Motta, G., Stemmi della Basilicata. Armi parlanti... in discussione - (edito sotto il patrocinio della Regione Basilicata e delle Provincie di Matera e Potenza), Lavello, 1996, pp. 165.

Questo libro sugli stemmi civici della Basilicata merita di essere segnalato perché porta alla ribalta una regione immeritatamente poco nota, e perché lo fa sotto gli auspici degli Enti pubblici locali di massimo livello. Esso rappresenta il coronamento editoriale della tesi di laurea dell’Autrice, poi specializzatasi con diploma in Grafica Superiore all’Istituto Europeo di Design di Roma; il lavoro si prefigura quindi con prospettive di particolare interesse, essendo l’araldica per sua natura profondamente connessa con la grafica: quindi, apparirebbe del tutto irrilevante il fatto che esso non costituisca una novità assoluta, dal momento che segue di 86 anni l’ancor pregevole opera di C. G. Gattini sull’analogo tema (Delle armi de’ comuni della provincia di Basilicata, Matera 1910, ristampa Bologna 1981), a sua volta redatta sulla scia di poche altre opere precedenti.

Il libro della Motta si articola in 134 schede: 131 sono inerenti a stemmi delle città lucane, 3 a quelli della Regione Basilicata e delle Provincie di Matera e Potenza. Ogni scheda, razionale e ben leggibile, indica il nome dell’ente titolare, la citazione di altri testi araldici che ne trattano (nell’ordine, quelli del Lacava, del Racioppi e del Gattini), altre eventuali note a commento e, per i quattro comuni ancora non esistenti all’epoca dei predetti Autori, la citazione del D.P.R. di concessione dell’arma. Onde approfondire ed attualizzare la ricerca, non sarebbe stato inutile allargare la citazione del D.P.R. anche agli altri Enti civici che ne fossero in possesso.

E’ logico aspettarsi che l’orientamento culturale dell’Autrice si inclini verso la grafica, e difatti le schede abbondano di riproduzioni dello stemma dato: nell’ordine, il disegno proposto dal Gattini (se esistente), un disegno desunto da una cartina turistica di recente produzione locale, e l’interpretazione appositamente eseguita al computer dall’Autrice. I primi due sono in bianco-nero (quello del Gattini è copia fedele delle gradevoli miniature del 1910, l’altro è di qualità opposta), mentre l’ultimo è a colori e di vistose dimensioni.

L’Autrice si è proposta di interpretare graficamente gli stemmi della sua regione, ma affronta tale impegno con un’enfasi che la fa prescindere sia dagli altri disegni, sia dai blasoni (presi di peso dal Gattini): ad esempio, nell’arma di Lavello i due cinquefoglie radicano un improbabile stelo tra le fiamme della torre; il «monte di tre cime» di San Chirico Raparo diventa «tre monti affiancati»; il «troncato» di Trecchina diventa un «capo abbassato», e così via. Quel che è peggio, è che ciò prescinde da un approccio critico verso il contenuto o la forma delle armi: l’Autrice cita i precedenti Autori ma non fa il minimo commento su di esse, nemmeno dal punto di vista grafico od estetico.

Ella li elenca e li reinterpreta al computer, attenendosi distrattamente alle regole araldiche, e oltretutto senza curarsi della resa estetica del suo fare.

Colpisce che un’esperta di grafica proponga disegni incerti nel tratto, nelle proporzioni, nei dettagli e nello stile, ma in premessa, ella afferma di rifarsi alle teorie del «de-costruire», concetto che esprime «una necessità della problematica strutturalista del linguaggio moderno, quale ‘elemento-base del comunicare’, che vuol dire promuovere un’attiva partecipazione in ordine ai contenuti, ai modi, ai mezzi, con i quali si realizza la comunicazione stessa» (pag. 21). In altra parte (pag. 23) ella precisa ed arricchisce tali concetti riportando un brano della «Lettera ad un amico giapponese» di Jacques Derrida, la cui elevatezza sfugge al vostro recensore e lo rende incapace di riassumerlo; nella mia ignoranza, e nonostante la «attiva partecipazione» con cui l’Autrice si prodiga «in ordine ai contenuti», confesso che questi stemmi al computer francamente non mi sono troppo piaciuti. Esclusi i gradevoli e rari casi di armi geometriche, quelle figurate risultano stentate, nonostante il rispetto della simmetria ed un buon uso dei colori. L’aspetto delle figure è scostante, freddo, altalenante (in 36 fra torri e castelli si fatica a trovarne due simili); quanto sono lontani i semplici ma sensati manufatti del Gattini, che ai miei occhi di modesto araldista si fanno ben vedere e ben capire.

Assenza di senso estetico, carenza nelle proporzioni, scarsa cura del tratto e delle forme saranno forse accettabili per l’arte grafica, ma non purtroppo per l’arte araldica, per la quale la leggibilità d’un’arma è essenziale e credo che mal si concili con l’intento di de-costruirla, nemmeno fosse un gioco di costruzioni per bambini. Oltretutto, sorprende che l’Autrice palesemente s’ispiri ai disegni del Gattini: ribadisco la mia ignoranza sulla grafica contemporanea, ma mi chiedo cosa significhi scopiazzare stemmi «de-costruendoli» e sminuendone per me la valenza estetica, soprattutto in un lavoro che ha pretese non di ricostruzione storica, ma di rassegna grafica.

Alla luce di ciò, un passo della Presentazione (pag. 7) diventa emblematico nel precisare che gli stemmi qui catalogati sono «misteriosi segni distintivi», il cui significato rimane soffuso «nell’alone di una indistinta e inestricabile vaghezza». Con buona pace di noi araldisti, che ancora perdiamo tempo a cercare di capirne le origini e le motivazioni.

Si legge poi a pag. 12 in merito all’antichità delle armi araldiche che: «uno stemma avevano le città nell’età greco-romana; lo aveva Roma, che lo ha sempre conservato; l’avevano Atene, Metaponto, ma non i centri minori»; e si finisce per accondiscendere sull’inutilità del «soffermarsi sull’origine e sul carattere degli stemmi» giacché, in fondo, l’Autrice «ha fatto bene a soffermarsi soltanto su quelli... della Basilicata». Alla fin fine, questo libro si propone come un aggiornato elenco degli stemmi pubblici della Basilicata, e come un sunto dei principali Autori che ne hanno trattato: dal punto di vista araldico, non gli si deve chiedere altro. (Maurizio Carlo Alberto Gorra)

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