da
Sassoferrato Bartolo, De insigniis et armis (a cura di M. Cignoni),
Firenze, 1999 (sull’edizione di Lione, 1550), Giampiero Pagnini editore,
055.293267, pp. 67.
Questo volume è l’ottavo titolo della collana L’albero
e l’arme, benemerito corpus di agili monografie araldico-genealogiche
curate dall’editore G. Pagnini, già noto a questa rivista per il suo
interesse verso le nostre scienze e per l’efficace serietà con cui lo
concretizza. In tale ottica, troviamo azzeccata la dedica che il curatore del
volume rivolge “a tutti i cultori di araldica”, ribadendola nella citazione
dei calzanti versi di Folgore da San Gimignano.
Se ci si fermasse alla sua consistenza numerica, questo
volumetto potrebbe lasciare una risicata impressione: 14 pagine di prefazione
(curata dal prof. Riccardo Capasso, dell’Università la Sapienza di Roma) ed
introduzione-commento, 4 di riproduzione anastatica dell’edizione di Lione del
1550, 17 di trascrizione latina (di cui 7 per le annotazioni dell’epoca), 9 di
traduzione italiana, e 10 di illustrazioni (con più stemmi scolpiti, dipinti o
miniati di area centro-settentrionale del XIII e XIV secolo, scelti ad esempi
della realtà araldica su cui Bartolo affinò le proprie riflessioni, e che la
tirannia dei costi ci priva del colore).
Di ben più ampio spessore è invece il suo contenuto, nel
quale la scientificità d’impostazione si sposa al deferente rispetto verso
questa pietra miliare della scienza araldica, che il curatore fa risaltare nel
contesto della sua storia e del suo periodo, resistendo alla tentazione di farne
pretesto per esternare interpretazioni personali.
Cuore dell’opera è il breve testo del trattato di
Bartolo da Sassoferrato, trascritto dal curatore in maniera chiara e
comprensibile, tradotto con amorevole cura, e preceduto da un’accurata
introduzione. In essa il Cignoni prende le mosse dall’Italia
centro-settentrionale dei Comuni e delle Signorie, nati nella latitanza
dell’imperatore e del papato, ed irrobustitisi nella prosperità economica e
nella supremazia culturale. In questo humus prosperò la categoria dei giuristi,
fra i quali Bartolo spiccò nell’applicare ai tempi nuovi le acquisite norme
del diritto romano; dopo averne delineato la figura e le umili origini,
percorrendone la carriera dalla precoce laurea bolognese nel 1334 fino alla
familiarità con l’imperatore Carlo IV, il Cignoni ne sottolinea la celebrità
che gli arrise già da vivo, grazie all’innata capacità di adeguare
l’antica ratio alle nuove esigenze del suo tempo, elaborando con illuminato
acume norme che rimarranno valide per molti secoli a venire. Per questo egli
redasse diversi trattati sui nuovi argomenti del diritto, fra i quali
l’araldica si impose con il peso da essa rivestito nella società medievale.
Il Tractatus de insigniis et armis nacque per questo, acquisendo presto
fama di regola e definendo le basi giuridiche su cui l’araldica organizzerà
il suo sviluppo.
Bartolo non era un araldo né fu il primo a scrivere di
araldica, ma si espresse con acume tale da enucleare i principi basilari della
nostra scienza, validi allora come oggi, e di significato assoluto. Valgano per
tutte le intuizioni sulla tutela di stemmi e marchi, e le osservazioni più
squisitamente tecniche (uso degli smalti, destra e sinistra, pose e simmetrie,
ecc.) dettate da pratico buonsenso e quindi estranee alle posteriori manie
simbolistiche. Completano le note del curatore un breve cenno allo stemma di
Bartolo da Sassoferrato (concessogli da Carlo IV nella dignità di re di Boemia,
che gli assegnò una brisura del leone boemo a coda biforcata), un compendio
della fortuna arrisa nei secoli a questo suo trattato, l’elenco delle numerose
edizioni e riedizioni, e una bibliografia di opere che lo hanno studiato
criticamente.
Infine, non possiamo che sottolineare nuovamente l’importanza che questo testo riveste tuttora per gli studiosi di araldica, a dispetto della brevità e dell’apparente ovvietà: i nostri occhi, saturati da sei secoli e mezzo di esempi e varianti, di enciclopedie e compendi, di almanacchi e manifesti, di elucubrazioni e panegirici, perdono troppo spesso di vista ciò che è e deve restare alla base della nostra scienza, e che quelle pagine ribadiscono con la schietta autorevolezza degli antichi. (Maurizio Carlo Alberto Gorra)