RECENSIONI

 

LIBRI

 

 

Raoul Paciaroni, Un sigillo dei signori di Pitino, Quaderno 7 del Circolo Filatelico e Numismatico di San Severino Marche, San Severino Marche 2006, s.i.p., pp. 31.

Intorno al 1930 il nonno dell’Autore (nel provare un nuovo tipo di aratro che permetteva di meglio lavorare la terra) si imbatté, nel colle sottostante ai resti del castello di Pitino limitrofo a San Severino Marche, in alcune antiche semplici sepolture che nei giorni successivi restituirono anche un po’ di minutaglia: frammenti ceramici, chiodi in ferro, pezzi di rame, anellini ed altra roba quasi tutta buttata via perché ormai inutile. Quasi tutta: fece eccezione una specie di bottone in metallo pesante, conservato gelosamente nel cassetto superiore del canterano di casa in attesa di un possibile riutilizzo su qualche cappotto. Riutilizzo che poi non avvenne: ma ciononostante la concreta saggezza contadina si dimostrò quanto mai provvidenziale giacché il piccolo manufatto, nel frattempo “acquisito” dall’Autore per onnivora curiosità giovanile e successivamente “dimenticato” fra altre cianfrusaglie, ad un esame più attento (ed alla conseguente ripulitura) si è dimostrato essere un sigillo. Per di più molto antico, e collegato ad una famiglia della piccola nobiltà locale nota alle fonti ma semisconosciuta in quanto a testimonianze materiali.

A p. 5 del fascicolo, settimo dell’agile ma sostanziosa serie di Quaderni curati dal vivace Circolo sanseverinate, l’Autore descrive il piccolo manufatto bronzeo (mm 26 x 24) e lo riproduce alla pagina successiva: un sigillo con scudo semirotondo circondato dalla legenda ·+·S GVILLIEL MALPILI· (sigillo di Guglielmo di Malpelo) che ne permette la certa attribuzione ad uno dei figli di Malpelo da Pitino, illustre soggetto della nobile stirpe feudale che dominò per decenni la terra omonima, ed il quale ebbe molta parte nelle vicende di San Severino fra ‘200 e ‘300 fino a quando un inventario del 1328 lo segnala come già defunto. Suo figlio Guglielmo, titolare del sigillo, viene viceversa testimoniato da una riformanza consiliare sanseverinate del 12 marzo 1308, e poi indirettamente da altri atti che si susseguono fino al 1349, quando questa famiglia di fede ghibellina è già irreversibilmente in declino. L’Autore conduce la ricostruzione delle vicende storiche dei di Pitino con la cura documentale e l’attenzione che gli sono note ed abituali; ventiquattro pagine dense di nomi, fatti e dati, alternate ad una bella sequenza di immagini in bianco-nero (fra cui, a p. 6, spiccano la fotografia del sigillo ed il disegno che ne riproduce lo stemma ricavato dall’impronta) e coronate da quattro pagine finali fitte di note storico-bibliografiche e di riferimenti a fonti archivistiche spesso inedite (fra cui a p. 29 è anche la menzione di un nostro lavoro pubblicato nel 1995 sul mensile Cronaca Numismatica).

Tale fortunato e fortuito ritrovamento ha quindi consentito all’Autore non solo di produrre un’accurata e documentata ricerca genealogica (che in teoria si sarebbe potuta condurre a prescindere da esso) ma anche di documentarci sul ritrovamento dello stemma dei signori di Pitino, fino ad oggi sconosciuto alla ricerca storica, invano ricercato dai principali studiosi di cose locali, e qui delineato con buona precisione (tranne ovviamente, e purtroppo, nei colori). Questo fascicolo è apparentemente semplice, apparentemente ristretto ad un tema secondario, apparentemente di limitato respiro: ma riveste il massimo interesse per chi scende alla sostanza delle cose, mettendo nella giusta luce la santa pazienza e la profonda passione profuse dall’Autore nel suo lavoro di ricerca, e le quali stavolta hanno saputo aggiungere al grande mosaico dell’araldica italiana il tassello di uno stemma inedito che sembrava scomparso nel gorgo dei secoli. E quando è la Storia a premiare in questo modo una ricerca, vuol dire che non si tratta affatto di un lavoro secondario di poco conto. (Maurizio Carlo Alberto Gorra, IAGI, AIOC)

 

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