RECENSIONI

 

LIBRI

 

 

R. Viel, Le origini simboliche del blasone, e F. Cadet de Gassincourt/B. du Roure de Paulin, L’ermetismo nell’arte araldica, Parigi, 1972 (versione italiana Roma, 1998) edizioni Arkeios, v. Flaminia 109 - 00196 Roma - tel. 06.3235433 pp. 320 - 105 illustr. b/n.

     I nostri affezionati Consoci, i più fedeli dei quali ci seguono ormai da oltre un decennio, sanno bene in che modo l’Istituto Araldico-Genealogico Italiano si pone nei confronti delle scienze documentarie della storia e, quindi, dell’araldica: impregnato di attento e sano realismo, e improntato ad un approccio moderno e scientifico verso di esse, lo IAGI in generale (e chi vi scrive in particolare) nutre un sostanziale scetticismo circa chi ritiene di ridurre tali scienze ad un argomento misteriosofico, o ad un trampolino di lancio verso voli pindarici di qualsiasi natura. La simbologia è una cosa seria, e troppi ne abusano, convertendola nella comoda scusa con cui cammuffare la superficialità o l’ignoranza con cui affrontano le nostre materie.

     Rebus sic stantibus, molti si sorprenderanno di questa recensione di una coppia di libri a tema simbolico-ermetico, e si meraviglieranno nel sapere che chi scrive è sinceramente entusiasta delle ipotesi da essi prospettate. Il perché è presto detto: questi libri non partono da uno o più stemmi per ricamarci sopra chissà quali cosmogonie, bensì al contrario prendono le mosse dal mondo simbolico medievale (a sua volta ben radicato nell’ancor più vasto arcipelago simbolico dell’antichità) per vedere in che modo, al suo interno, alcuni di tali simboli si siano pian piano traslati nei colori e nelle figure che ancor oggi usiamo e studiamo in araldica. Dobbiamo ringraziare l’Editore, particolarmente versato nel filone degli studi iconografici e simbologici, e tradizionalmente attivo nella divulgazione di ponderati e profondi testi su tali materie, se di questi due libri ha finalmente visto la luce un’attenta traduzione in italiano,dopo quasi un trentennio dalla versione originale francese (che il Viel editò nel 1972, comprendendo in essa il testo di Gassincourt e Paulin risalente al 1907): pur non essendo inediti, e quindi potenzialmente già noti ai nostri studi, essi presentano la notevole novità di essere stati tradotti in italiano sensatamente ed a cura di un’unica mano, il tutto sotto l’egida di un Editore digiuno di araldica, ma la cui serietà ed autorevolezza in materia di simboli sono fuori discussione.

     Tutto ciò viene ribadito dall’assenza di prefazioni, preamboli o commenti, il che mette la traduzione del testo a piena e diretta disposizione dell’intelligenza e del grado di conoscenza del lettore: con gesto filologicamente impeccabile, il contenuto grezzo ed integrale dei due lavori è quindi sotto l’immediata attenzione dello studioso.

     Inoltre, la presenza di un’unica mano traduttrice ne ha, per così dire, omogeneizzato la stesura, favorendo la scorrevolezza nel leggerli: quindi essi, già accomunati dalla medesima matrice simbologica, appaiono quasi le due metà di un unico lavoro, alle quali però la sensibile versione italiana si è calibrata con l’attenzione necessaria a sottolineare i diversi stili di scrittura ed i diversi oggetti di studio. Nell’insieme, entrambi i testi lasciano riflettere sull’aridità dei nostri sistemi simbolici odierni, al paragone di quelli antichi; ed ancor più amara è la constatazione su come il nostro mondo sia diventato incapace di vedere al di là delle evidenze.

     Leggere questo libro significa soffermarsi su pagine che evitano i levigati e taglienti fili del razionalismo, preferendo scorrere fra le impalpabili trasparenze di nessi e di richiami carichi della forza e della prepotenza dei simboli ancestrali, saldamente radicati nell’animo dell’uomo, prima che nelle sue abitudini. La densità e la natura di queste opere rende praticamente impossibile riassumere in poche righe la ricca qualità dei concetti, espressi (e sovente sottintesi) secondo una concatenazione coerente con le cristalline conseguenze delle forze primordiali, piuttosto che con il freddo raziocinio della logica, e che sta al singolo lettore sondare, verificare ed apprezzare secondo le proprie conoscenze e le proprie sensibilità.

     É comunque senz’altro più semplice dire che il primo dei due libri si sofferma sul periodo in cui visse Goffredo Plantageneto (al quale è dedicata la copertina, tratta dal celebre smalto di Le Mans), epoca i cui fermenti sociali favorirono il depositarsi di simboli già esistenti sui nuovi scudi militari in una forma che, col tempo, diverrà quella dell’attuale scienza araldica. Il secondo, invece, esordisce con la constatazione (amara, ma quanto mai vera!) che gli araldisti di oggi hanno perso nozione dell’origine e delle primigenie motivazioni di quasi tutti gli stemmi oggetto dei loro studi, e nel corso di 144 densissime pagine fornisce sia la spiegazione di numerose armi (celebri e non), sia una chiave per dedurre il significato originario di ancor più altre. In ambo i casi, salta subito all’occhio dello studioso la qualità e la quantità delle citazioni araldiche, sempre valide e calzanti, sia nel testo che a cura del traduttore: perla rara, quest’ultima, e pertanto fulgida nel plumbeo panorama delle versioni italiane di testi stranieri sulla nostra materia.

     Questi testi fanno parte di un genere che non ammette vie di mezzo: o si approvano, o si respingono. Per lettori dal temperamento razionale, sarà difficile condividere la validità delle tesi esposte; per altri di spirito più aperto, sarà altrettanto complicato contestarle. Di certo, queste pagine possono comunque facilitare le risposte ad alcuni dei dubbi che più coinvolgono gli studiosi, come ad esempio perché negli stemmi siano così frequenti i leoni (il che è storicamente sfociato nel noto paradosso “chi non ha stemma, ha un leone”), ed a dispetto del fatto che in natura essi manchino alle nostre latitudini; oppure, per quale somma di motivi il fenomeno in seguito definito araldica sia sorto proprio nell’Europa centrale dell’XI secolo, quasi all’improvviso ma con una forza espressiva tale da dominare lungo i secoli successivi per l’intera cultura occidentale. Ovviamente, dati i silenzi e le lacune delle fonti d’epoca, su queste pagine si espongono deduzioni e ragionamenti, e non certo documentazioni e prove di fatto; è del resto impossibile per chiunque riuscire a dimostrare una genesi dell’araldica fondata su testimonianze probanti, cosa peraltro comune alla stragrande maggioranza dei passaggi cruciali della vita sociale.

     A soddisfazione degli araldisti, va inoltre sottolineato che lungo tutte le pagine scritte da Gassincourt e Paulin si dipana una continua e ricca mole di blasoni eterogenei di famiglie e personaggi di tutto il mondo, riccamente variati, ben redatti, sparsi a piene mani nel testo in funzione dello svolgersi dei concetti esposti, e soprattutto sapientemente interpretati nelle motivazioni originarie. Peccato che tanta dovizia blasonica non sia sorretta da un indice dei nomi, che nemmeno l’ottima traduzione italiana ha saputo prevedere. A fronte di tanto, diventano assolutamente veniali i pochi refusi (a p. 92, una didascalia parla di “acquile”; a p. 214, la figura n° 15 è palesemente rovesciata, mentre a p. 172 viene invece usata in forma regolare ma a puro scopo decorativo). (Maurizio Carlo Alberto Gorra)

 

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