Gwynn-Jones, Peter, The Art of Heraldry, Barnes & Noble Books, New York 1998, pp. 128, ril., 22,8x22.

Peter Gwynn-Jones, autore del libro di cui desidero dare notizia, non è uno scrittore qualunque: si tratta, infatti, del Garter King of Arms (dal 1995), dopo una carriera nel College of Arms che lo ha visto Bluemantle Pursivant dal 1973 al 1982 e Lancaster Herald fino al 1995: tale condizione dà alle sue pagine un risalto particolare, che la lettura conferma.

Il suo libro (The Art of Heraldry, Barnes & Noble Books, New York 1998, pp. 128, ril., 22,8x22) è organizzato su quattro capitoli (storia, fauna e flora, i mostri araldici, l’arte in araldica).

Ricco di illustrazioni - ciò che è naturale in un’opera di questa natura -, il testo di Gwynn-Jones abbonda di citazioni e riflessioni non sempre in accordo con l’opinione corrente.

Per esempio, l’autore si mostra assai scettico circa le ragioni che avrebbero spinto baroni e cavalieri a dotarsi di segni di riconoscimento sullo scudo, l’armatura, etc.: secondo i più, ciò sarebbe accaduto per evitare tragici errori in battaglia. Gwynn-Jones ricorda, al riguardo, che all’alba dell’araldica (fine dodicesimo secolo-inizio tredicesimo) gran parte degli scontri si risolvevano in selvaggi e sbrigativi massacri di cavalieri, in gruppi di armati che di rado superavano il centinaio. A conferma della sua tesi l’autore ricorda che alla battaglia di Barnet (1471, Guerra delle due Rose) avendo il conte di Warwick scambiato la stella d’argento del conte di Oxford con la rosa, anch’essa argentea, della fazione yorkista, attaccò i suoi partigiani, perdendo la battaglia e la vita.

L’araldica esplica invece una funzione più rilevante nel campo dei sigilli (di cui si occupa la sfragistica), mediante i quali si autenticavano documenti d’ogni genere, dal contratto nuziale alla compravendita, dal testamento al trattato fra principi, in tempi in cui l’analfabetismo non era esclusivo appannaggio del povero e dell’incolto (ancora oggi il timbro notarile conferma le esigenze garantiste connesse ad atti e convenzioni di rilievo per il singolo e/o la comunità).

I tornei rappresentavano occasioni per sfoggiare i propri simboli e smalti araldici sull’armatura e sullo scudo, oltre che sulle sontuose gualdrappe, per non dire dei cimieri diretti a intimorire l’avversario: ma qui siamo all’impiego di tali strumenti in termini cerimoniali e allegorici, soprattutto autocelebrativi.

Il secondo capitolo, dedicato alla flora e alla fauna, non manca di vivaci rievocazioni, due delle quali desidero richiamare.

Una ha tratto al leone, assunto a simbolo di potenza e dominio. Riccardo I d’Inghilterra, il Cuor di Leone (1151-1199), e Guglielmo il Leone, re di Scozia (1143-1214), già conosciuti coi soprannomi leonini passati alla storia, vollero il re della foresta sulle loro armi, ove dopo secoli tuttora si trova (si vedano gli stemmi d’Inghilterra e di Scozia).

Essi furono fra i primi sovrani ad adottare l’araldica e le sue (iniziali) regole. Il primo gran sigillo di Riccardo costituisce infatti il più antico impiego documentato dell’araldica da parte di un principe per avvalorare i documenti della propria cancelleria.

Va precisato che, secondo studi recenti, in un primo tempo Riccardo avrebbe impiegato, sullo scudo e sul sigillo, due leoni rampanti, l’uno accanto all’altro; solo nel 1195, in occasione dell’incisione di un nuovo gran sigillo, Riccardo aggiunse un terzo leone, cambiando la postura degli animali - da allora ad oggi invariata -, da rampanti in fascia a passant guardant in palo.

La seconda riguarda il fiordaliso, o giglio di Francia, presente in tanti blasoni dell’Europa continentale, ed in Inghilterra (fino a due secoli fa) al più alto livello, visto che vennero inquartati coi leoni d’Inghilterra da Eduardo III, per affermare la sua pretesa al trono di Francia (reclamato per presunti diritti della madre Isabella di Francia), ciò che si trascinò per quasi cinque secoli, dal 1337 al 1801! (fino al 1407 i gigli vennero inquartati nella forma che gli araldisti chiamano “Francia antica” - campo d’azzurro disseminato di gigli d’oro -; di poi i gigli furono ridotti a tre, con la disposizione 2-1 che tutti conoscono, immutati gli smalti - “Francia moderna” -).

Secondo una tradizione leggendaria, Clovis re dei Franchi, si ebbe i gigli come ricompensa celeste, dopo la sua conversione al Cristianesimo nel 496.

Con una appena percettibile sfumatura di humour, Gwynn-Jones suggerisce, più prosaicamente, che il re, trovandosi incalzato sul terrreno da un esercito di Goti pagani che lo spingevano verso il Reno, avesse individuato un punto di guado del fiume, a ciò indotto dagli ìreos da lui scorti poco distante, segno di acque basse. Riuscito nell’impresa, il re franco assunse il giglio come suo emblema, ciò che significa, araldicamente parlando, una longevità ad oggi di quindici secoli.

Non mi soffermo sui capitoli relativi ai mostri araldici e all’arte in araldica, di certo non meno interessanti dei primi due, per non appesantire questa nota. In più del contenuto, un volume editorialmente impeccabile, nella migliore tradizione del libro araldico inglese. (Giuseppe Alberto Ginex)

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