Lenzi Sergio, L’araldica nella storia dell’Esercito Italiano, Edizioni Il Fiorino – via Curtatona 5/2, Modena, 1998, pp. 188.

Questo libro prende avvio con un’arguta introduzione nella quale l’autore ci presenta lo Stemma militare, rendendocelo vivo, nello stesso ambiente dove da sempre è collocato, e dove tuttavia la mancanza d’interesse per il relativo contenuto storico ne ha fatto perdere il significato a chi pur tutti i giorni è offerta l’opportunità di imbattervisi o posarvi lo sguardo.

Il Capitolo I, “Origini ed evoluzione dell’Araldica, disciplina di uso militare e Scienza ausiliaria della Storia”, tratta dell’esigenza di distinguersi e di comunicare a mezzo di simboli, che ha sempre visto protagonista l’uomo in ogni civiltà e che dal secolo XII è alla base del sorgere stesso dell’araldica e del suo contenuto. Dopo aver tracciato una breve panoramica su cosa erano e sono gli Araldi, l’autore ci fa comprendere in modo essenziale che cosa si debba intendere per blasoni e per armoriali, presentando poi una visione sintetica della blasonatura, ovvero di quelle regole e leggi “universali” che permettono di leggere ed interpretare, in ogni continente, il contenuto di uno stemma. Non potevano mancare le Autorità araldiche del mondo. Il capitolo si conclude con un interessante raffronto tra l’araldica quale scienza documentaria della storia e l’araldica militare, con alcune particolarità sull’araldica dell’Esercito.

Il Capitolo II, “L’araldica dell’Esercito negli avvenimenti italiani fino al 1942”, traccia un excursus approfondito sulla nostra storia, collegandola dove possibile all’uso dell’araldica, e dividendola in quattro periodi: 1690-1860, che esamina ricordando le consuetudini medievali, le prime concessioni di stemmi ad opera di Vittorio Amedeo II, re di Sardegna, sino al Risorgimento italiano; 1861-1916, che va dalla proclamazione del Regno al secondo anno della prima guerra mondiale, intesa come completamento dell’unità d’Italia; 1917-1922, che delinea il clima politico al termine della guerra contro l’Austria-Ungheria citando i riconoscimenti ai Reggimenti e ai reduci che saranno le basi per una araldica militare italiana; 1923-1942, che tratta della politica interna del Partito – Stato e dei caratteri salienti dell’araldica militare prima del termine della II Guerra mondiale.

Il Capitolo III, “L’araldica dell’Esercito negli avvenimenti italiani dal 1943 ad oggi”, è invece suddiviso in tre periodi: 1943-1949, che parla del Paese, delle Forze Armate tra fascismo e democrazia repubblicana, della ricostruzione dell’Esercito nella sua nuova identità nazionale e della problematica della salvaguardia e della tutela del patrimonio storico e morale dell’Esercito nell’armonizzarsi alla nuova forma repubblicana; 1959-1986, che tratta del Paese nell’impegno della ricostruzione, della ricerca di nuovi equilibri interni e di una nuova collocazione nell’ambito internazionale (Patto atlantico), ponendo la questione dell’isolamento dell’Esercito rispetto alla realtà nazionale dello Stato col conseguente fiorire di specifici particolarismi nelle simbologie militari; dopo il 1987, che ci presenta il crollo del Patto di Varsavia e con le sue ripercussioni internazionali e la conseguente crisi ideologica dei partiti, l’impegno dell’Esercito nel nuovo assetto internazionale con l’apertura a nuove simbologie e l’araldica attuale dell’Esercito, quale espressione della sua modernità.

Nei Capitoli II e III l’opera riesce egregiamente a svolgere i due obiettivi fondamentali: il primo, di riuscire a trattare la specifica materia analizzando l’araldica militare dell’Esercito italiano nell’ottica di scienza documentaria, nella sua giusta dimensione di espressione simbolica del complesso mondo militare, dei suoi fasti e delle sue glorie; il secondo, di offrire un quadro storico che evidenzia, anche nei passaggi più drammatici della storia italiana, l’atteggiamento di immutata fedeltà dei militari al concetto di unità nazionale nell’evoluzione che esso ha avuto dall’Unità d’Italia fino ai giorni nostri.

Per il Capitolo III mi riferisco in particolare ai due principali momenti di crisi per le coscienze dei militari italiani: la caduta del fascismo e il passaggio dalla forma istituzionale monarchica a quella repubblicana.

Non dobbiamo dimenticare che la gerarchia militare – dai vertici fino all’ultimo soldato – dovette scegliere in entrambi i casi fra due lealtà, sancite, nel primo, dal giuramento di fedeltà al sovrano e da quello prestato al “duce del fascismo” e, nel secondo, dal giuramento di fedeltà al Re e da quello prestato alla Patria.

In queste scelte che riguardarono le coscienze di tutti gli italiani – ma maggiormente quelle dei militari nella loro doppia veste di sudditi e cittadini con le stellette – l’autore pone in risalto la natura aristocratica insita nella condizione dei soldati italiani, che impose loro di non esitare a scegliere le vie più difficili in nome del bene della Nazione e della sua unità.

Nel Capitolo IV, “L’araldica dell’Esercito italiano: evoluzione; usi per la blasonatura; simbologia minore”, l’autore affronta l’evoluzione dell’araldica militare in relazione all’Arte della Guerra, tratta degli Organismi delegati ai compiti araldici nella Forza Armata e delle relative procedure burocratiche, esamina gli usi e le tecniche per l’araldica militare con le blasonature più ricorrenti.

Particolarmente interessante e nuova risulta la trattazione relativa alla simbologia minore che sebbene sia rappresentata da distintivi simbolici e quindi collocabili al di fuori di quella che si può considerare strettamente “araldica”, in alcuni casi produce esempi che potrebbero essere facilmente inseribili tra gli “stemmi araldici”, anche se privi dell’ufficialità derivante da un D.P.R. (come è evidente ad esempio in alcuni Distintivi di merito, Distintivi tradizionali, Distintivi ricordo, Distintivi di istruttore, Distintivi di appartenenza e persino in alcuni distintivi tradizionali chiamati Stemmi dei Corsi dell’Accademia Militare).

Questi distintivi simbolici trovano la loro giustificazione dal fatto che attingono più o meno correttamente alle “leggi araldiche” e a figure proprie dell’araldica tradizionale. Sicuramente, in prospettiva, da qui verranno desunte le nuove figure o pezze che entreranno nei futuri stemmi araldici dei Reparti e Corpi militari italiani.

Molto bella ed assolutamente nuova, perché mai pubblicata precedentemente, è la descrizione (e la catalogazione) dei distintivi tradizionali chiamati “Stemmi di Corso” dell’Accademia Militare, rilasciati agli Ufficiali che hanno frequentato nei vari anni l’Accademia Militare. All’autore, che in queste pagine con grande semplicità di termini ha reso comprensibile e divulgativa una materia usualmente considerata ostica, difficile e per iniziati, va indubbiamente ascritto il merito di aver saputo portare a tutti i lettori l’elevato messaggio proveniente dall’Araldica nella Storia dell’Esercito Italiano, una scienza ancora poco nota alle grandi masse. (pfdu)

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