Francesco Campennì, La
patria e il sangue: città, patriziati e potere nella Calabria moderna,
Manduria-Bari-Roma (Piero Lacaita Editore), 2004, pp. 532.
A fine giugno di quest’anno 2005, camminando per Tropea, mi è
capitato di acquistare la monografia su città e patriziati calabresi nell’Antico
Regime di Francesco Campennì. Dopo averla scorsa mi sarei arrogato (falsamente)
il compito (sincero) di dare avviso dell’esistenza di tale lavoro a tutta una
serie di amici o parenti studiosi che dell’esistenza stessa di tale monografia
non avevano ricevuto notizia, pur essendo il volume uscito già da qualche
tempo.
Questo preamboletto serve a
dire quanto chi scrive queste righe sia entusiasta
del lavoro di Campennì, spiegando nel contempo il perché. È presto detto, anche
se devo anzitutto chiarire che finora credo di aver incontrato personalmente
Campennì solo una volta, tanti anni fa, a casa dei cugini Nico e Simonetta
Taccone di Sitizano, in una serata in cui si festeggiava la presentazione del
terzo volume del Settecento Calabrese
di Franz von Lobstein.
Premettiamo che Campennì è
scrittore di grande capacità e di singolare limpidezza
formale e sostanziale. Non è da tutti pubblicare nella “Rivista Araldica” del
1994 un lungo e documentato saggio sull’estinta
famiglia Campennì patrizia di Tropea resistendo alla tentazione di giocare o
interpolare con il proprio cognome, anche se è cosa acclarata che i Campennì di
cui alla famiglia dell’autore sono presenti a Nicotera (non lontano da Tropea)
a partire dal secolo XV.
Dunque, l’indagine storica di
cui alla presente monografia di Campennì - che oggi collabora alla cattedra di
Storia Moderna dell’Università della Calabria con Marta Petrusewicz (tutti ne
ricorderanno il bellissimo lavoro sul latifondo Barracco), qui autrice della
prefazione, - si snoda lungo la grande tematica che definiremo dell’effettivo quantitativo di autogoverno delle
Universitates civium calabresi
nell’Antico Regime.
Usando strumenti di analisi e
di riflessione presi in prestito dalla storia locale, dal diritto, dalla
migliore tecnica storiografica, dalla sociologia e dall’antropologia culturale,
Campennì fa piazza pulita - una volta
per tutte - di tutti gli errori, i dilettantismi e i luoghi comuni fomentati
lungo almeno un secolo e mezzo da moltissima modesta dottrina di autori che
furono all’origine (o conseguenza) della parte meno convincente della
giurisprudenza nobiliare della Consulta Araldica del Regno d’Italia, in troppo
larga parte confluita, da massimario a massimario, in quella tuttora in uso
presso la Lingua d’Italia dell’Ordine di Malta (è sempre un errore di metodo
effettuare un rinvio - fisso, avrebbe
forse detto la dottrina - al corpus
di un ordinamento cessato e dunque “congelato” senza che sia offerta qualche
modalità per il continuo e fisiologico rinnovamento ed aggiornamento critico
dello stesso). In altri termini, completando ed anche portando a sintesi la
fatica di numerosi autori di cose calabresi e napolitane che in questi anni hanno lavorato su singoli contesti
territoriali (uno fra tutti: Franz von Lobstein, già ricordato maestro),
Campennì riscrive il profilo generale della storia dei sedili patriziali del
Regno di Napoli documentando il caso calabrese. In particolare, spiegandone
adeguatamente le ragioni della relativa formidabile litigiosità esterna ed interna,
ne svela le matrici di faziosità intorno cui si sono costruiti nel tempo solidi
- fin qui, ma spero mai più, - e negativi luoghi comuni. Capiamo allora perché
i governatori feudali guerreggiavano con i nobili di sedile e viceversa, perché
i vecchi patrizi mortificavano i nuovi, perché fu portato a conseguenze estreme
quanto irreali il distinguo fra piazze chiuse ed aperte e, peggio, fra
patriziati di città demaniali e di città infeudate. Ma soprattutto, dalla
lezione di sintesi di Campennì capiamo che - ora come allora, e come diremmo
oggi, - il paese reale era ben diverso dal paese legale. E chi scrive, avendo
fra i propri diretti antenati, per esempio, quel D. Marzio Varano U.J.D. che
nel 1769 fu tra i promotori della causa di rivendica della demanialità promossa
dall’Università di Monteleone, non può non applaudire fragorosamente. In una
e-mail indirizzatami il 26 luglio scorso, Campennì così sintetizza il senso
della sua opera; dichiara di essere interessato soprattutto alla
“considerazione dell’abbattimento di antichi steccati storiografici, come l’uso
dei termini nobiltà e borghesia, spesso adoperati in maniera anacronistica, e
la constatazione della ‘diffusione’, ben oltre il ceto feudale, del concetto di
nobiltà”. Dice inoltre: “sulle seconde piazze, e ancor di più sulle prime, il
mio parere è che non vada abusato il termine ‘borghesia’, anche se sono
convinto del fatto che la ‘nobiltà’ delle seconde piazze non fosse riconosciuta
- almeno da parte del diritto amministrativo locale - come valida in assoluto
nella società - come si può dire per i patrizi di prima piazza - ma
riconoscibile solo nel contesto - ampio e variegato - del ceto popolare, sia
pure come precondizione di un passaggio di status”. Le raffinatezze dell’autore
vanno oltre. A colpi di fioretto - ed in uno splendido italiano, fatto non
banale, - ragiona impeccabilmente sul significato generale di espressioni come ceti e classi dirigenti; dice appropriatamente - come accennato - sui civili ed onorati del popolo che tutto furono meno che borghesi, ma ceto
medio, sovente di transizione; gira un documentario mirabile sulle ritualità
dei costumi, dei modelli comportamentali, sulle percezioni, sul valore degli
oggetti, degli immobili e dei simboli. E ancora: ecco finalmente un autore che compara
la società napolitana con quella
coeva spagnola. Chi può chiedere di più?
A
parziale difesa del mio entusiasmo per il lavoro in argomento non posso che
addurre i seguenti argomenti che il lettore vorrà utilizzare per mettere
adeguata tara alle proprie valutazioni su quanto vado dicendo: [1] devo
considerare Campennì una sorta di parente per via della consanguineità con mia
moglie che transita attraverso i Marzano e si sa che almeno verso i terzi i
clan calabresi fanno quadrato, salvo magari combattersi in tremende guerre
intestine; [2] Campennì ha la bontà di citare qua e là un mio lavoro cofirmato
con mio cognato Giuseppe Santulli, lasciandomi non poco lusingato; [3]
l’impostazione della tesi interpretativa generale di Campennì concorda appieno
con quanto - in forma ben meno strutturata - ho cominciato a scrivere e
pubblicare a partire dal 1983. (Francesco
Morabito)