Volker,
Reinhardt (a cura di), Le
grandi famiglie italiane. Le élites che hanno condizionato la storia d'Italia,
Neri Pozza editore. Vicenza 1996, pp. 703.
Un'opera corale, a tema italico ma di
natali d'oltralpe: ecco uno slogan con cui definire questo articolato e
interessante lavoro, composto da 70 capitoli (inerenti in tutto ad 82 gloriose
famiglie italiane) e curato da 36 Autori (fra cui una dozzina di nostri
connazionali); uno di loro è l'ideatore ed il supervisore del libro ed il suo
nome, quanto meno nella versione italiana, è l'unico ad apparire in copertina
(gli altri sono, a parte gli italiani, di nazionalità tedesca, inglese,
svizzera, canadese, austriaca e americana). In sostanza, questo libro è una
raccolta di monografie inerenti a cospicue famiglie di tutt'Italia, mirato a
offrire una panoramica su alcune emergenze di maggior spicco, piuttosto che il
riscontro puntuale dell'intera e variegata realtà nobiliare del nostro
caleidoscopico paese.
Il curatore è uno storico di
professione, specializzatosi in Italia, e che nutre un particolare interesse
verso la nostra storia dei secoli della Rinascenza. Questo suo lavoro, edito nel
1992 in Germania, arriva oggi nelle nostre librerie in una traduzione a
quattordici mani (e ci piacerebbe sapere se i capitoli redatti dai nostri
connazionali sono dati nell'originale stesura in italiano, o se sono una
ritraduzione della traduzione in tedesco).
Nella prefazione si precisa che il
libro intende offrire la storia non solo di singole dinastie ma anche delle
rispettive città, mettendo in giusta evidenza i rapporti fra le prime e le
seconde e dando attenzione ai risvolti sociali, economici e culturali connessi a
tali rapporti, nel quadro più generale delle vicende italiane ed
internazionali. Nella seconda parte della prefazione il curatore coinvolge
appieno l'araldica: dopo aver ringraziato i singoli Autori per aver «procurato
il materiale illustrativo degli stemmi di famiglia», egli ne motiva il livello
qualitativo non eccezionale giustificandolo con l'inquinamento urbano che rende
irriconoscibili gli esemplari sparsi nelle nostre città, e lanciando infine un
appello ai lettori per «migliorare il corredo iconografico». Anziché
ricorrere alle collette, bastava cercare un buon araldista-disegnatore e si
sarebbe ottenuto qualcosa di un po’ meglio di quel che si è pubblicato; ogni
capitolo inizia con un disegno, o una foto, in bianco-nero e di oscura origine,
che salvo rare eccezioni (vedi il bello stemma Altemps, un disegno di mano
probabilmente tedesca), è uno schiaffo alla ricchezza estetica della nostra
araldica, che in un certo senso ci meritiamo, ma che di sicuro è troppo sonoro.
A seguire, la prefazione scende sul
tecnico e promette di far trovare, all'inizio di ogni capitolo, una sintetica
descrizione dello stemma; la lodevole iniziativa viene subito stemperata
dall'affermazione che verranno adottati termini a metà fra il «gergo»
araldico ed il parlare corrente. Forse presentendo la conseguente ed inevitabile
confusione, il curatore si affretta subito ad ammettere la possibile insorgenza
di differenze fra le immagini e i testi, complici (a suo dire) le varianti che i
rami di ogni famiglia davano allo stemma di base. Si tratta però d'una
generalizzazione all'inglese inadatta alla realtà italiana, che non tiene conto
della vivacità e della naturale mutevolezza del fenomeno araldico, e
soprattutto che finisce col giustificare sia le sfortunate scelte iconografiche
di cui sopra, sia le potenziali imprecisioni che Autori e/o traduttori possono
aver scritto.
La prefazione infine rimanda il
lettore a fine volume, promettendo un glossario dei termini storici e delle «espressioni
fondamentali e insostituibili del gergo araldico». Non precipitiamoci a
cercarlo: di esso, limitatamente alla parte araldica, la traduzione italiana non
dà il minimo cenno. Una carenza del tutto immotivata e imperdonabile. Ci
piacerebbe davvero leggere l'originale tedesco, o quanto meno appurare le
ragioni di ciò.
Segue una ricca introduzione, che con
dovizia di accenni tratta dello sviluppo della nobiltà in Italia dal medioevo
in poi (con particolare attenzione alle peculiarità nobiliari delle diverse
zone geografiche, e con giusto rilievo verso la nostra tipica «nobiltà
commerciante»): è l'humus storico nel quale inquadrare le successive
monografie. Al suo termine (p. 29) è una bibliografia generale dove è amaro
leggere che, fra le opere italiane a tema araldico-genealogico, il curatore
ritiene solo il Litta e lo Spreti degni di emergere nel mare di contraddizioni
in cui annega gli altri. Non siamo in grado di dire se qui abbia prevalso il
rigore teutonico o il mancato approfondimento delle fonti.
Occorre sottolineare che, oltre a
questa bibliografia generale, le singole monografie recano ognuna una propria
bibliografia: si tratta di un metodo ed uno stile senz'altro da condividere, ed
utilissimo per eventuali approfondimenti (di natura più genealogica che
araldica).
A seguire è poi la corposa serie di
monografie sulle singole famiglie, i cui testi dipendono dallo stile e dalla
lingua madre dei curatori, influenzandone perciò la qualità ed il tono.
Sarebbe lungo e superfluo citare ogni cognome dato: per ogni monografia,
segnaliamo il dosato equilibrio fra cronaca e storia, fra dettagli personali e
sintesi globale; normalmente vi è dovizia di aneddoti, citazioni, fattacci e
fatterelli, e la lettura scorre piacevolmente. Volendo, si può seguire il libro
nell'ordine dato (alfabetico), oppure costruirsi un percorso geografico,
parentelare, o altro a piacere. Con indubbio rispetto della privacy, la
narrazione si stempera mano a mano che si avvicina ai nostri giorni, fino a
sfumare nell'indeterminatezza: ciò sottolinea la corretta impostazione
storiografica del pur divulgativo lavoro, insensibile alle accattivanti ma
perverse «esigenze di cassetta» così di moda.
Si può dire che ogni monografia
raggiunge appieno l'intento di parlare dei fatti di famiglia nell'ottica dei
fenomeni storici in cui accaddero, ma va affermato con chiarezza che non è e
non vuole essere un lavoro di araldica: i pochi cenni della nostra scienza sono
spesso limitati, come promesso, alla figura ed alla «descrizione» di inizio
capitolo, le quali ultime, benché valide nell'impostazione storiografica e
interpretativa, sono molto carenti dal lato tecnico e scientifico.
A p. 284 è l’imprecisione del
Sanfilippo che vede rosso e argento il campo dell'arma Doria (anziché oro e
argento); come pure a p. 294 confonde in bande le tre fasce argentee dei Durazzo.
A p. 315 è la lunga e traballante descrizione dell'ultima versione complessa
dell'arma Farnese (quella con i quarti d'Austria e Portogallo, e il
Gonfalonierato della Chiesa), riscattata dalla corretta interpretazione storica.
A p. 345 sa di animalesco il termine «zampata» adottato per tradurre la croce
patente rossa dei Gonzaga. A fronte di qualche perla di traduzione (p. 59: gli
Hardouin, duchi di Gallese e stipiti della consorte del Vate, sono citati come
«Arduino»; p. 212: il comune laziale di Riofreddo è dato come «Rioffredo»;
p. 316: la culla dei Farnese, Canino, è data come «Camino»; p. 425 brilla
della seguente descrizione: «lo stemma dei Monferrato mostra in argento la
sommità di uno scudo rosso», preferita al troppo semplice «d'argento, al capo
di rosso»), lamentiamo alcuni difetti «di fabbrica»: in merito ai Grimaldi si
cita Francesco detto Malizia, il conquistatore della rocca di Monaco, ma non la
causa (vera o presunta) del soprannome legato ai modi del suo insediamento; a p.
430 perché, come arma dei Montefeltro, si mostra l'altorilievo che campeggia su
un camino del palazzo ducale di Urbino e che ne mostra la sola aquila, isolata e
senza scudo? A p. 455 l'anguilla degli Orsini è detta derivare dal feudo di
Anguillara, anziché dall'omonima famiglia della cui consorteria essi fecero
parte; a p. 475 «lo stemma dei Pepoli è a scacchi d'argento e bianchi»: mi
spiegate la differenza? E perché ciò sia stato scritto sotto al corretto
disegno dello «scaccato d'argento e di nero» della famiglia? A p. 592 è
errato affermare che l'arma Torlonia mostri normalmente una banda caricata da
tre rose d'oro, e che «esiste una variante con sei rose»: è invece vero il
contrario.
Rattrista che gli stemmi peggio
descritti siano proprio nei capitoli curati da Autori italiani (a p. 502 salta
fuori un leone «grigio» dei Pio): in compenso, ogni tanto si citano stemmi e
monumenti stemmati, visibili in siti storici e artistici facilmente accessibili:
finalmente un libro dove si danno esempi di araldica applicata, con un duplice
invito alla visita e ad una maggiore considerazione per la nostra scienza.
Alcune scelte ci lasciano però perplessi: sui Trivulzio non si dà cenno della
peculiare ed interessantissima arma parlante. A p. 603, perché la famiglia
Tuscolo-Crescenzi è stata lasciata senza stemma?
Infine, sotto la lettera P è la bella
ma mal sfruttata citazione della famiglia dei prefetti di Vico, la cui carica
dinastica è stata presa per una cognomizzazione (ci consola però che si sia
accesa una luce su questa misconosciuta schiatta dell'alto medioevo laziale).
Tirando le somme si può affermare che, nonostante queste piccole carenze araldiche (peraltro preannunciate dalla prefazione, e su cui ci siamo soffermati solo per auspicarne la sistemazione in una successiva edizione), il libro sia senz'altro da consigliare a chiunque cerchi una panoramica rapida ma non superficiale sulla storia nobiliare nostrana. A noi è piaciuto proprio per questo, e proprio per questo abbiamo tenuto per ultima la sola cosa superficiale che abbiamo riscontrato: la scelta grafica della copertina italiana. In un'opera dove la parte iconografica, come abbiamo visto, già non rende troppo onore al livello estetico degli stemmi del Bel Paese, perché far troneggiare in copertina il vistoso, colorito, pregevole, accurato ma francesissimo stemma di Marie de Tremouille, ripreso verosimilmente dalla tavola XXXIII di una banale riedizione parziale italiana del 1991 della britannica «Encyclopedia of Armory» di A. C. Fox-Davies? (M.C.A. Gorra)