RECENSIONI

 

LIBRI

 

 

 

Giuseppe Doronzo, Lo stemma della città di Barletta tra leggenda, storia, arte e legge, Andria 2004, pp. 132, 81 figg. in bianco e nero e colore - s.i.p.

Questo libro, trentaduesimo della collana edita dall’efficiente Biblioteca Comunale “Sabino Loffredo” di Barletta, è il terzo della serie ad occuparsi di un argomento che ci interessa molto da vicino (e, sia detto per inciso, tutte e tre queste opere araldiche hanno visto la luce in anni recentissimi, a riprova che l’interesse verso la nostra scienza è in rassicurante, costante aumento): dopo i testi inerenti agli stemmi di famiglie della nobiltà barlettana (A. Vitrani/F. Pinto - Barletta. Stemmi di famiglie nobili, recensito su Nobiltà, vol. 56, 9/2003, p. 384), ed a quelli dei diversi regnanti succedutisi nel nostro Meridione (F. Pinto/A. Vitrani - Barletta città regia. Gli stemmi reali e la storia dal XIII al XVIII secolo, recensito su Nobiltà, vol. 62, 9/2004, p. 422), stavolta viene proposto un interessante studio sullo stemma civico della storica città pugliese.

Se dovessimo teorizzare il modo migliore per divulgare le realtà araldiche di una località, la trilogia seguita da questi testi barlettani (stemmario della nobiltà locale, dei signori dominanti, e della realtà territoriale) ci parrebbe fra le preferibili: e se dovessimo indicare la metodologia necessaria a realizzarli, quella applicata dagli attenti e puntuali autori è senz’altro degna di menzione.

Nel caso del presente lavoro sull’arma comunale di Barletta, poi, la natura della ricerca ha obbligato ad un’accurata opera bibliografica e archivistica, ed ancor più alla quasi notarile trascrizione delle fonti relative, trattandosi di ricostruire con la massima esattezza (per quanto lo permettono i superstiti materiali di studio) tutto quel che attiene alle vicende concrete ed agli utilizzi legali dell’arma barlettana. Dai testi di codici diplomatici d’epoca bizantina (il più antico risale al maggio 1089) ai comunicati stampa odierni del comune pugliese (l’ultimo a venir citato reca la data del 26.9.2003), molto l’autore ha passato al vaglio, e parecchio ce ne riporta, con l’accompagnamento d’un abbondante apparato iconografico, spesso inedito e talvolta (specie le fotografie) appositamente eseguito; spiccano, fra l’altro, le riproduzioni di stampe, di stemmi a intarsio marmoreo presenti nelle chiese locali, di fotografie d’epoca, di atti d’ufficio e pubblici, di schizzi per l’esecuzione di labari e gonfaloni. Altro grande merito va all’autore per aver saputo calare la ricostruzione della vicenda araldica nell’ambito della grande Storia, meticolosamente riassunta lungo le pagine del testo: i fatti in cui Barletta venne a trovarsi nel corso dei secoli trasformano il libro in una narrazione (quasi una cronaca) di fatti e leggende entro i quali l’arma barlettana è passata, e durante i quali è stata pubblicamente effigiata e usata.

Circa le origini dello stemma di Barletta, l’autore si fa paladino di un collegamento fra esso e le armi di Aragona, d’Ungheria, dei Carafa e dei Piccolomini: a nostro parere, però, esse sono tutte estranee a questa arma civica, a dispetto dell’indubbia ed effettiva somiglianza esteriore (labile movente, che all’arma piccolominea oltretutto manca); in attesa di prove più concrete, a noi non dispiace ricordarci della leggenda popolare secondo cui un Roberto (il Guiscardo?), nei secoli bui, dopo aver vinto un capo saraceno si sarebbe pulito la mano lorda di sangue sullo stipite di una porta in pietra bianca, lasciandovi in orizzontale il segno rosso delle quattro dita. E i resti architettonici della locale Porta Maris, o Porta Sanguinaria, oggetto di un partecipato ritrovamento nel XX secolo nel gettare le fondamenta del nuovo palazzo della Banca d’Italia, sembrano essere lì a confermarla.

Da un punto di vista scientifico, non possiamo non notare pesantezze e ridondanze descrittive nei passi in cui si scende sul lato blasonico, peraltro ben compensate dall’accurata manifattura di tutto l’insieme, e dalle abbondanti e frequenti menzioni testuali di atti pubblici e di decreti legislativi, sui quali l’autore ha fatto diligentissima opera di copista. Fra questi ultimi, spiccano alcune note e risposte dell’Ufficio Araldico della Presidenza del Consiglio dei Ministri circa quesiti da lui appositamente avanzati durante la stesura del lavoro, utili soprattutto a chiarire aspetti generali della situazione dell’araldica civica odierna in Italia. A tal proposito, sono degni di nota i contenuti delle pp. 81-83, ove si riporta il parere di detto Ufficio circa i presunti effetti abrogativi dell’art. 274 del D.L. 267/2000 nei confronti degli artt. 31 e 32 del R.D. 651/43, unica e ultima fonte legislativa araldica rimastaci (assieme al Regolamento Araldico meglio noto come R.D. 652/43, ed esteso lungo 128 articoli di tecnica araldica i quali, pur nei limiti a tutti noti, godono al momento di piena vigenza). (Maurizio Carlo Alberto Gorra, IAGI)

 

 

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