Gabriele Bernardelli – Emanuele Colombo – Luca Marcarini, Stemmario Episcopale Laudense,
Capitalo della Cattedrale di Lodi, 2002, pp. 137.
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L’opera ha la prestigiosa prefazione di Mons. Bruno B. Heim,
Arcivescovo titolare di Xanto, considerato uno dei maggiori studiosi di
araldica, che scrive: “La pubblicazione di questo stemmario episcopale è,
senza dubbio, un avvenimento di grande importanza, non solo perché reputo
Emanuele Colombo e Luca Marcarini valenti studiosi di araldica ed appassionati
cultori delle antiche tradizioni della Chiesa Cattolica, cosa che di per sé
garantisce il rigore scientifico e la serietà della loro fatica, ma anche
perché questo stemmario è, oggi come oggi, opera forse unica nella sua
omogeneità e completezza. Esso è, infatti, opera “araldica” nel vero senso del
termine, poiché ha quale scopo ultimo la ricerca, lo studio e l’approfondimento
della serie degli stemmi vescovili e non è, come spesso accade, una semplice
appendice od integrazione di un’opera storica considerata principale.
L’importanza
del presente stemmario travalica, inoltre, i confini della città e della Chiesa
di Lodi, per divenire parte della storia della Chiesa Universale. I grandi
pastori che la grazia di Dio ha voluto nel corso dei secoli successori degli
Apostoli e guida della diocesi, come bene evidenziato dal reverendo don
Gabriele Bernardelli nel suo contributo, non sono “patrimonio” di Lodi o di
questa o di quell’altra città da cui provenivano o cui erano destinati. Essi
appartenevano a quella Chiesa per la quale hanno speso la propria esistenza e
vissuto la propria vocazione di santità, tanto che la loro memoria, pure dopo
secoli, è ancora viva ed onorata anche fuori dalle mura di Lodi. Basti ricordare
i teologi come Arrigoni e Seghizzi, o i cardinali di Santa Romana Chiesa
Landriani, Simonetta, Capizucchi e Vidoni: uomini venuti spesso da lontano, ma
che hanno amato questa loro diocesi perché in essa vedevano l’immagine di tutta
la Chiesa. Di essi, oltre alle opere, ci parlano ancora oggi i loro stemmi, per
la maggior parte armi famigliari, ognuna con la capacità di riflettere in se
stessa il gusto della propria epoca, da quelle più tipicamente medievali,
caratterizzate dalla loro commovente e bella semplicità, a quelle nobilissime e
ridondanti dell’epoca barocca, a quelle nuovamente più semplici dell’epoca
recente. Se può sembrare bizzarra l’idea, agli inizi di questo terzo millennio,
di parlare di araldica, termine che rievoca atmosfere cavalleresche e
favolistiche, bisogna dire che l’araldica è una scienza che affascina ed attrae
anche nei tempi moderni. In molti paesi, tra i quali l’Italia, si è però
assistito ad un progressivo disinteresse del grande pubblico per questa
disciplina, complice il sistematico abbandono dell’utilizzo degli stemmi da
parte dei privati.
Diverso è,
invece, il discorso per l’araldica della Chiesa, ambito nel quale,
maggiormente, questa complessa disciplina esprime tutta la sua vitalità e
capacità di continuo rinnovamento, in una dimensione non ristretta da confini
nazionali. Anche nell’araldica ecclesiastica, oggi come ieri, assistiamo, però,
ad un facile scadere del gusto con stemmi che,
per la volontà di trasmettere messaggi od idee troppo complesse, risultano
quanto mai sovraccarichi e privi d’ogni estetica. Altri, invece, per un
malinteso senso di semplicità, sono ridotti ad insignificanti insegne, quasi
commerciali. Sono solito ricordare come, ad esempio, nel 1951, solo ventitré
dei cinquantuno cardinali che componevano il Sacro Collegio avessero uno stemma
che un araldista avrebbe effettivamente approvato. La purezza del simbolismo
religioso, che come nessun’altro si presta ad efficaci riferimenti, unito alla
semplicità degli stemmi della tradizione medievale, dovrebbe invece essere la
stella polare per creare uno stemma che si possa immediatamente riferire alla
personalità, alla sensibilità ed alla devozione del singolo ecclesiastico e
possa, anche a distanza di molto tempo, essere sempre considerato bello e
corretto. Non si cada, poi, nell’equivoco di ritenere gli stemmi ecclesiastici
orpelli superflui o - peggio - simboli di vanagloria. La necessità
dell’adozione degli stemmi da parte dei prelati, ha la sua fonte nel diritto
canonico, che ne regola l’utilizzo e la funzione di carattere certificativo,
oltre che nella plurisecolare tradizione ecclesiastica. Non dimentichiamo poi
che la simbologia, alla quale l’araldica si rifà per sua stessa natura, è
propria del cristianesimo sin dalle sue origini più remote e ad essa la Chiesa
ha sempre prestato una particolare attenzione, anche nei più recenti documenti
di carattere teologico. Diritto, tradizione, fede: l’araldica della Chiesa è
tutto questo e molto di più, parte di un patrimonio plurisecolare sul quale si
fondano le stesse ragioni del nostro esistere come uomini di cultura e,
soprattutto, come cristiani.
Il senso di
questo encomiabile lavoro è, quindi, quello di rispettare, conservare e
promuovere tale inestimabile patrimonio, non solo come un doveroso lavoro
scientifico o di ricerca ma, soprattutto, come un gesto di infinito amore e
filiale devozione verso Santa Madre Chiesa”.
Segue la Cronotassi dei vescovi di Lodi (dal 374 d.c.
ad oggi); poi il contributo di Don Gabriele Bernardelli: “Dal vescovo
Giacomo al vescovo Bassiano, ovvero dai nostri giorni verso l’incarnazione del
Signore; dal vescovo Bassiano al vescovo Giacomo e oltre, ovvero verso il
ritorno del Signore: la successione apostolica”. Mentre Emanuele Colombo e
Luca Marcarini trattano il tema: “Gli stemmi dei vescovi di Lodi, una pagina
nella storia dell’araldica della Chiesa Cattolica”.
Nella nota introduttiva sono
chiaramente spiegati i criteri con i quali è stata redatta l’opera, ovvero sono
indicati le blasonature e gli stemmi noti dei vescovi della Lodi Nuova a
partire dalle insegne di Bongiovanni Fissiraga (1252-1289). Per evitare
disparità nei contrassegni esteriori di dignità vescovile, considerevolmente
mutati nel corso dei secoli, sono stati riprodotti gli stemmi semplicemente
accollati alla croce processionale, unico autentico simbolo distintivo della
dignità vescovile. Ciò per dare una maggiore omogeneità alla serie e per
renderla in linea con i dettami della più recente scienza araldica
ecclesiastica (Heim), che richiama l’uso della sola croce quale ritorno
all’antica semplicità e purezza degli scudi medioevali. È stata fatta eccezione solo per gli stemmi cardinalizi i quali, avendo
quale “naturale” contrassegno il cappello, non possono mai essere privati di
tale simbolo; ma data l’epoca di appartenenza, sono stati timbrati gli scudi
dei cardinali con il cappello rosso fioccato “all’antica”, ossia con sei
fiocchi per lato, anziché con i moderni quindici. Seguono, in due sezioni
autonome, gli stemmi degli amministratori apostolici e quelli dei vescovi
coadiutori. Per quanto riguarda i singoli stemmi, dal momento che non sempre
l’arma familiare coincideva esattamente con quella utilizzata dal vescovo, è
stato riportato - ove possibile perché risultante da obbiettivi riscontri - lo
stemma effettivamente usato dal presule anche qualora differisse
considerevolmente da quello di famiglia. Negli altri casi, a fronte di più
varianti del medesimo stemma familiare, è stata riportata quella fonte più
vicina nel tempo rispetto al vescovo in questione.
La pubblicazione è arricchita da notizie biografiche per
ogni vescovo, redatte in forma indicativa e sintetica, una sezione necessaria
unicamente per inquadrare storicamente la figura del singolo prelato.
Nell’opera sono stati pubblicati, per la prima volta, tutti i ritratti dei
vescovi della Lodi Nuova, a partire da Alberico da Merlino (1158-1168),
conservati nella galleria del palazzo vescovile.
La pubblicazione merita un reale plauso anche per la
bellezza con cui gli stemmi dei vescovi di Lodi sono stati rappresentati
graficamente da Marco Foppoli e per la precisione e la completezza con cui sono
stati descritti da Emanule Colombo e Marco Marcarini, che hanno dimostrato di
conoscere molto bene l’araldica ecclesiastica della loro terra. (mlp)