RECENSIONI

 

LIBRI

 

 

Patrizia di Filippo, Oriolo Romano: un luogo, un simbolo, un messaggio, Roma, 2006, pp. 62, con 51 ill. b-n nel testo - s.i.p.,

La copertina a colori (una pianta del paese, tratta dal Catasto Gregoriano del 1819) di questo piccolo ma pregevole studio già di per sé lascia intuire che il compatto centro storico di Oriolo Romano (VT) ha qualcosa di diverso dal solito. Siamo nella Tuscia meridionale, terra tormentata da antichi vulcani, scavata dalle acque, vissuta da stratificate civiltà, cause generatrici di borghi abbarbicati su orografie contorte che ne condizionano la planimetria.

Oriolo fa eccezione: vie dritte, regolari, squadrate, tipiche delle città di pianura, giustapposte secondo una pianta caratteristica e particolare, tipica delle città ideali del Rinascimento. E difatti Oriolo fu ideata e creata nel 1562 su un vasto pianoro d’antica frequentazione, primo insediamento permanente dopo secoli di abituri di fortuna. L’ideatore fu un rampollo della nobilissima dinastia romana feudataria della zona, Giorgio III Santacroce, che volle porre al centro del suo nuovo paese il palazzo di famiglia, oggi noto come Palazzo Altieri per via dei successivi passaggi di proprietà (ed oggetto sia di una Visita Araldica Guidata IAGI a novembre 2005 [v. Nobiltà, 70, gennaio 2006, pp. 99-11], sia di altre iniziative culturali che hanno visto fra i protagonisti il nostro Istituto).

In questo lavoro, l’autore studia il paese delle proprie radici con la passione ed i saperi che da esse derivano, ma anche con l’occhio attento del professionista del paesaggio e con la prudenza del ricercatore. Inizialmente il testo si occupa delle vicende essenziali dei Santacroce e dell’angolo della loro genealogia più connesso con la nascita del paese, per poi proseguire e dilungarsi nel tentativo di ricostruire i probabili moventi di essa.

Il Rinascimento, erede del medioevo, fu epoca di immagini: ma, a differenza del predecessore, indulgeva ad intrecciarle con una serie molto più complessa e sviluppata di significati, tali da sfociare nel recondito e nel misteriosofico. Il Medioevo dava forma alle idee, il Rinascimento aggiungeva idee alle forme: l’apparente gioco di parole camuffa differenze significative. E il libriccino della di Filippo è giustamente un libro fondato sulle immagini: nel suo tentativo di ricostruzione ella parte proprio dall’araldica, dall’antico storico stemma parlante dei Santacroce e da quello da essi concesso nel 1570 al neonato comune. Non a caso, contenenti due simboli importanti: la croce ed il pellicano con la sua pietà. Per dipanare il filo del ragionamento senza perdersi nei meandri della fantasia (rischio sempre possibile quando si tratta di argomenti che confinano con l’esoterismo, e che per loro natura non dispongono o quasi di riscontri documentali) l’autore si affida al ricco apparato decorativo di Palazzo Altieri, ancora dovizioso di decori santacrociani abbondantemente dotati di allusioni palesi e di rimandi occulti alla Sapientia cinquecentesca, e grazie al quale riesce a cogliere numerosi, significativi e spesso inattesi parallelismi fra Oriolo Romano ed altre realtà civiche coeve non soltanto italiane, lungo un excursus grafico e simbolico che spazia dalle imprese medicee ai simboli gnostici, dalle città ideali friulane all’astronomia.

Giochi di assonanze e di rimandi continui, che dimostrano tutto senza provare niente, perché il sensato autore non vuole provare niente, non ci vuole portare verso realtà preconfezionate, ma soltanto indurci a pensare. A riflettere sul valore dei simboli e sulle assonanze che li legano fra loro, pur nella mutevolezza delle forme. A saperne ascoltare le mute voci, che da sempre parlano fra loro così fittamente che noi spesso non vogliamo o non sappiamo più capirle come si dovrebbe. A ritrovare per loro tramite il senso ultimo di quell’Amore che move il sole e l’altre stelle, per dirla con il Poeta.

Il testo viene spesso intercalato da immagini tratte da fonti d’archivio (per lo più piante e progetti urbanistici) o da fotografie di dettagli più o meno minuti degli affreschi di Palazzo Altieri (dove l’obbligata rinuncia al colore si fa purtroppo sentire) o di altri segni e monumenti, il tutto in maniera sempre adeguata e funzionale alla narrazione. Nei 32 titoli della bibliografia si segnala, fra gli altri, anche il sito Internet dell’Istituto Araldico Genealogico Italiano (che nella persona di chi scrive ha collaborato alla stesura dei blasoni di alcuni stemmi ed a sciogliere alcune questioni di simbologia). (Maurizio Carlo Alberto Gorra, IAGI, AIOC)

 

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