G. Lettini, Acerenza e i
suoi Vescovi, Edizioni curia Arcivescovile, Acerenza 2001, pp. 191.
Nel vasto panorama degli studi moderni
sull’araldica, le sequenze degli stemmi dei Vescovi succedutisi alla guida di
ogni singola diocesi costituiscono senz’altro uno tra i filoni di ricerca più
promettenti per l’immediato futuro. La loro valorizzazione, finora ristretta in
un ambito locale ove da decenni sono oggetto di cure sempre volenterose ma
troppo spesso ingenue, meriterebbe al più presto di passare dall’entusiasmo,
schietto ma zeppo di limiti, dell’araldica fai-da-te, ad un approccio
più scientifico verso l’argomento, che tante e positive conseguenze avrebbe per
la scienza del blasone.
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Passo preliminare di questo affascinante
viaggio resta comunque la divulgazione, ovviamente basata sulle testimonianze
tuttora disponibili e sugli studi fino ad oggi effettuati: in tal senso, la
pubblicazione di stemmari diocesani è quindi sempre e comunque la pietra
miliare su cui fondare ogni altra futuribile valutazione.
Questo è il valore del libro su cui ci
accingiamo a parlare, la cui stesura è
oltretutto tangibile frutto dell’entusiasmo che ancora guida lodevolmente, a
livello locale, tale genere di studi. Entusiasmo reso ancor più vivido dal
temperamento della località interessata, la potentina Acerenza, celebre perla
del nostro Meridione, ove la Curia Arcivescovile in prima persona ha curato
questa silloge sui 102 prelati che ne hanno finora retto la Diocesi. A partire
da Romano, il primo cui le fonti accennino (III-IV secolo), e fino a Mons.
Michele Scandiffio (al quale l’opera è devotamente dedicata), il libro
succintamente fornisce per ognuno un breve cenno storico-biografico e la
riproduzione dello stemma. Queste ultime sono tratte da una notevole serie di
86 pannelli lignei decorati a finta tarsia e dipinti a colori pastello, curata
dalla prof.ssa Margherita Iannello e verosimilmente posta in doverosa evidenza
presso qualche ambiente della locale Curia.
Purtroppo,
su quest’aspetto il testo è muto, come pure lo è sulle fonti dalle quali
l’Autrice ha tratto spunto per il suo lavoro: certamente però fra esse vi sono
delle stampe d’epoca in quanto, nel caso degli Arcivescovi Domenico e Giovanni
Battista Spinola (attivi fra 1631 e 1665) dentro lo stemma sono state
pedissequamente riportate le lettere che, all’epoca, ne indicavano i colori.
La
qualità globale dei disegni è comunque di buon livello: nitidi, leggibili e ben
curati, pur indulgendo un po’ troppo verso le tinte pastello si segnalano per
la globale correttezza, che oltretutto suona a indiretta conferma della bontà
delle fonti.
Ulteriore prova della serietà dell’opera
viene dal fatto che bisogna arrivare al termine del XII secolo per trovare
stemmi che riempiano gli scudi fin’allora lasciati vuoti (se si eccettua quello
di Arnaldo, attivo fra il 1066 ed il 1101, primo a vedersi concedere l’uso del
pallio, e quindi forse per questo motivo risarcito in epoca barocca dello
stemma che molto probabilmente mai ebbe).
L’intero
libro è l’evidente frutto di un lavoro concepito per l’occasione, privo della
pur minima menzione di fonti d’epoca e condotto con evidente passione e
rispetto per il passato; in quest’ottica, non sorprende la pur spiacevole
assenza dei blasoni dei singoli stemmi, sui quali gli estensori evidentemente
han lasciato che una lodevole prudenza prevalesse sull’immodestia di
descrizioni improvvisate.
I lettori si attendano quindi di trovare in
questo testo non un trattato scientifico di araldica, ma un accurato insieme di
testimonianze amorevolmente raccolte e correttamente trattate, in modo da
risultare fruibili quasi come le fonti originarie, ma senza le relative
difficoltà di reperimento.
E si tratta davvero di cosa da non poco
conto, anzi rara nell’ambito della divulgazione storica. Sarebbe un sogno se
ogni Diocesi potesse disporre di un compendio araldico sul genere di questo: ne
saremmo tutti assai lieti, oltre che culturalmente più ricchi. (Maurizio
Carlo Alberto Gorra)