AA.VV., Commentario al «Libro di devozione di Alberto di Brandeburgo» (codice a.U.6.7 della Biblioteca Estense Universitaria di Modena), Modena, 1997, pp. 157- s.i.p.

La valente casa editrice Il Bulino (non nuova alla realizzazione di prestigiosi volumi) ha recentemente arricchito la propria collana della riproduzione in facsimile di un ornatissimo codice del XVI secolo, il «Libro di devozione di Alberto di Brandeburgo», giunto attraverso un romanzesco percorso dalla raccolta del colto e munifico committente all’attuale collocazione presso la Biblioteca Estense Universitaria di Modena. Il presente commentario, composto da un volume di 157 pagine, ne costituisce l’inscindibile coronamento, ed è a sua volta costituito da quattro saggi, redatti da altrettanti esperti che hanno sottoposto il manoscritto ad attente analisi sui suoi diversi aspetti artistici e storici.

Il primo saggio, curato da E. Milano («Il libro di devozione di Alberto di Brandeburgo. Descrizione interna ed esterna»), esamina aspetto, contenuti e vicende del codice; dal lungo e ostico titolo originale in gotico tedesco, alla descrizione delle tavole miniate che riccamente lo ornano, alla successione dei capitoli e dei relativi titoli (in tedesco, con la traduzione in italiano), alla ricostruzione delle vicende storiche, catalografiche e bibliografiche da esso attraversate, con alcuni cenni allo stemma del committente ed alla legatura, tutto il «Libro» viene professionalmente descritto in queste 38 pagine, le cui ultime tre sono riservate a note e bibliografia pienamente aderenti all’elevata qualità di questa relazione.

Il secondo saggio, vergato da D. Bini («Il libro di devozione tra umanesimo e riforma»), puntualizza con acutezza il contesto storico/ politico/economico degli anni in cui questo «Libro» prendeva vita, con particolare attenzione a cause ed effetti del protestantesimo; in quest’ottica, si arriva ad un’alta percezione dell’atmosfera culturale che si respirava in quel periodo a Norimberga, città ove il codice venne redatto per assecondare il pio «godimento di possesso» del committente Alberto del Brandeburgo. A questo punto, diventa automatico per l’autore delineare la figura antiluterana dell’augusto committente (che non a caso volle far manoscrivere questo «Libro» proprio mentre l’arte amanuense cedeva il passo all’arte della stampa), evidenziandone le vicende e le attività religiosa, umanistica e politica nel grande quadro della lotta tra Riforma e Controriforma, e sottolineandone con nitore la mitezza degli atteggiamenti. Il saggio si chiude con l’analisi dei motivi che spinsero il cardinale a suggerire, per la stesura del codice, paragoni d’arte e motivazioni teologiche. L’ampio raggio visuale di quest’accurata analisi viene ribadito dalle quattro pagine di note.

Il terzo saggio, curato da L. Ventura («Leggende evangeliche per un cardinale di Santa Romana Chiesa. Le miniature di Nikolaus Glockendon e l’ortodossia cattolica»), si sofferma sulle miniature che ornano il codice, e che ne costituiscono il vero punto focale. Esse vengono analizzate attraverso il modus faciendi seguito dall’artista che le eseguì, e del quale si esaminano il percorso formativo, le ispirazioni artistiche e le peculiarità stilistiche, per poi scendere nell’analisi dettagliata dei contenuti di ogni singola tavola miniata. Ognuna di esse viene accuratamente esaminata sia nei riferimenti teologici che ne hanno ispirato il contenuto, sia in quelli artistici che ne hanno guidato l’aspetto formale.

Il quarto ed ultimo saggio, di G. Malacarne («Gli stemmi del cardinale Alberto del Brandeburgo»), finalmente prende in esame la tematica che ci interessa più da vicino. Quest’autore, già noto per altri lavori a tema blasonico (cfr. le precedenti recensioni: «Il principe e la città [i Gonzaga di Bozzolo]», Nobiltà num. 10, gennaio 1996, pag. 18; «Araldica gonzaghesca», Nobiltà num. 14, settembre 1996, pag. 345) tratta con la consueta competenza le vicende araldiche del committente del codice, di per sé già complesse per l’elevata origine sociale, e vieppiù arricchite dall’elevata parabola personale.

Oltretutto, per cultura e temperamento Alberto del Brandeburgo era ben consapevole del pregnante significato del simbolo araldico: ritenendolo indice primario delle cariche e del prestigio conseguiti, ne curò attentamente e con vivace zelo l’aspetto e i contenuti. Con altrettanta cura, l’esperta maestria del Malacarne sa destreggiarsi nel continuo susseguirsi di varianti vissute da questo stemma personale, a partire dalle più semplici e fino all’ultima, che coincide con quella miniata nel «Libro di devozione» e che é la più complessa. 

Si osservi che i quarti che compongono quest’ultima variante pertengono a territori spesso ostici per le nostre abitudini, l’identificazione dei quali (peraltro rimasta incerta in alcuni casi) ha richiesto all’autore ricerche di non lieve entità. (Maurizio Carlo Alberto Gorra)

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