RECENSIONI

 

LIBRI

 

 

 

Michele D’Andrea - Fabio Cassani Pironti, Vestire gli Onori, Roma, Editrice in.edit, 2005, pp. 416, oltre 1.200 illustrazioni a colori, (info@vestireglionori.it)

Finalmente, l’editoria italiana ha creato un prodotto capace di superare le tante lacune della bibliografia onorifica, ora gli studiosi, ma, soprattutto, gli insigniti hanno a disposizione il primo strumento che dice tutto, ma proprio tutto, quello che c’è da sapere tecnicamente sulle decorazioni cavalleresche della penisola italiana.

Vestire gli Onori, è un libro per molti versi originale. Non si tratta, diciamolo subito, di un’ennesima storia degli ordini. È, invece, un manuale tecnico, privo di ogni intento evocativo legato alle suggestioni storiche, al richiamo di un lontano passato, alla continuità di istituti e dinastie. Qui si mostra l’attualità, vale a dire ciò che è oggi legittimamente conferito o autorizzabile (in accordo con la legge 3 marzo 1951, n. 178), nel territorio della Penisola italiana, in una duplice prospettiva: presentare l’intero corpo delle insegne cavalleresche in senso lato «italiane» e prescrivere il corretto uso delle insegne stesse, con ogni tenuta ed in ogni circostanza. E come in ogni manuale che si rispetti, il testo è distribuito con sapiente moderazione, soltanto laddove è necessario, perché, in fin dei conti, è l’immagine lo strumento migliore per far capire.

Alla suggestione del passato e delle idealità si è preferita, insomma, la suggestione concreta degli oggetti, che trovano la loro ragion d’essere, in fin dei conti, nel momento in cui sono tolti dalla loro custodia. Allo stesso modo, la rappresentazione dell’abbigliamento onorifico privilegia, anzitutto, la chiarezza: modelli grafici d’immediata comprensione che riproducono le tenute civili, militari, ecclesiastiche, diplomatiche e cavalleresche in vigore.

Nessuno dei manuali italiani sulle onorificenze è aggiornato e quindi era veramente opportuno un ulteriore titolo che ha dietro alle spalle un notevole sforzo editoriale. Vestire gli Onori, infatti, riesce a superare in un solo volume almeno quattro lacune. La prima riguarda la completezza, nel senso che iniziative editoriali del passato, anche pregevoli, si erano arrestate entro i confini della monografia: Ordine, Stato, Casata. Nel manuale appena uscito, invece, il lettore troverà l’intero panorama degli ordini conferiti nel territorio, in senso lato, italiano, con ciò intendendo la Repubblica Italiana, la Repubblica di San Marino, la Santa Sede, il Sovrano Militare Ordine di Malta, nonché gli ordini detti “dinastici-non nazionali” provenienti dal patrimonio premiale degli stati preunitari che sono stati ritenuti potenzialmente autorizzabili, torneremo.

La seconda lacuna risiedeva nell’aggiornamento. Era impossibile, in altre parole, individuare l’attualità dell’esistente, soprattutto dopo i numerosi cambiamenti avvenuti negli ultimi dieci anni, e non solo in ambito “familiare-dinastico”. Basti pensare al recente rinnovo delle insegne dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, dell’Ordine della Stella della Solidarietà Italiana, dello stesso Ordine di Malta che, nel 1997, ha introdotto ulteriori classi all’interno del ceto di Obbedienza e di cui non esisteva, sino ad oggi, alcuna traccia iconografica. Un aggiornamento ad horas, visto che, parlando con gli autori, abbiamo appreso che la stampa è stata bloccata per accogliere un nuovo formato dell’O.M.R.I. stabilito il 15 febbraio di quest’anno.

La terza lacuna stava proprio nella rappresentazione. Le opere di carattere generalista mostravano, in ogni caso, il limite di un’iconografia obbligatoriamente ristretta e parziale, nella quale immagini non sempre nitide si alternavano ad illustrazioni pittoriche o addirittura a disegni. Qui, invece, al tradizionale impianto fotografico è stato preferito un raffinatissimo e complesso disegno al computer, che consente la lettura dei particolari più minuti con un impressionante effetto realistico. Il risultato è un monumentale corredo di ventiquattro ordini, rappresentati in scala 1:1, declinati in tutte le classi e formati, al maschile ed al femminile.

L’obbiettivo della migliore rappresentazione, in un manuale che deve anzitutto descrivere, sarebbe già sufficiente a premiare la scelta adottata dagli autori e dall’editore. Ma c’è dell’altro, come ogni cultore della materia sa bene: a) non tutte le decorazioni effettivamente in uso corrispondono a quelle descritte negli statuti; b) non tutte le decorazioni descritte negli statuti sono state tradotte in conio; c) non tutte le decorazioni attualmente conferite sono materialmente disponibili per essere fotografate.

Basterebbe questo a definire lo scenario onorifico della penisola italiana come un terreno d’indagine accidentato ed insidioso. Soltanto da poco - per tornare al recente rinnovo delle insegne di due ordini della Repubblica Italiana - si è superato, nel linguaggio tecnico e nella descrizione normativa, quell’approssimazione che ha caratterizzato la legislazione onorifica degli ultimi cinquant’anni. Prendiamo, ad esempio, le rosette dell’OMRI. prima della riforma del 2001, non previste nello statuto del 1951 e realizzate in quasi totale autonomia dai fabbricanti di decorazioni, costretti a soddisfare le esigenze del mercato. Si pensi, ancora, agli ordini della Santa Sede, aperti alle donne nel giugno del 1996, con un provvedimento che si limitava a definire, genericamente, la foggia delle insegne femminili «simile» a quella maschile.

Non sempre, inoltre, sono disponibili in immagine i risultati delle innovazioni statutarie. Oltre a Malta, di cui si è già fatto cenno, ricordiamo gli Ordini oggi autorizzabili di Santo Stefano e di San Giuseppe, della Casa Asburgo-Lorena Toscana, gli Ordini Costantiniano e di San Lodovico della Casa Borbone Parma, di cui non esisteva un repertorio illustrato completo.

La grafica computerizzata ha così superato le lacune iconografiche. Agli autori, naturalmente, il non facile compito di riannodare i fili delle vicende di ciascuna decorazione, dalla definizione statutaria sino all’oggetto fisico oggi acquistabile in un negozio specializzato. Hanno proceduto con fatica, comparando ed esaminando, interpellando gli uffici alla ricerca di un’interpretazione autentica, applicando il criterio analogico. Quando è sembrato necessario, la foggia delle decorazioni è stata indicata dai Gran Magisteri.

Si tratta, in ogni caso, di un contributo di dottrina affrontato con il massimo rigore e che costituisce un punto di riferimento certo e autorevole.

Anche il Patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri che, come è stato sottolineato dal Capo del Cerimoniale di Palazzo Chigi, Massimo Sgrelli, nel corso della presentazione del volume, è concesso assai raramente, conferisce a Vestire gli Onori un’altissima connotazione di apprezzamento istituzionale.

E veniamo all’altra grande novità di Vestire gli Onori: l’ampia sezione dedicata all’uso delle decorazioni con le tenute civili, militari, diplomatiche, ecclesiastiche e cavalleresche attualmente in vigore. Entriamo, per la prima volta, in un campo mai prima d’ora trattato con una simile minuzia e con altrettanta chiarezza, merito, senz’altro, dei circa cento figurini a colori che risolvono ogni dubbio. C’è un punto, però, che emerge dall’esame delle pagine, un indizio fornito dagli autori che pone l’annosa questione, non solo tecnica ma anche sociologica e antropologica, del rapporto fra l’insignito e le decorazioni.

Sappiamo tutti che il mondo cavalleresco è ben fornito di regole, scritte o consuetudinarie, ma sappiamo altrettanto bene che la loro violazione è frequente, persino negli ambienti che vivono le decorazioni come un fatto quotidiano. Il più delle volte si tratta di un difetto di conoscenza, che si estende, purtroppo, anche agli uffici delegati a trattare la materia. Nel caso dell’Italia, non si può non rimpiangere l’abdicazione, avviata all’inizio del secondo dopoguerra, alla creazione di un’architettura araldica repubblicana che preservasse, rinnovandola alle mutate esigenze, la straordinaria forza ideale e l’eleganza formale del millenario patrimonio simbolico della penisola. Così, per almeno quarant’anni, si sono creati stemmi militari di bassissimo pregio, brutti distintivi e, soprattutto, una produzione di medaglie e di onorificenze scadenti.

Non che mancassero i riferimenti o i modelli ispiratori: le opere dei grandi creatori italiani fra la fine dell’800 e i primi decenni del ‘900 sono amorevolmente custoditi nella collezione della Zecca di Stato. Semplicemente, non se ne fece ricorso, preferendo imboccare il cammino della rappresentazione naïf che brutalizza la bellezza e la dignità dell’oggetto, al quale occorre, per farsi simbolo, una lettura suggestiva in grado di evocare vari livelli di percezione.

Orfana di una classe di specialisti e di custodi del rigore, sorda agli ammonimenti di chi auspicava un ritorno alla tradizione, l’Italia ha seguito l’abbrivio della cancellazione progressiva di una certa memoria collettiva, i propri segni istituzionali e, naturalmente, la percezione della condizione onorifica individuale e del linguaggio sociale degli insigniti. Soltanto da poco, grazie all’azione di un Capo dello Stato coraggioso, stiamo faticosamente risalendo la china, con tutte le contraddizioni di un cammino lento e scabroso.

Dicevamo della contaminazione del linguaggio onorifico, conseguenza naturale di due fenomeni. Anzitutto, il progressivo inaridimento del valore ideale della concessione, fortissimo nella monarchia, fisiologicamente meno pregnante nella repubblica. L’effigie del sovrano (o, nel caso delle insegne cavalleresche, i riferimenti dinastici) costituiva, infatti, la manifestazione visibile e inequivocabile della fons honorum. E se l’effigie mutava, svolgendo anche un prezioso indicatore cronologico, il senso di continuità permaneva nell’identità del nastro. Nel nostro sistema repubblicano, l’emblema dello Stato non ha mai esercitato, al di là delle considerazioni di carattere estetico, la medesima valenza attrattiva. Di qui, una sensazione di freddezza e di distanza che si riflette anche nei coni delle decorazioni.

Il secondo fenomeno riguarda, invece, la rarefazione delle tenute più formali e la perdita di una familiarità con la combinazione abito-decorazioni, la cui conoscenza costituiva l’indispensabile corredo di chiunque volesse far parte dei gruppi sociali di riferimento. Oggi, l’abito da sera si è ridotto allo smoking, di origine non cerimoniale e, per questo, teoricamente non legittimato a portare segni di benemerenze acquisite. Così, la progressiva perdita del linguaggio comportamentale, che segnalava l’appartenenza ad un gruppo sociale ben definito, ha prodotto norme prive di qualsiasi potere sanzionatorio, fra le quali chiunque è autorizzato a muoversi come meglio crede senza timore della riprovazione collettiva, l’arma più potente per decretare l’esclusione da un consesso di simili.

Ed è proprio la sostanziale impunità ad aver favorito il percorso psicologico dei tanti che si ritengono, in un certo senso, al di fuori delle regole e che considerano le onorificenze come un mero strumento di ostentazione personale. Si tratta di un errore anzitutto concettuale, perché attribuisce un alto grado di discrezionalità ad un mondo regolato, al contrario, da un’architettura rigida, che individua i suoi membri proprio attraverso il segno dell’uniformità.

C’è un detto in araldica: «chi più ha, meno ha», che si riferisce all’evoluzione degli stemmi. Quelli più antichi e illustri erano caratterizzati da un’estrema semplicità nelle partizioni, nei colori e nelle figure, in contrasto stridente con l’esasperato barocchismo di certe armi recenti, nelle quali la dignità sembrava dover esigere blasoni complessi e affollati.

Allo stesso modo, il principio che dovrebbe regolare il mondo cavalleresco è quello della sobrietà, ossia l’antitesi della ostentazione. Annota Ugo Pesci ne I primi anni di Roma Capitale: «Quando fummo a Palazzo Odescalchi, ne vedemmo uscire il Presidente del Consiglio [Marco Minghetti], stato a pranzo all’ambasciata Russa. (…) Era una serata tiepida: l’onorevole Minghetti aveva il soprabito sbottonato; gli si vedeva a tracolla la fascia di un ordine russo, e di sotto la cravatta bianca gli pendeva il collare dell’Annunziata. (…) Quando arrivammo verso Piazza Colonna, dove c’era più gente, abbottonò il soprabito e tirò su il bavero, per non far mostra delle decorazioni.» Ecco, lo statista Minghetti, il Presidente del Consiglio Minghetti, il Collare dell’Annunziata Minghetti mostrava di aver compreso la differenza tra mostrare e ostentare, meglio di quanto facciano oggi personaggi assai meno illustri.

Scorrendo Vestire gli Onori, invece, tutto conduce alla sobrietà. La giusta sobrietà, aggiungiamo noi, che tiene conto dell’occasione e dell’opportunità e che guarda, in ultimo, ad un’armonia nel vestire che traduce naturalezza, stile e disinvoltura.

Un’ultima considerazione, per noi fondamentale. Questo volume considera soltanto gli ordini che si fondano su di una continuità storico-giuridica piena e inequivocabile. Mentre per gli ordini statuali - Repubblica Italiana, Repubblica di San Marino, Santa Sede e Sovrano Militare Ordine di Malta - non esistono problemi interpretativi, la questione degli ordini che vengono detti “dinastici” è assai più complessa e, in un certo senso, più insidiosa. Anche per questo, gli autori hanno adottato un criterio restrittivo, limitando l’indagine alle Case già regnanti in Italia dal Congresso di Vienna (in accordo con i principi della Commissione internazionale permanente per lo studio degli Ordini cavallereschi) al 1946 e considerando, di queste, soltanto gli istituti che appaiono, oggi, potenzialmente autorizzabili nella Repubblica Italiana, che possiede almeno il merito di prevedere la normativa più rigida, almeno in via teorica. Attenzione, però, che l’eventuale autorizzazione non significa per nulla l’automatico riconoscimento, Le autorizzazioni, sempre a carattere individuale e sempre rilasciate sulla base dei requisiti del richiedente, possono essere concesse, sospese o addirittura revocate.

Fin qui il dettato giuridico che, insieme con la ben nota legge del 1951, appare senza dubbio certo, univoco e oggettivamente comprensibile. Eppure, è di appena qualche mese la notizia di un sedicente principe dell’Epiro elargitore di diplomi, commende e titoli con una disinvoltura che sorprende non tanto per le indubbie qualità suggestive del protagonista, quanto per la dabbenaggine dei numerosi beneficiati. In altre parole, l’Italia del duemila guarda al panorama cavalleresco e nobiliare con la stessa avidità dei tempi passati e pur di saziare il proprio appetito onorifico sono in molti ad intraprendere i percorsi più improbabili e creativi.

«Ordine di Sant'Uberto di Lorena e di Bar, Ordine della Santissima Trinità ([1]), Ordine Militare e Ospedaliero di Santa Maria di Betlemme (…), Ordine della Concordia, (…) Ordine Militare di San Giorgio di Antiochia e della Corona Normanna di Altavilla, Cavalieri di Betlemme, Ordine di Gesù in Giappone, Ordine di San Giorgio di Carinzia, e gli Equites Pacis, l’Ordine Militare dei Cavalieri del Soccorso, l’Ordine Capitolare dei Cavalieri della Concordia. Basta, per carità!». Così il deputato Luigi Gasparotto, nel corso del dibattito in aula che avrebbe portato, nel 1951, all’istituzione dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, ma sono parole che risuonerebbero straordinariamente attuali anche oggi, dinanzi al prosperare di un mercato indubbiamente florido e lucrativo basato sul nulla. Si pensi soltanto, ad esempio, all’affaire dell’Ordine della Corona di Ferro, che ha posto in serio imbarazzo alti esponenti istituzionali e lo stesso Ministero degli Affari Esteri.

Su questo punto Vestire gli Onori è giustamente inflessibile. Ciò che è presente nel volume è non soltanto potenzialmente autorizzabile, ma è anche socialmente credibile. Una scelta di rigore confermata dalle conclusioni cui è pervenuta la speciale Commissione consultiva, creata presso il Cerimoniale della Farnesina, che ha consegnato i propri lavori nel febbraio ([2]).

Ecco, dunque, gli “ordini dinastici non nazionali” ritenuti dagli autori legittimi per origine e continuità di conferimenti: Sacro Militare Ordine di Santo Stefano Papa e Martire e Ordine al Merito sotto il Titolo di San Giuseppe (Casa Asburgo-Lorena); Insigne e Reale Ordine di San Gennaro e Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio (Casa Borbone Due Sicilie); Sacro Imperiale Angelico Ordine Costantiniano di San Giorgio e Ordine al Merito sotto il Titolo di San Lodovico (Casa Borbone-Parma); Ordine Supremo della Santissima Annunziata e Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro (Casa Savoia). Manca, come si può notare, l’Ordine dell’Aquila Estense, proprio per l’assenza di un requisito, quello della continuità concessiva, che è assente da più di mezzo secolo.

Siamo lieti di salutare un’opera scientificamente rigorosa, esteticamente raffinata e, soprattutto, di grandissima utilità. Un libro, insomma, da consultare spesso e non da lasciare in bella mostra sullo scaffale della libreria. (pfdu)

 

 

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[1] Qui non si intende l’Ordine della SS. Trinità concesso dalla Casa Imperiale d’Etiopia.

[2] Della quale era presidente Aldo Pezzana, vice presidente Alberto Lembo, e componenti Paolo Boncompagni Ludovisi, Neri Capponi e Gustavo Figarolo di Gropello.