RECENSIONI
LIBRI
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Blasone bolognese. Stemmi delle famiglie
nobili e cittadine di Bologna raccolti da Floriano Canetoli, Edizioni Orsini De Marzo, Milano,
2006, pp. 416, isbn 88-7531-094-7.
Si osserva come pratica di una certa diffusione la
compilazione di stemmari e “libri d’oro” cittadini proprio
allo spirare dell’Antico Regime, sorta di provvidenziale censimento in
vista delle distruzioni che i giacobini nostrani accodatisi plaudenti alle armate
del “Liberateur d’Italie”,
avrebbero scatenato contro il patrimonio araldico in molte delle nostre
città; stemmi sedimentati su edifici e monumenti a partire dal Medioevo
ridotti a facile bersaglio dei loro vandalismi, periodo storico che a Bologna ha
avuto l’attenzione del suo stesso Arcivescovo emerito il
Cardinale Giacomo Biffi che in un suo scritto ricordava la «gratuita
offesa alla città, che vide cancellato il proprio stemma, posto sopra la
grande pala che domina l’abside di S. Petronio». Tra questi
stemmari è certamente noto agli araldisti il codice bolognese conosciuto
come “Canetoli”, denominazione derivata
dal benemerito Librajo
Floriano Canetoli che dal 1791 al 1795
pubblicò la raccolta di stemmi delle famiglie bolognesi censiti
dall’abate gesuita Francesco Alessio dal Fiore collazionando i precedenti
repertori storico-araldici cittadini e, immaginiamo, indugiando
nell’analisi diretta di lapidi, affreschi, presenti su edifici e
monumenti di Bologna.
Il volume che riproduce l’esemplare di proprietà
della Familienstiftung Haus Orsini Dea
Paravicini si apre con una presentazione a cura di Niccolò Orsini De
Marzo a descriverne le caratteristiche storiche ed editoriali e prosegue
finalmente con la riproduzione integrale dei cinque tomi (divisi nei tre volumi originali in-folio
massimo) che, dopo
Le fatiche del Dal Fiore riuscirono a censire ben 3623
stemmi familiari in uso nella Bologna di fine ’700, le cifre
impressionano soprattutto per quei 2315 stemmi di famiglie Cittadinesche che, in un
capoluogo a quell’epoca popolato da settantamila abitanti circa,
testimoniano quanto fosse socialmente pacifico, diffuso e radicato
l’utilizzo degli emblemi anche nei ceti non nobili a dispetto degli
ardori anti-araldici giacobini e dei soliti luoghi comuni che ancora oggi
presumono senza fondamento storico alcuno l’araldica come pratica
esclusivamente nobiliare. Proprio quest’appello “minore” a
distanza di secoli rappresenta forse la parte più utile del Blasone bolognese avendo salvato questi
stemmi borghesi altrimenti più facili a cadere nell’oblio, nel
descriverne l’arguta fantasia compositiva dalle infinite combinazioni e
anche nell’offrire il dettaglio curioso di una sfilata di cognomi che
ancora oggi dalla città felsinea a vario titolo irrompono nella cronaca
nazionale. Se già ad una percezione immediata appare alta la diffusione
del celebre capo d’Angiò sia
negli emblemi nobili che borghesi a conferma di come questo segno risulti
davvero distintivo dell’araldica bolognese (al contrario di quello
imperiale che appare pressoché irrilevante), andando a verificarne
statisticamente la presenza si rileva che il capo angioino compare nel 38%
degli stemmi di famiglie nobili di Bologna, nel 39,7% di quelle cittadine
mentre il dato totale lo pone al 39%. Ritenendo come ragionevole l’assunzione
della maggior parte degli stemmi borghesi e, certamente, anche di una parte di
quelli nobiliari, in un periodo di molto posteriore a quello medioevale ove il
capo d’Angiò aveva una reale valenza di partitanza
guelfa, se ne potrebbe dedurre che il segno, estinte da secoli le lotte di
fazione e sfumato il suo significato originario, nel momento in cui si
componeva uno stemma ex novo venisse
liberamente assunto quasi per conformismo araldico, una sorta di così fan tutti, che attraverso il
richiamo ideale ad una lontana ed illustre tradizione araldica cittadina rendeva
all’apparenza meno nuovo uno
stemma altrimenti “troppo luccicante”, testimone di fortune -
borghesi o nobiliari che fossero - piuttosto recenti.
L’araldica del Blasone
bolognese è figlia del suo tempo, lo stile settecentesco non si fa
spesso ammirare dall’amante della bella
araldica: aquile tozze, leoni impacciati si stagliano nella consueta
mollezza degli scudi barocchi dimentichi del vigore grafico medioevale;
più a loro agio forse boree e delfini di ispirazione berniniana
mentre la ricerca dell’effetto naturalistico negli emblemi raffiguranti
fiori, alberi, boschetti o vedute agresti rimanda ad
una placida arcadia da quadretto pastorale. E tuttavia, alla fine, abituato
l’occhio, non ci dispiace quest’araldica da minuetto, che parrebbe
doversi ad un onesto incisore di provincia dai tratti sommari e naif, forse più uso ad incidere
leziose vignette e finalini per edizioni di madrigali e sonetti che severi
blasoni. L’esemplare pubblicato presenta tutti gli stemmi e i cimieri
finemente acquerellati con colori vividi, ombreggiature a definire partizioni e
figure in un insieme che ben definisce ogni stemma, e che, come osserva
giustamente l’Editore «avvicina questa non comune fatica tipografica,
in un certo senso, ad un vero e proprio codice miniato»; l’effetto
della pagina finale è certamente gradevole. Si lamenta infine
l’assenza di un indice analitico complessivo delle famiglie che
fortunatamente è sopperito dall’elenco alfabetico originario con
cui il Canetoli suddivise le famiglie nei vari tomi
che composero la sua edizione. (Marco Foppoli, AIH)