Saentz Alfredo, La cavalleria. La forza delle armi al
servizio della verità inerme, Il Cerchio iniziative editoriali, Rimini
2000, pp. 159.
Il Cerchio di Rimini ha in catalogo un nutrito numero di
testi afferenti alla cavalleria. In linea con l’impostazione tradizionalista
di questa casa editrice è il volume di Padre Alfredo Saentz SJ, uno studioso
argentino che da anni rappresenta un trait d’union tra le due
componenti ispaniche, quella europea e quella americana.
Il libro si articolo su tre capitoli: Aspetti storici della Cavalleria; Essere armato Cavaliere e Il codice della Cavalleria, cui fanno seguito due appendici: La degradazione del Cavaliere e Gli archetipi del Cavaliere. In maniera molto chiara, esprimendosi in una lingua incisiva, Padre Saentz compie un excursus attraverso non solo la storia della cavalleria, ma soprattutto il suo pensiero. Il libro esamina fenomeni del passato, ma la sua sostanza si inserisce nel dibattito del presente.
Questo dibattito a nostro parere verte, o dovrebbe vertere, innanzitutto sul concetto di cavalleria in sé, e quindi ha come conseguenza pratica l’applicazione di questa disanima teorica alla categorizzazione dei corpi cavallereschi oggi esistenti, non tutti meritevoli di essere definiti come Ordini cavallereschi.
Il dibattito sulla vera definizione di cavalleria nei
tempi moderni sarebbe però sterile se non si passasse anche alla definizione di
quale debba essere l’ azione del cavaliere. In altre parole, una volta
definito chi è il cavaliere moderno, dobbiamo definire con chi deve
agire e soprattutto contro chi deve farlo.
Chi crede nella cavalleria non può non tracciare di conseguenza una discriminante tra spirito e materia, tra mondo trascendente e mondo immanente, tra tradizione e progresso.
L’eredità del cavaliere medievale (non si creda dunque alla favola di una cavalleria pre- o a-cristiana) va dunque esaminata sullo sfondo del mondo di oggi.
Per fare questo, lo scritto di Padre Saentz è
estremamente utile, anche perché ci aiuta a sintetizzare meglio le virtù (e i
difetti) del cavaliere della Tradizione.
Il libro si apre con un paragrafo sull’origine della cavalleria, che porta come sottotitolo Dall’uso brutale della forza al Cavaliere Cattolico.
Si tratta di una precisazione importantissima: il
cavaliere nasce anche per moderare quella tremenda potenzialità di morte che il
guerriero catafratto aveva acquisito una volta montato sulla sella e infilati i
piedi nelle staffe (le due innovazioni che permettono la sua affermazione come
signore della battaglia).
La violenza insita come forza irrefrenabile nella società alto-medievale, che sta alla base stessa della nascita della nuova Europa, andava moderata, piegata e incanalata verso uno scopo santo.
Questo è dunque il primo merito della cavalleria, troppo
spesso dimenticato da chi, oggi, vede nei cavalieri una forza di distruzione e
nei crociati, che rappresentano la loro sublime elevazione a guerrieri della
Fede, dei criminali di cui vergognarsi e per i quali chiedere perdono.
Ben noti sono gli studi polemologici di Franco Cardini, che confermano quanto scrive Padre Saentz: la cristianizzazione della guerra permette alla società medievale di uscire dalla fase della violenza puramente distruttiva per entrare in quella della costruzione.
La guerra santa è del resto non solo la necessaria
risposta all’aggressione araba e poi turca, ma diviene quel bellum iustum
che fa dell’attività bellica un ideale di vita. Ci piaccia o no, la nostra
civiltà, nell’Oriente e nell’Occidente dell’Europa, si è realizzata
grazie alle dinamiche dei bella iusta.
La guerra del resto, osserva Padre Saentz, è uno strumento della volontà di Dio, con cui egli punisce chi si allontana dal suo magistero, modera chi è tiepido nella fede, esalta chi si sacrifica per la Gloria di Dio.
E questo Dio degli eserciti esisteva già da molto prima
della crociata, risalendo al Dio del Vecchio Testamento che, seppur in maniera
così violenta (e non potremo mai ringraziare abbastanza la venuta di Cristo in
Terra che questa violenza ha moderato) spartiva il Bene dal Male col filo della
dura spada di Israele.
Sant’Agostino, cita Padre Saentz, aveva scritto: Si ha guerra giusta quando si propone di castigare la violazione del diritto, quando si tratta, ad esempio, di castigare un popolo che si rifiuta di riparare una cattiva azione, o di restituire un bene ingiustamente acquisito.
Ne consegue, come aveva esplicitamente detto Rabano Mauro,
che l’invasione, atto di violenza massima, deve essere legittimamente respinta
con la forza.
Facciamo un salto in avanti, all’8 e 12 marzo 2000,
quando le voci del Pontefice e dei Cardinali si elevano nel noto documento sul
Perdono a condannare i cattolici che hanno commesso violenza. Una condanna che
facilmente, vox populi e vox mediorum, si estende a Crociati e
Cavalieri.
Eppure costoro reagiscono, con l’unico mezzo possibile, all’aggressione islamica contro il mondo cristiano. Molti di loro partono perché, è un papa a dirlo, “Deus lo vult” e non faranno ritorno.
Altri soffrono il martirio, dando straordinarie prove di
fede, quali difficilemente i moderni riuscirebbero ad eguagliare. Il movimento
della cavalleria costituisce il nerbo di quello crociato, e agisce in perfetta
sintonia con la Chiesa, con la sua
gerarchia e con chi ha addirittura lanciato la crociata in Terrasanta.
A distanza di alcuni secoli, costoro, nel momento in cui il mondo cattolico si unisce nel chiedere perdono, vengono rinnegati.
Certo, tutti conosciamo gli orrori della guerra, gli
eccessi delle crociate, ma sono proprio gli Ordini cavallereschi a contribuire a
moderare questa violenza, a contenerla nei limiti di una accettabile strategia
di guerra, dolorosa, ma necessaria. Se non ci avessero difeso in Oltremare,
nelle isole greche, se i Cavalieri di S. Giovanni non avessero lasciato i loro
morti a Rodi e a Malta, se non avessero fatto strage di turchi a Lepanto, che
cosa sarebbe oggi la nostra Europa?
Il documento pontificio, o meglio della Commissione che lo ha esplicato in molte pagine, è il tipico frutto della teologia che si oppone, contrastandola, alla storia.
Due piani diversi si incontrano, senza potersi armonizzare. Il grande afflato pontificio per la riconciliazione, nata dal perdono, si scontra con la valutazione storica, impossibile da darsi su eventi che lo storico non potrebbe mai, se è vero storico, valutare in termini di condanna, perché condanna è di per sé un termine che non appartiene al suo vocabolario.
La Chiesa in sostanza guarda a fenomeni del passato, ad esempio la tradizione Cavalleresca, con gli occhi del mondo di oggi, applicando al passato le categorie del presente. Da ciò ne deriva che il povero cavaliere non può che essere condannato, vituperato, gettato in prima serata a ludibrio dei telespettatori nel corso di una trasmissione televisiva.
Perché in realtà la civiltà mediatica, ammesso che sia una civiltà, non potrà mai capire la sconvolgente bellezza di una carica di cavalleria a Hattin, o il valore del sacrificio sulle mura di Forte S. Elmo.
La cavalleria, forza armata al servizio della verità inerme nella definizione di Gautier citata da Saentz, è stata alla fine disarmata.
Questo pone un interrogativo fondamentale: che cosa è la Cavalleria oggi? Fermo restando che la verità inerme esiste ancora, esiste di fronte al materialismo, alla genetica impazzita, alla globalizzazione, al capitalismo sfrenato e alla prepotenza della superpotenza rimasta, esiste ancora una forza armata che la difenda?
La virtù del cavaliere antico come è oggi definibile? è
costui solo una propaggine della Croce Rossa, o è ancora il portatore di una
tradizione militare e militante?
Secondo la Tradizione indoeuropea, divenuta propria anche
all’Europa cristiana, al sacerdote si uniscono il guerriero e il mercante. Il
Cavaliere non costituisce quindi soltanto una classe, che oggi non potrebbe più
essere accettata in quanto tale, ma una funzione. Questa funzione è
ancora valida nel mondo moderno perché costituisce quel principio attivo di
difesa (e di attacco, se necessario) che è parte integrante di una società
ordinata.
E’ morta la Cavalleria? si chiede Padre Saentz. Non del tutto, risponde consolandoci.
I rituali cavallereschi non esistono più (ed è, aggiungiamo, un vero peccato che le più belle cerimonie di investitura cavalleresca siano oggi appannaggio degli ordini falsi e non dei veri). La Chiesa, continua il nostro Autore, non siede più sul Trono (e, aggiungiamo, se prova a beatificare un Papa Re suscita l’ira funesta degli intellettuali e degli anti-cattolici) e lo stesso Islam non è più il nemico di prima.
Ciò nonostante- conclude il buon Padre- sopravvivono alcuni spiriti cavallereschi che preservano dalla morte la società, anime rette e forti appassionate della grandezza, della difesa di ciò che è debole ed ha bisogno d’essere protetto, che riconoscono la bellezza dell’onore e preferirebbero la morte alla fellonia. (Luigi G. de Anna)