopo
aver trattato della restauro dell’Oratorio Grande e della realizzazione del suo
pavimento artistico in ceramica si passa a trattare delle armi decorate sulle
piastrelle. Vengono blasonate e commentate ben 82 armi, e per 54 sono
pubblicate anche le immagini degli stemmi riprodotti sulle piastrelle di
ceramica inserite nel pavimento stesso. Un numero ben esiguo rispetto alle
numerose famiglie che hanno fatto parte della Compagnia in sette secoli. Di
ciascuna arma, del pavimento o del soffitto, riprodotta, viene riportata la
blasonatura redatta in forma originale sulla base delle fonti ufficiali.
L’autore - come esplicitato nel testo - ha ritenuto infatti opportuno, pur nel
rispetto dell’uso dei termini tecnici e delle sequenze logiche di descrizione
delle armi, proprie dell’araldica, procedere quando necessario alla
semplificazione di tali descrizioni ed all’aggiornamento di alcune forme, per
così dire idiomatiche, più ricorrenti nelle balsonature otto-novecentesche,
coll’intento di fornire una descrizione agile, più al passo con i tempi. Viene,
pertanto, blasonata fedelmente l’arma come raffigurata nelle piastrelle
maiolicate o negli ovali del fregio. Ove l’arma in esame risulti difforme da
quella registrata presso gli Uffici della Consulta Araldica o pubblicata in
letteratura, oltre alla descrizione di come è raffigurata nel pavimento, viene
riportata in nota la blasonatura ufficiale con le fonti bibliografiche di
riferimento.
Frequentemente accade, infatti, che nella
raffigurazione di armi - in bassorilievi, monumenti funebri, quadri, affreschi,
ecc. - per poca attenzione e/o competenza dell’artista, o per scarsa conoscenza
della composizione ufficiale dell’arma e delle regole araldiche da parte degli
interessati, o per semplice capriccio del committente, vengano introdotte
varianti sostanziali negli smalti o addirittura delle pezze araldiche
raffigurate. Fino al punto, alle volte, di stravolgere l’arma originale
rendendola irriconoscibile o confondibile con quella di altre famiglie.
Sono raffigurate - oltre agli stemmi della
Compagnia stessa e dei quattro Sommi Pontefici, Clemente XIV, Pio IX, Leone
XIII, Pio X che ne hanno fatto parte - le armi delle famiglie: Agnese,
Amalfitani, de Angelis Effrem, Battiloro, Belli, Brancaccio, Brancia,
Calderoni, Capasso, Caracciolo (Rossi), Caracciolo (Pisquizi), Caravita di
Sirignano, Castriota Scanderbeg, Como, Coppola, Dentice, de Donato, Filo della
Torre, de Franchis, de Franciscis di Casanova, Gaetani dell’Aquila d’Aragona,
Gagliardi, Garzilli, Gattini, Giannuzzi Savelli, Guerritore, Gurgo, Imperiali
di Francavilla, Invitti, Maffei, Maresca di Camerano, Martucci di Scarfizzi,
Mascitelli di Civita Borrello, Mastelloni, Matarazzo di Licosa, di Mauro de
Capua Sanseverino, Mazzarotta, Milano Franco, Minozzi, Musitano Guerriera, de
Notaristefani di Vastogirardi, Pisani Massamormile, Sabini, Salazar, Sifola,
Spinelli, Torrusio, Viti, Zaccaria, Zampaglione, Zezza. Sono anche blasonate le
armi delle famiglie: Arditi, Bisogni, Blanch, Buonocore, Burali d’Arezzo,
Carignani di Novoli, Castiglione Morelli di Vallelonga, de Ciutiis, Cocozza di
Montanara, Gagliani, Garofalo, de Liguoro, de Luca, de Martino, Martucci,
Masola, de’ Medici di Ottajano, Messanelli, Mirelli, de Miro, Paternò di S.
Nicola, Pepe, Piromallo Capece Piscicelli, Roggiero, Ruggi d’Aragona, Sigrist,
Spiriti, de Vargas Macchuca.
“La fratellanza”. Chiude il volume il
lavoro di Mario Quarantiello, archivista paleografo diplomatico, che partendo
dagli elenchi redatti nelle varie epoche ed in maniera difforme, dal
primissimo, un pregiatissimo codice miniato del 1321 - tutt’ora conservato
nell’archivio della Compagnia - a quello del 1882, dato alle stampe dal D’Aloe,
ha ricostruito con perizia e pazienza tutti gli oltre 2689 nomi dei confratelli
di cui si ha notizia dalla fondazione ai giorni nostri. Il non facile lavoro
svolto dal Quarantiello, attraverso approfonditi e minuziosi riscontri con la
documentazione conservata nell’archivio della Compagnia ed attraverso ulteriori
approfondimenti condotti su pubblicazioni della stessa, ha permesso di
ricostruire, fra testo e note, la collocazione sociale e gli incarichi di
ciascuno.
Ne emerge il profilo di una organizzazione i cui componenti, nelle
diverse epoche, oltre a dover appartenere rigorosamente alla classe
aristocratica, ricoprivano tutti o quasi cariche e responsabilità strategiche
nella società del proprio tempo. Fra le importanti riscoperte avvenute in
occasione di questo lavoro certosino il ritrovamento dei documenti che provano
l’ascrizione alla Compagnia di S.S. Papa Pio X, beatificato nel 1950 e
canonizzato nel 1954. (E.d.F.d.C.)