Beladiez Emilio, Don Pedro “Il Grande” Duca d’Osuna, l’avvincente biografia di un viceré audace, brillante, violento e privo di scrupoli, Edizioni Nobiltà, Istituto Araldico Genealogico Italiano, Milano, pp. 223.

Il libro inizia con la Prefazione; segue il Primo Movimento: Scherzo (I. Fanciullezza, II. Lo Scenario, III Fiandre); Secondo Movimento: Allegretto Spiritoso (I. Sicilia, II. Napoli, III. Venezia); Terzo Movimento: Allegro con brio (I. Preparativi, II. La congiura, III. Il giorno dopo); Quarto Movimento: Finale adagio (I. Occaso, II Sic transit). Concludono i cenni bibliografici.

Nella prefazione del prof. Agostino Borromeo, Presidente dell’Istituto Italiano di Studi Iberici fra l’altro si legge “È innegabile che esista un certo rapporto tra attività diplomatica e vocazione agli studi storici. Sembrerebbe quasi che chi abbia ricoperto incarichi diplomatici ed abbia, di conseguenza, avuto l’occasione di essere testimone - se non protagonista - di eventi storici di maggiore o minore rilevanza, sviluppi poi una speciale sensibilità per tutto ciò che riguarda le vicende del passato ed una particolare inclinazione a farne l’oggetto dei propri studi. Potrebbe essere questo il caso, per limitarci ad un esempio italiano, di Francesco Guicciardini, ambasciatore della Repubblica fiorentina presso Ferdinando il Cattolico tra il 1511 ed il 1514 e più tardi della famosa Historia d’Italia. Seppure più raramente, si può verificare anche la situazione inversa, quella cioè di un grande studioso dei problemi del passato che, ad un certo momento, viene visto come la persona più idonea a risolvere i problemi del presente: un esempio noto degli inizi di questo secolo, è quello del celebre storico dei papi, il barone Ludwig von Pastor, il quale concluse i suoi giorni come ambasciatore d’Austria presso la Santa Sede…

Il presente libro dedicato alla figura di don Pedro Téllez Giron, duca d’Osuna, fu pubblicato in spagnolo nel 1954 e viene ora presentato per la prima volta in traduzione italiana.

Nato ad Osuna, in Andalusia, nel 1574, figlio del secondo duca d’Osuna, Pedro Téllez Giron rivelò fin da giovane un temperamento focoso, turbolento e ribelle. A diciotto anni, commise una frode ai danni del padre, perché necessitava di 1000 ducati per onorare certa dama. Negli anni seguenti risulta ripetutamente implicato in risse ed duelli, con tanto di feriti e morti. A motivo di questi suoi delitti conobbe il confino e persino il carcere. Nel 1600, riuscì ad ottenere il perdono del sovrano, che era in quel momento Filippo III, verosimilmente sotto la condizione di andare a combattere i ribelli olandesi nei ranghi dell’esercito spagnolo delle Fiandre. Ma nuovi eccessi lo ricondussero in prigione, dalla quale fuggì nel 1602, per andare, come s’era impegnato, a servire il suo re nelle Fiandre.

Grazie all’esperienza militare, con le connesse responsabilità di comando, sembra che l’Osuna mettesse finalmente la testa a posto. Il suo comportamento valoroso nei combattimenti, ma anche la sua generosità nel contribuire ad anticipare di tasca propria le paghe dei soldati, gli dovevano attirare la benevolenza del sovrano e del suo onnipotente primo ministro - o valido - il duca di Lerma, con la cui famiglia finirà con l’imparentarsi. Rientrato in Spagna nel 1608, due anni dopo riceveva la nomina al prestigioso incarico di viceré di Sicilia.

Gli errori di gioventù erano ormai dimenticati anche se nel periodo in cui fu viceré di Sicilia, tra il 1610 ed il 1616, ed in quello successivo, che lo vide viceré di Napoli tra il 1616 ed il 1620, il suo carattere volitivo ed eccentrico continuò a perpetuare la sua fama di uomo terribile. Ma la qualità che egli rivelò nel disimpegno dei suoi alti incarichi fu quella di saper vedere le cose in grande. Invece di accontentarsi di gestire al meglio gli interessi della corona in Sicilia e nel Regno di Napoli, come avevano fatto la maggior parte dei suoi predecessori, egli si fece promotore di una strategia che ridefiniva in termini nuovi il ruolo della potenza spagnola nell’area mediterranea.

Oltre a combattere, con metodi che alcuni giudicavano troppo spicciativi ed energici, la corruzione e la delinquenza comune all’interno dei domini, egli diede l’avvio ad un’azione verso l’esterno che mirava ad indebolire il Turco nel mediterraneo, a contrastare le incursioni barbaresche e, più in generale, a rafforzare la potenza spagnola a danno degli stati italiani indipendenti, segnatamente della Repubblica Veneta. Quale fama accompagnasse siffatto uomo lo attesta ciò che l’agente del duca di Urbino a Napoli, Gerolamo Fracchetta, scriveva nel 1616, al momento dell’arrivo dell’Osuna: “i concetti di questo viceré sono smisurati et degni d’un Alessandro Magno. Si è messo in animo di fabbricare et armare galeazze, et spera prendere Costantinopoli, racquistar Gerusalemme, pigliar l’Albania et cose maggiori”.

Se tali siano stati realmente i piani del viceré, non sappiamo: certo è che il commento del Fracchetta riflette bene il concetto che di lui si aveva in Italia. Proclive a fare di testa sua, senza tenere conto delle direttive di Madrid, pronto a buttarsi a capofitto nelle imprese più folli, deciso a spazzare via ogni ostacolo incontrato sul suo cammino fino al punto da ricorrere ai mezzi illeciti della guerra di corsa e delle razzie in terra nemica per procurarsi i necessari mezzi finanziari, quest’uomo audace e brillante, ma anche impulsivo, violento e privo di scrupoli doveva essere la causa della propria rovina. Nonostante le sfolgorante vittorie e la l’alone di gloria che lo circondava, nel 1620, contro i suoi stessi desideri, veniva richiamato in patria. La destituzione altro non era che il preludio ad una sciagura ancora più grave. La caduta del duca di Lerma, avvenuta subito dopo la morte di Filippo III nel 1621, provocò la rovina di chi, come l’Osuna gli era legato. Per ordine del nuovo re Filippo IV, il duca fu rinchiuso in carcere e accusato di avere, durante il periodo napoletano, commesso reati vari: malversazione, appropriazione indebita, abuso in atti di ufficio ed altri illeciti amministrativi. Morì nel 1624, prima che il processo aperto contro di lui fosse stato concluso. Quale fondamento avessero tali imputazioni, allo stato attuale delle ricerche, ancora non è chiaro.

La storiografia italiana, soprattutto la meno recente, non è stata tenera con il terzo duca d’Osuna. In ottica più locale, deformata, per di più, da quella pregiudiziale antispagnola ereditata dagli storici dell’Ottocento, essa ha messo soprattutto in risalto la gestione dispotica, gli abusi amministrativi e gli arbitri da lui commessi a danno di istituzioni e privati. In altre parole, il governo siciliano e napoletano del duca d’Osuna altro non è stato se non un esempio, fra i tanti, di quel mal governo che, fino a qualche decennio fa, ha caratterizzato, secondo alcuni storici, la presenza spagnola nel Meridione d’Italia. La storiografia più recente ha saputo rivalutare l’azione svolta dalla Spagna nei propri domini meridionali: ciò malgrado, sembra sull’operato dell’Osuna continui a pesare un giudizio prevalentemente negativo.

Il presente libro di Emilio Beladiez si muove in una prospettiva diversa da quella degli autori italiani. Va innanzitutto rilevato che, sebbene scritto quarant’anni fa, esso conserva ancora intatta la sua freschezza, grazie ad una prosa vivace ed elegante che ne rende attraente la lettura…

Rimane la circostanza che quest’uomo singolare, il cui spirito d’iniziativa spicca nel generale grigiore del regno di Filippo III, finì i suoi giorni in carcere: si trattò forse del classico caso dell’eroe vittima dell’ingratitudine di chi ha lealmente servito, oppure il duca si macchiò effettivamente di tutti, o di almeno una parte, dei reati dei quali fu poi accusato? Questo è uno dei misteri che si celano dietro la figura del terzo duca di Osuna e che nemmeno le ultime ricerche d’archivio - penso al recente libro del francese Louis Barbe su Osuna viceré di Sicilia - hanno potuto svelare. Ma il materiale inedito da studiare è ancora molto e si può quindi sempre sperare in qualche inaspettato ritrovamento. Nel frattempo, il bel libro di Emilio Beladiez, oltre a procurarci il godimento di una avvincente lettura, contribuirà senza dubbio a suscitare l’interesse e la curiosità di quanti desiderino conoscere meglio le vicende biografiche e la personalità di uno dei personaggi più affascinanti del primo Seicento spagnolo”. (mlp)

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