Frescobaldi, D., Privilegio di Nascita, Longanesi & C. Editore, Milano, 1997, pp. 209.

L’Autore di questo libro è l’attuale capo della celebre dinastia fiorentina dei Frescobaldi, il quale lo ha confezionato con un piglio tutto toscano, con un’ereditaria fluidità di penna (egli è l’omonimo del grande poeta che si segnalò per le proprie rime, e per aver posto in salvo i primi canti della Divina Commedia quando Dante venne esiliato), e con innata signorilità. Il libro è diviso in due parti: la prima, che si riferisce alla “nascita” di cui al titolo, narra le vicende storiche della famiglia dal XIX secolo a oggi (con cenni sui sette secoli precedenti) vissute dall’Autore con occhi di ragazzo ma rivedute da mature rivalutazioni; il testo è un fluire di saporiti aneddoti, mai noiosi né autocelebranti, trattati con tono sommesso e distaccato: pare quasi che l’Autore scriva di fatti altrui. L’impeccabile terminologia e la fluente prosa incorniciano una serie non di aride date, ma di persone vissute e viventi. Lo spirito del Frescobaldi dà molte prove di sé: la migliore è forse a p. 28, dove argutamente egli annota che, con la sua generazione composta da sette tra fratelli e sorelle, i Frescobaldi avevano finalmente dismesso l’inveterata abitudine ai figli unici.

Non si creda, però, che si tratti di un libercolo d’evasione: l’Autore è ricco di pratico buon senso, è scrittore lineare, arguto, limpido, è apparentemente non vincolato su schemi o posizioni di comodo; a p. 41 spicca la lucida analisi politica, priva di acredini e di preconcetti, del delicato periodo postbellico che coinvolse le campagne e le proprietà di famiglia. Le osservazioni socio-economico-politiche dello status familiare sono condotte con lucidità e sintesi (a p. 42 è il passaggio dalla mezzadria di anteguerra alla “tecnoagricoltura” postbellica; a p. 65 non saranno mai fuori moda le righe su bon ton ed eleganza): il tutto può apparire un po’ retrò solo a occhi superficiali.

La seconda parte, meno estesa della precedente, si occupa del “privilegio” di cui parla il titolo del libro, scendendo ad analizzare i concetti odierni di nobiltà e di aristocrazia. Trattandosi di una valutazione che deriva da decenni di vita vissuta, diventa difficile commentare quelle che in apparenza potrebbero sembrare posizioni preconcette. Da p. 118 si inizia con un’aspra critica verso l’Ordine di Malta, del quale tuttavia sono taciuti i meriti storici e umanitari; si cita il Collegio Araldico Romano, menzionato impropriamente come Istituto, vedendolo solo come l’attuale editore del Libro d’Oro; si criticano blandamente i falsi istituti araldici da fiera paesana, con annessi computer succhia soldi; a p. 135 si scredita con dovizia di esempi la facilità con cui il fascismo creava ex novo titoli nobiliari, sfruttando anche le minime occasioni (dimenticando che sempre e dovunque si è fatta e si fa nobiltà per fare politica). Attraversate le gustose righe di p. 156 pertinenti ad un nobile nostro contemporaneo (che non citiamo perché tuttora politicamente attivo), la cui notorietà deve molto alla valida assistenza mondana della moglie a sua volta ex coniuge di altro nobile di diverso lignaggio, giungiamo a p. 178, dove pare lecito il dubbio sul mantenimento del numerale “II” di re Vittorio Emanuele che, come re d’Italia, avrebbe dovuto correggersi in “I” se avesse davvero sentito di non essere più soltanto il sovrano della Sardegna. A p. 183 approdiamo a valutazioni sugli attuali esponenti di casa Savoia che, essendo dovute a palese frequentazione personale, lasciamo all’Autore. Il lavoro si chiude sottolineando la differenza fra nobiltà (famiglie con un passato illustre) e aristocrazia (i potenti di oggi), e rilevando che il segreto di una vera aristocrazia è la durata nel tempo, non lo splendore di un attimo.

In definitiva, pur trasportando a volte uno stesso concetto di capitolo in capitolo, il libro si legge tutto d’un fiato per la sua toscanissima concretezza, così riassumibile: il potere determina l’aristocratico e la nascita il nobile, quindi il primo (per la gente comune) è comunque il più forte. Significativa è la scarsa presenza di cenni di araldica: a p. 26, si cita l’arma Negrone (nonno materno dell’Autore) sul palco teatrale di famiglia a Genova; a p. 68, lo “stemma in pietra dal disegno molto complicato dei precedenti proprietari” della villa delle Lame a Pomino; a p. 70, l’arma Frescobaldi sulla chiesa di Pomino da loro restaurata; e basta. I due soli stemmi visibili sono quello dei Frescobaldi in copertina, e quello Albizzi in quarta di copertina (inerente al matrimonio con l’ultima erede del ramo albizzesco principale, ed effigiato all’interno di un cabreo del XVIII secolo che riproduce lo sfortunato castello di Nipozzano, la cui fine viene descritta con nitida precisione a p. 38. Dispiace l’evidente neutralità del libro verso la nostra scienza, e verso coloro che se ne occupano con serietà: a p. 117 è definita “cosiddetta” la consulta araldica attiva fino al 1946, e menzionata in un riduttivo minuscolo; a p. 121 è il punto nodale dell’atteggiamento dell’Autore verso la scienza araldica, tutto riassunto nella convinta affermazione che chi dispone di un attestato nobiliare non sia motivato a farne uso, derivando esso “semplicemente dalla nascita e non da meriti individuali”, ed aggiungendo che chi si dà un titolo nobiliare fasullo non “rischia nulla”: il concetto di millantato credito dove va a finire? É forte la sensazione che l’Autore non tenga in gran conto il fatto di appartenere ad una famiglia di spicco, visto il distacco e quasi il fastidio con cui parla della condizione nobiliare odierna.

L’Autore ci perdonerà se tenteremo di imitarne la concretezza per riassumere il suo lavoro: il libro appare come un mix di ricordi e di vicende familiari, di pettegolezzo politico, di resoconto sul ventennio, con qualche divertente sortita nel piccante: insomma potrebbe apparire quasi un prodotto pronto per un immediato consumo. Tuttavia in quest’ottica, suona strano che certi capitoli siano politicamente doviziosi di dettagli pettegoli nel parlare dei salotti mondani romani di oggi, ma tacciano del tutto sugli analoghi di altri capoluoghi. Ad ogni modo, non possiamo che elogiare questo libro scritto in punta di penna, con stile elegante, in italiano correttissimo, imbevuto di sapido spirito toscano (a volte acutamente mordace), da un Autore a sua volta totalmente compenetrato da uno dei precetti impartitigli da giovinetto (cfr. p. 21), precisamente quello secondo cui “la forma è sostanza”. (M.C.A. Gorra)

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