Stemmario Trivulziano, a cura di Carlo Maspoli, Casa Editrice Niccolò Orsini De Marzo, Milano, 2000, pp. 564, rilegato in tela, ISBN 88-900452-0-5.

Presentare agli esperti di araldica il Codice Trivulziano 1390, più comunemente noto come Stemmario Trivulziano, potrebbe sembrare superfluo.

Il Trivulziano è infatti certamente il più celebrato stemmario italiano medievale: ma, a essere precisi, si dovrebbe dire che esso è più noto che conosciuto e che solo oggi si dispone dello strumento per poterlo apprezzare e studiare in profondità, vale a dire la magnifica edizione che qui si segnala. Essa si deve all’iniziativa di un giovane, dinamico editore milanese (Niccolò Orsini De Marzo), ed è stata promossa dall’Associazione archivistico-genealogica fra i nobili milanesi e lombardi in collaborazione con la Biblioteca Trivulziana di Milano, presso la quale si trova il codice.

Prima di riassumerne le principali caratteristiche, diciamo subito l’essenziale: in primo luogo che il Trivulziano è - senza tema di smentita - il più bello stemmario italiano ed un’opera da cui non si può prescindere per la conoscenza dell’araldica italiana. In secondo luogo, che l’edizione è un prodotto editorialmente e graficamente di grandissimo pregio, che raccomandiamo vivamente agli intenditori e amanti dell’araldica di ogni paese, per la lussuosa veste e per l’ottima riproduzione fotografica delle circa 250 pagine del codice. In terzo luogo che essa si deve - e ciò ne accresce il valore intrinseco - alla cura di Carlo Maspoli, oggi il più grande esperto di araldica lombarda e viscontea, che affianca al prezioso Codice Carpani da lui edito nel 1973 questo gioiello d’arte.

Dell’introduzione, che ripercorre la storia e le vicende del codice, e soprattutto della descrizione delle imprese viscontee (pp. 27-44: con la riproduzione delle immagini di un altro ms. trivulziano, il cod. 2168) e dell’improba fatica della blasonatura - tecnicamente perfetta - dei circa 2000 stemmi compresi nel volume (pp. 315-534), lo studioso di araldica non potrà non essere grato alla perizia e alla dottrina del Maspoli, come di un dono inestimabile.

Poter consultare gli stemmi direttamente sugli originali e con l’ausilio della blasonatura, è un’importante acquisizione, che rende del tutto obsoleta la vecchia approssimativa descrizione comparsa sulla “Rivista araldica” circa quarant’anni fa. Il Trivulziano, cosiddetto per essere pervenuto in possesso dei Trivulzio nell’Ottocento, fu acquistato nel 1477 dal pittore Gottardo Scotti di Piacenza, che lo comprò da colui che è indicato come il probabile autore delle figure, ovvero Giovanni Antonio da Tradate.

La data di composizione dell’opera, come si può presumere in base ad alcuni dati araldici, si situa verosimilmente tra il 1450 ed il 1466, al tempo di Francesco I Sforza. Il codice comprende, come si è detto, circa 2000 stemmi (il cui elenco è consultabile sul sito www.orsinidemarzo.it): quelli dei duchi viscontei, completi di cimieri ed imprese, e, ordinati alfabeticamente, quelli di famiglie, per lo più residenti nel territorio del Ducato di Milano (e spesso identificate solo dal toponimo d’origine), ma anche di altre regioni italiane; segue una sezione incompleta di stemmi di regni e principati europei.

Ad essi sono frammisti - e non sempre chiaramente riconoscibili - anche decine di stemmi di città e comunità, sia lombarde sia di territori su cui i Visconti ambivano ad esercitare la loro egemonia, che costituiscono spesso la prima attestazione storica in assoluto dello stemma comunale: si tratta dunque di un testo di grande interesse anche per l’araldica pubblica. Nell’insieme il Trivulziano può considerarsi il tentativo di un vero e proprio censimento araldico dello stato visconteo-sforzesco, anche se al momento non è possibile dire di più sull’occasione e lo scopo della sua compilazione.

Inutile dire che il Trivulziano è importante non solo per l’araldica, ma anche per lo storico delle famiglie e dei gruppi dirigenti italiani alla fine del Medioevo: un’indagine sistematica sul suo contenuto, e cioè su quali famiglie vi siano comprese, da quali territori provenivano e che rango occupassero nella gerarchia feudale-cittadina e nell’assetto politico-istituzionale dello stato milanese, è lavoro che sarebbe caldamente da raccomandare a qualche storico del periodo visconteo.

Dal punto di vista araldico, è possibile qui solo accennare agli aspetti più appariscenti: la presenza di un repertorio straordinariamente vasto di figure, varianti e usi molto caratteristici dell’araldica italiana, e la qualità eccezionale del disegno. Il pittore del Trivulziano (o i pittori, perché sembra possibile riconoscere almeno due mani - o due stili diversi - uno più raffinato, uno più compendiario) è infatti un interprete d’eccellenza della grande maniera gotica dell’araldica, e si situa senza dubbio tra i maestri classici di quest’arte a livello continentale. L’araldica del Trivulziano è della più pura, non ancora contaminata dagli stili della decadenza.

Le figure vi sono disegnate con freschezza e facilità, con pochi sicuri tratti di colore che riempiono tutto lo scudo e l’orrore del vuoto tipico dell’araldica delle origini.

Vi si aggiungono la cristallina astrattezza del segno, non priva di qualche concessione “naturalistica” allo “stile italiano”, la cura dei dettagli delle figure, sobri ma eleganti, la precisione del tratto, la brillantezza dei colori gotici. C’è di che suggerire che per l’araldica, non solo italiana, l’edizione di questo libro segna una data memorabile e sottolinea degnamente la maturità che gli studi araldici stanno assumendo anche in un paese che li ha a lungo, e a torto, trascurati. (Alessandro Savorelli)

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