Floris, Francesco, “Feudi
e Feudatari in Sardegna”,
Voll. 2, pp. 736. Edizioni Della Torre, Cagliari, 1996.
Sono
almeno due le ragioni che imprimono interesse e importanza all’ultima fatica
storica di Francesco Floris. Esse riguardano il fatto che questo imponente
lavoro si articola editorialmente, assumendo allo stesso tempo le fattezze di un
dizionario e di un profilo storico. Il libro infatti traccia, per linee interne,
una storia del feudalesimo in Sardegna durante un mezzo millennio abbondante
dalla venuta dei Catalani alla prima metà dell’ottocento, all’epoca della
abolizione di questo sistema di potere. Lo fa in associazione ad un prezioso
dizionario, o catalogo, dei feudi sardi, per ciascuno dettagliando i passaggi di
mano all’interno di una stessa o da una famiglia nobiliare all’altra e le
caratteristiche delle rendite signorili, in base ai dati reperibili della
letteratura e dalle fonti.
Stesso
tipo di operazione viene condotto per i casati feudali. Evocati nel disegno
storico già menzionato, questi divengono oggetto di uno specifico dizionario,
di una biografia familiare, la cui consistenza varia a seconda delle possibilità,
documentarie e letterarie, di dare corpo alle vicende dei principali esponenti,
degli attori del successo e della durata delle rispettive dinastie, dando conto
altresì del rami collaterali, sia che subentrino sia che concorrano a
qualificarne il peso e il ruolo nella storia generale del regno di Sardegna.
1.
A confronto del quadro tracciato da Floris, spero non risulti inopportuno
ricordare che, quando a metà anni 1320, la Corona d’Aragona prese possesso
della Sardegna, dei quattro giudicati (Torres, Gallura, Arborea e Cagliari) in
cui uscì ripartita dall’alto Medioevo, sopravviveva solo quello di Arborea.
Gli altri erano stati travolti, tra XIII e inizi XIV secolo, dalla fame di
possessi di potentati locali e italiani. In particolare il giudicato di Torres
aveva finito con l’essere spartito tra i Doria, Genovesi, i Malaspina,
tosco-liguri, l’emergente città di Sassari, il giudice di Arborea e i suoi
rami cadetti. Gallura e Cagliari erano cadute sotto la signoria di Pisa.
La
bolla pontificia d’infeudazione dell’Isola alla monarchia aragonese
riconosceva i diritti acquisiti di questi potentati e della casa d’Arborea,
quest’ultima in mano di una dinastia catalana. Gran parte di tali diritti
furono confermati da accordi, intercorsi tra ciascuno di essi e la Corona.
Fallito per l’ostilità papale un tentativo di porre in maniera indolore Pisa
e i suoi possessi sardi sotto la signoria aragonese, solo il conflitto con la
città ghibellina, il cui esito permise alla Corona di mettere piede effettivo
nell’isola, determinò per essa la condizione della disponibilità di una metà
circa del territorio isolano, di cui meno di un terzo in «realengo», compresi
peraltro i feudi temporaneamente confiscati ai Malaspina.
A
metà Trecento un terzo dell’isola era in mano della casa d’Arborea e di un
suo ramo cadetto. Assieme ad altri potentati locali e italiani gli arborensi
controllavano più della metà dei villaggi dell’isola dislocati tra Arborea e
Torres, con propaggini in Gallura e nel cagliaritano.
Il
blocco feudale catalano-aragonese si estendeva su poco più di un altro terzo
dell’isola, con epicentro nel cagliaritano e prolungamenti in Torres e
Gallura. In questo blocco emergevano i due rami dei valenzani Carroz col 20%
relativo dei possessi. Mentre qui i grandi e medi feudatari primeggiavano entro
una galassia di piccoli signori, nell’altro blocco il pulviscolo signorile
attorno ai magnati sardi e italiani era poca cosa.
Altro
dato caratteristico della feudalità di nuova immissione è che ad una forte
partecipazione della nobiltà aragonese sia alla conquista, sia e ancor più,
trent’anni dopo, alla spedizione di Pietro il Cerimonioso, non corrisponde una
altrettale sua incidenza nelle concessioni territoriali; al contrario dei
Valenzani, la cui presenza anche cresce da una spedizione all’altra, forse per
far dimenticare con gli Aragonesi i turbolenti trascorsi dalle Unioni (non
personali comunque, poiché i magnati in esse implicati erano stati spezzati
via), più probabilmente per il rilevante peso assunto tra i feudatari sardi e
nella politica locale da alcuni loro esponenti, quali i Carroz.
Si
registra una persistente superiore presenza aragonese, ma una accresciuta
incidenza valenzana per giunta con una maggiore consistenza relativa delle
compagnie assoldate.
Del
tutto rovesciata si presenta invece la composizione interna della feudalità
vecchia e nuova, ovviamente per la parte relativa a quest’ultima, nella
Sardegna di metà ‘300. Per ben il 52% essa è di provenienza catalana e per
oltre un quarto formata da elementi forniti dal patriziato e dal ceto mercantile
barcellonese; un altro 25% proviene in gran parte dal regno di Valenza (11%), in
minor numero e in parti eguali da quelli di Maiorca (compresi quindi Rossiglione
e Sedagna) e di Aragona (7% ciascuno); per il restante 23% è fatta di italiani
e sardi, un quarto dei quali arborensi.
In
sostanza la Corona d’Aragona s’insedia nell’isola potendo contare su un
controllo imperfetto e parziale della medesima.
2.
Tra seconda metà del ‘300, e prima metà del ‘400, la contestazione
arborense, da sola o collegata con i Doria (e direttamente o per loro tramite
con Genova) e da ultimo, per vicende dinastiche, con la Francia narbonese
(nonostante la contrarietà della monarchia francese, invischiata nella guerra
dei cent’anni), mise a dura prova la peraltro mal assestata centralità
monarchica, travolgendo gran parte delle medie e piccole signorie
catalano-aragonesi e quelle italiane (eccetto ovviamente i Doria), almeno finché,
dai primi del ‘400, la Corona non fu in grado di riprendere la sua politica
espansionistica a scala del Mediterraneo occidentale.
In
forza del rilancio imperialistico e di una politica più attenta alle
aspirazioni delle aristocrazie e dei patriziati locali, nel corso della prima
metà del ‘400 si assiste all’integrazione del nucleo arborense, depositati
i simboli del casato giudicale, nel sistema di potere catalano e alla
cancellazione definitiva degli ultimi potentati liguri dalla carta feudale
dell’isola.
Al
1452 la geografia signorile in Sardegna si presenta così strutturata: un 35,5%
di grandi feudatari (con l’88% delle rendite), un 29% di medi feudatari (col
10% delle rendite) e un 35,5% di piccoli feudatari (con appena il 2% delle
rendite).
Rispetto
ad un secolo prima la consistenza numerica della feudalità si è scremata di un
buon 50%, a danno soprattutto delle piccole entità signorili. Inoltre, un terzo
circa di questa feudalità, in gran parte nuova, è costituita da potenti
locali, patrizi sassaresi su tutti, in rapida scalata nobiliare.
Questo
assetto avrebbe subito un ulteriore ritocco a fine anni 1470, in conseguenza di
una grave crisi feudale, che comportò la scomparsa del ridotto arborense (nel
frattempo passato per via ereditaria agli aragonesi Alagon) e di un altro
cospicuo casato di Dessena, discendenti parrebbe dei senesi Piccolomini: dei
loro principali esponenti non delle rispettive famiglie, che dovevano permanere
tra i ranghi della nobiltà e della feudalità isolana. Del relativo ridisegno
della carta feudale dell’isola solo in parte beneficiò la feudalità vecchia
e nuova (dai due rami dei Carroz ai Maza de Lizana, che avrebbero ben presto
ereditato l’asse dei Carroz d’Arborea; dai Centelles, conti di Oliva, agli
Enriquez, i quali avrebbero rapidamente alienato le loro concessioni; dai
Requesans ai Vilamari, ai Cardona dell’asse napoletano, i quali tutti si
sarebbero progressivamente ritirati dal teatro feudale isolano), poiché la
fetta più cospicua di quei territori, il marchesato di Oristano in particolare,
andarono a ricostituire il «realengo», fin lì ridottosi pressoché solo ad
alcune città regie. Nel 1485 infatti, in termini di fuochi fiscali, il «realengo»,
comprendendovi le città regie, rappresenta un terzo circa dell’intero
territorio isolano; senza di esse, siamo ad un 16% circa dei fuochi feudali,
tuttavia cospicuo, se si considera che i maggiori casati del momento (Carroz
d’Arborea, Carroz di Quirra e Centelles di Oliva) ne assemblano insieme il 47%
circa, a scalare dal 20% circa dei primi al 12% circa degli ultimi.
In
totale quindi 4 grandi signorie (compresovi il demanio regio), pari al 12,5%
della feudalità censita, controlla il 62,4% dei fuochi fiscali; un altro 28% ne
controllano il 22,6%, mentre il restante 59,5% (19 signori su 32) rastrella un
15% di briciole, senza contare i feudi spopolati che non compaiono nel riparto
parlamentare.
All’indomani
di quest’ultimo sommovimento sismico, agli inizi del ‘500, la fisionomia
giurisdizionale dell’isola si può dire per grandi linee assestata. Da un lato
un blocco signorile, in cui i piccoli feudi costituiscono poca cosa non tanto in
numero quanto in rendite e in fuochi fiscali, dall’altro un blocco demaniale,
mai per l’innanzi così cospicuo, consolidato per giunta poco dopo la metà
secolo dall’acquisto di Bosa e della sua Planargia. Sicché si avrà il pieno
delle città regie (Sassari, Alghero, Bosa e Castellaragonese nel Capo di Sopra
o di Sassari e Logudoro; Cagliari, Oristano e Iglesias nel Capo di Sotto o di
Cagliari e Gallura) e una consistenza del «realengo» pari, comprese esse, ad
un terzo pieno dell’isola (il 35% circa), senza di esse, ad un quinto circa
(il 18%) delle terre feudali.
Le
modificazioni nella geografia feudale sarda, cui si assisterà da questo
momento, non avranno più carattere violento, ma saranno di natura ereditaria o
acquisitiva (in genere vendite all’incanto per debiti o reinfeudazioni di
territori tornati alla Corona per mancanza di eredi). Né la crisi Camarassa
(1666-68), una crisi parlamentare caratterizzata dallo scontro fisico tra la
monarchia ed una fazione aristocratica, né la guerra di successione spagnola
con la contesa tra filippisti e carlisti per il controllo dell’isola e il suo
successivo passaggio in mano dei Savoia provocheranno modificazioni
significative di questo assetto.
I
feudi confiscati tornarono ai legittimi possessori o ai loro eredi.
Le
grandi ondate di compravendite feudali, che seguirono le grandi crisi dell’evinzione
dei Doria dal nord dell’Isola e dello smembramento dell’eredità arborense
nella zona centrale, si esaurirono entro la prima metà del ‘500. Da allora la
costituzione di nuove dinastie feudali diveniva un evento raro, frutto
essenzialmente di estinzione di altre dinastie. Ciò anche in ragione
dell’ampliarsi della capacità di testare, specie per le grandi e medie casate
feudali.
Saranno
appunto la possibilità di ereditare, anche in assenza di testamento, non solo
da parte dei cadetti, ma anche delle femmine e dei collaterali d’ambo i sessi
e l’intrecciarsi delle dinastie in conseguenza delle strategie matrimoniali a
creare, meno numerose che frequenti, occasioni ora di partizione, per i feudi
medio-grandi, ora di aggregazione, talvolta per questi, più spesso per i
piccoli feudi: insomma, di riscrittura parziale della carta feudale
dell’isola.
Con
questa non piccola differenza tra l’epoca spagnola e quella sabauda: durante
la prima l’autorità regia per il tramite del Supremo Consiglio d’Aragona
non favorì mai i tentativi del fisco di contestare, quando se ne presentava
l’occasione, le successioni in linea di diritto dubbie, persino nel caso del
piccolo feudo di Musei, acquisito dal collegio gesuitico di Cagliari per lascito
testamentario, nonostante le prammatiche e i disposti parlamentari in contro al
passaggio di feudi «in manumortua»; durante la seconda, questi tentativi,
quelli in specie rivolti al recupero dei vasti possessi in mano a signori
residenti in Spagna. pur godendo del sostegno regio, dovevano cozzare contro il
muro dei trattati internazionali e dell’attiva ostilità della corte
madrilena, al più ottenendo o il sequestro temporaneo delle rendite o la
reinfeudazione con alcuni oneri (in particolare l’obbligo di fondare nuovi
villaggi).
L’inanità
di questi sforzi fu tuttavia compensata dalla politica sabauda di alienazione,
sovente senza giurisdizione (signoria utile: è il caso dei campidani di
Oristano), di grandi porzioni del regio demanio a favore di una nuova feudalità
ora sarda ora ligure-piemontese, anche per controbilanciare il peso relativo
della feudalità residente in Spagna.
Sicché
al momento della liquidazione dell’asse feudale, negli anni 1830-40, i baroni
residenti nell’isola (o ligi alla monarchia) erano 27 con 49 feudi,
comprensivi di 139 villaggi per circa 157.000 abitanti (al censimento del 1838),
con una rendita annua lorda di circa 178.000 lire (poco più di una lira per
abitante) ed un netto del 76%: di questi il 15% erano solo signori utili col 12%
dei feudi ma il 29% dei villaggi e degli abitanti, il 12% della rendita lorda ma
il 14% di quella netta.
Quelli
residenti in Spagna erano solo 8 ma con 31 feudi, pari a 186 villaggi e 237.000
abitanti: il 23% circa della feudalità laica quindi, con il 41% dei feudi
soprattutto il 57% dei villaggi e il 65% degli abitanti. La loro rendita lorda
annua era valutata ascendere a 155.000 lire (poco più di 60 centesimi di lira
per abitante), con un netto di appena il 28%, a causa della forte incidenza dei
costi dell’amministrazione generale dei loro «stati, composti mediamente da
3,8 feudi ciascuno, contro 1,8 feudi in media accreditabili agli altri feudatari
(uno scarto del 211%).
Altri
3 feudatari erano ecclesiastici con 4 feudi in tutto, pari a 6 villaggi per poco
più di 4.000 abitanti, una rendita lorda annua di una lira per abitante ed un
netto del 54%. Appena più numerosi erano i feudi regi: 6 con 25 villaggi e poco
più di 30.000 abitanti, pari rispettivamente al 7 e al 7,5% del totale dei
villaggi e degli abitanti. Un demanio decisamente dimezzato rispetto al periodo
spagnolo, ancor più se si considera che alcuni feudi erano rimasti vacanti
nella fase di avvio della abolizione del feudalesimo e perciò non erano stati
riassegnati.
Tolto
ciò, nella prima metà dell’’800 poco era cambiato nella composizione
organica della feudalità sarda rispetto a due secoli prima (anni 1627-29),
quando i grandi feudatari (con più di 2000 fuochi fiscali al censimento del
1627), compresovi il regio demanio, erano in 8 in tutto (pari al 17,5% circa, la
fascia intermedia (tra più di 500 e meno di 2000 fuochi) era composta da 13
signori (pari a poco più del 28%) e quella più bassa da 25 (il 54,5% circa),
compresi 3 ecclesiastici.
Il
regio demanio comprendeva già 8 feudi, ma non esattamente gli stessi: basti
pensare che includeva il 13,7% dei villaggi e il 14,5% dei fuochi fiscali. La
fascia alta assommava il 36,6% dei feudi, con il 58% circa dei villaggi ed oltre
il 60% dei fuochi nonostante 3 feudi fossero spopolati: in essa 4 signori, i
maggiori in assoluto, residenti in Spagna, controllavano il 67% relativo dei
feudi, oltre il 78% dei villaggi e ben il 79% dei fuochi.
I
feudatari della fascia intermedia possedevano il 25% circa dei feudi (uno solo
spopolato) rispettivamente circa il 20 e il 19% dei villaggi e dei fochi. I
piccoli feudatari, pur col 30% dei feudi, si estendevano su appena il 9% dei
villaggi e il 6% dei fuochi, in virtù anche del fatto che in questa fascia
erano compresi ben 10 feudi spopolati. 7 di loro (il 32% della fascia) erano
signori di altrettanti territori completamente privi di insediamenti umani
stabili.
3.
La tendenza alla stabilità e uniformità politica, che caratterizza il ‘400
sardo, costituisce come lo scenario di fondo dell’altra più specifica
tendenza alla stabilità e uniformità giurisdizionale del contesto feudale.
L’ampliamento di giurisdizione, con la concessione del mero (e misto) imperio,
in altri termini con la piena prima giudicatura nel civile e nel criminale, cui
si accompagna, ma sovente segue e in genere di pochi anni, l’ampliamento del
diritto successorio, a fine XIV secolo è ancora molto raro; interessa solo un
ramo dei Carroz, oltre gli Arborea e i Doria, per i quali si tratta del
riconoscimento di prerogative consolidate.
Nel
corso della prima metà del 400 tuttavia l’hanno già raggiunto quasi tutti i
feudi del Capo di Sassari e gran parte di quelli del capo di Cagliari. Alla fine
del secolo sono ormai pochissimi i feudi, i cui signori non godono del mero
imperio: costoro vi accederanno nel corso della prima metà del ‘500,
eccettuato il signore di Olmedo, villaggio su cui esercitava l’alta giustizia
criminale il veghiere di Alghero, e quelli di alcuni territori spopolati
(salti), come il salto di Minerva (sempre in prossimità di Alghero).
Il
relativamente rapido raggiungimento dell’uniformità giurisdizionale doveva
scatenare nei medi e grandi feudatari la rincorsa ad un’ulteriore scalata
giurisdizionale e alla blasonatura dei titoli di possesso. Il primo tipo di
scalata si espresse nell’accesso alla allodiazione feudale (detta anche «more
Cathalunie», in contrapposizione all’altra, detta «more Italie»: non era un
preziosismo formale, dato che quest’ultima dizione si ritrova in alcune
concessioni della Sardegna pre-aragonese), all’erezione cioè del feudo in «stato»
con connesso diritto di seconda giudicatura piena, un’estrema latitudine
ereditaria (fermo restando il vincolo maggiorascale, istituibile anche
sull’altro tipo di feudo), l’automatismo dell’investitura ad ogni
successione, espresso dall’esenzione del «laudemio» o tassa di successione
(a meno di lite successoria), e l’immunità dal servizio militare, che
peraltro era tassativo, come negli altri regni della Corona, solo per la difesa
del Regno.
L’assoldamento
di compagnie (di cavalleria in specie), nel XVI e soprattutto nel XVII secolo,
da parte di grandi signori era un puro atto politico, indicativo della propria
potenza interna e della volontà di contare presso la monarchia.
Le
prime, rare allodiazioni, in rapida successione con l’accesso al mero imperio,
sono della prima metà del ‘400. Il grosso di esse si colloca tra la seconda
metà di questo e gli inizi del secolo successivo. Senza contare 6 allodiazioni
messe in dubbio in un catalogo del 1629, compilato da un nobile erudito, forse
perché obliterate o decadute in seguito a reinfeudazioni, più del 90% dei 36
feudi, che raggiungono questa condizione entro la prima metà del 500, quando il
fenomeno si esaurisce, la attingono tra la seconda metà del ‘400 e gli inizi
del ‘500. Le uniche due della seconda metà del ‘500 si collocano tra quelle
dubbie e la sola della prima metà del ‘600 era stata già concessa a fine
‘400 ad altro feudatario, prima che il feudo tornasse alla Corona per mancanza
di eredi.
Comunque
i signori investiti di questa prerogativa nel loro insieme non sono più di 13,
in un rapporto di 1 a 3 tra essi e il totale dei feudi interessati: vi sono
compresi i Carroz dello «stato» di Quirra per un complesso di 9 feudi (con 68
villaggi nel 1720); i Carroz d’Arborea per un complesso che raggiunse gli 11
feudi, prima che alcuni di essi fossero alienati e gli altri si scindessero in
due rami (Mandas, con 25 villaggi nel 1720, compresa la città feudale di
Terranova, oggi Olbia; Orani, con 18 villaggi nel 1720); i Centelles di Oliva,
dopo alcune alienazioni della prima metà del ‘400 ridottisi a 5 feudi (nel
1720, quando con Mandas e Quirra si trovavano in mano dei Duchi di Gandia,
contavano tuttavia 31 villaggi).
Non
appartenevano a questa schiera i capifila, in periodo spagnolo, della feudalità
residente in Sardegna, gli Alagon di Villasor (con 22 villaggi nel 1720) e i
Castelvì di Laconi (con 10 villaggi nel 1720), quest’ultimi allodiali per il
solo feudo di Sanluri, acquisito quando già godeva di questa prerogativa, in
quanto emersi in epoca successiva alla grande ondata delle allodiazioni, come
altresì i Gualbes di Palmas (nel 1720 con 7 villaggi) e i Brondo di Villacidro
(nel 1720 con 8 villaggi, comprensivi della Planargia). L’Angius, da cui sono
presi i dati del 1720, fa confusione riguardo a Villacidro e Palmas, che si
accumulano in mano dei Crespi di Valdaura nel corso del ‘700, ma senza la
Planargia. Tutti costoro, in periodo sabaudo, risiedevano in Spagna e con essi
altri due feudatari.
Il
secondo tipo di rincorsa quello alla blasonatura dei titoli, fu complementare al
primo, quello all’allodiazione, in quanto esplose quando esso si era ormai
esaurito, cioè tra seconda metà del ‘500 e prima metà del ‘600. Interessò
i signori allodiali, sommamente i principali tra essi (ma non i conti di Oliva,
che rimasero, per così dire, soddisfatti dall’estensione, nella prima metà
del ‘400, del titolo di cui già si fregiavano per i loro possessi valenzani)
e soprattutto quei grandi e medi signori, che allodiali non fecero in tempo ad
essere.
Su
un complesso di 35 titoli, erogati nel corso di tre secoli tra seconda metà del
‘300 e seconda metà del ‘600 (senza contare quelli concessi a italiani e
arborensi), eccetto l’unico viscontado, quello di Sanluri, che passò col
feudo ai signori di laconi, l’80% di essi si colloca appunto tra seconda metà
del ‘500 e prima metà del ‘600.
Tra
seconda metà del ‘300 e prima metà del ‘400 ne erano stati concessi in
tutto 3 (due contee e l’unico viscontado). Si registra una pausa pressoché
totale nei 100 anni successivi, in concomitanza con la grande ondata delle
allodiazioni: nessun titolo nella seconda metà del ‘400, nella fase apicale
delle allodiazioni; una contea nella prima metà del ‘500.
Nell’intervallo
tra seconda metà del ‘500 e prima metà del ‘600 si assiste invece ad un
crescendo di concessioni di titoli oltre che di conte anche di marchese (fino ad
allora e agli inizi del ‘400 ne era stato concesso uno solo, quello di
Oristano, a fine secolo passato alla Corona), con apice nel secondo
cinquantennio ed uno strascico in quello successivo, quando viene anche concesso
l’unico titolo di duca. Non si considerano qui le «grandezas», di cui
godevano i grandi casati residenti in Spagna e che sul declinare della
dominazione spagnola vennero elargiti anche ai due capifila della feudalità
residente.
Anche
per questo fenomeno - che nel suo massimo fulgore, nel ventennio 1636-56, da
grazioso divenne oneroso, sull’onda della politica dell’Olivares, volta a
mobilitare tutte le risorse finanziarie possibili - non si ha stretta
coincidenza tra numero di titoli e numero di titolati, in un rapporto tuttavia
di circa 1,5 ad 1, più blando che per le allodiazioni. Inoltre in 7 casi il
maggior titolo elide il minore, mutando la denominazione mentre in altri 6 casi,
variando la denominazione, l’uno si affianca all’altro: esemplificativo di
entrambe le situazioni è il caso dei Castelvì, che aggiungono al titolo di
visconti di Sanluri quello di conti di Laconi, poi mutato in marchesi di Laconi.
Il
rilancio della rincorsa ai titoli in epoca sabauda ha tutt’altro carattere,
nel senso che è più spesso oneroso, legandosi in specie all’obbligo di
migliorie (soprattutto ripopolamento di villaggi abbandonati o fondazione di
centri nuovi), talvolta è puramente esornativo, al più di una semplice
signoria utile.
4.
Lo sviluppo degli strumenti istituzionali di controllo burocratico sulle
giustizie delegate (feudali ovviamente ma anche urbane) ritarda di oltre mezzo
secolo rispetto al consolidamento della giurisdizione, per quasi tutti i feudi,
e all’allodiazione di buona parte dei più cospicui.
La
Reale Udienza nell’isola si struttura poco dopo la metà del ‘500, quando la
consorella catalana, che esiste da almeno 90 anni, si duplica con l’apertura
di una specifica sala criminale. Quest’ultima in Sardegna deve attendere un
altro secolo circa per entrare in funzione, passando per l’attivazione ad
inizio del ‘600 di un giudice «in criminalibus tantum». Circa un ventennio
prima, per razionalizzare il controllo sulla giustizia baronale, era stato
disposto che i tribunali signorili sedessero per metà anno «en su gubierno» e
per l’altra metà in Cagliari o Sassari, a seconda del capo di appartenenza.
Tutto
ciò peraltro non senza la pesante opposizione del baronaggio, che contro la
sala criminale si espresse sin dalla fase di gestazione, ritardandone
l’apertura. Per tagliar corto con questi intralci, la nuova sala fu attivata a
ranghi incompleti e con il dispositivo sulla forma «en su gobierno» ancora
provvisorio, perfezionato subito dopo.
Tuttavia,
nonostante la crescita di peso, all’interno dello stamento militare, della
piccola nobiltà (in virtù della corsa all’«annoblissement», dilagante nel
‘600), non necessariamente succube del baronaggio anche come riflesso delle
sue modificazioni compositive, contestualmente alla articolazione e
razionalizzazione dei meccanismi di controllo sull’esercizio di giurisdizione
va registrato un sostanziale recupero e potenziamento dei poteri giurisdizionali
da parte della feudalità. Né si può trascurare l’accentuarsi del tono
nobiliare nella vita politica e sociale dell’isola nel corso del ‘600, più
in particolare la presenza di esponenti dell’aristocrazia locale nelle alte
cariche del regno (in specie alla testa dei governatori di Cagliari e di Sassari
e della procurazione reale), la riattivazione e gli anni 1630 del collegio
probivirale per le cause criminali in capo ai nobili, sia pure immettendo alcuni
«letrados» nella giuria di corpo, il diritto proprio del solo stamento
militare ad autoconvocarsi tra un parlamento e l’altro come strumento
specifico di controllo sull’operato della pubblica amministrazione, la quale
nel tentativo di contestare tale diritto solo avrebbe ottenuto di legittimarne
riunioni separate tra i due Capi, salva restando la primazia di Cagliari, e di
sottoporle ad un più stretto controllo proprio.
Altro
sintomo del complessivo tono nobiliare della vita isolana si può rilevare dal
fatto che, sull’onda del pattismo cetuale, che si andava concrezionando nei «capitoli
di corte» parlamentari, prendevano corpo un pattismo rurale, che trovava
espressione nei «capitoli di grazia», fortemente mimetici di quelli
parlamentari: nella forma di petizioni sulle modalità di gestione dei feudi e
sulla struttura e il livello delle rendite signorili, petizioni singolarmente
approvate, modificate o respinte dal feudatario al modo stesso dei capitoli
parlamentari; talvolta anche - significativo il caso dell’Ogliastra, feudo dei
Carroz di Quirra - nelle cadenze di presentazione dei pacchetti di richieste, a
ridosso di assise parlamentari, e persino nella prassi di erogazione di un
donativo feudale, senza tuttavia giungere alla fissità e istituzionalizzazione
proprie di quello parlamentare, oltre che delle connesse riunioni. Il rilancio
delle pattuizioni nella seconda metà del ‘600 si colloca più in clima di
crisi demografica che di assise parlamentare. Ciò perché il pattismo feudale,
aldilà del mimetismo formale nei confronti di quello cetuale, affondava le sue
radici nel fatto che nella sostanza la struttura della rendita signorile in
Sardegna era ancorata più ai livelli della popolazione che a quelli della
produzione, in un contesto geografico caratterizzato da una piuttosto bassa
densità abitativa, che avrebbe cominciato ad essere ritoccata in positivo solo
nel corso del ‘700 - il pur vivace recupero all’indomani delle gravi crisi,
epidemica (anni 1652-57) e sussistenziale (anni 1680-81), sarebbe approdato a
fine secolo a poco più della ricostituzione dei contingenti umani di fine
‘500 -, e in presenza da metà ‘400 dell’acquisita mobilità territoriale
da parte degli abitanti delle comunità rurali.
Su
questi fattori strutturali faceva leva la prassi dei «capitoli di grazia», in
forza dei quali le comunità per un verso tendevano a negoziare aggiustamenti,
sia pure parziali, del livello delle rendite signorili, ottenendo ora l’evinzione
di talune tasse, ora la riduzione di altre o la loro standardizzazione,
singolarmente o per quote globali, e ad estendere la propria capacità di
utilizzo del territorio a scapito del demanio feudale e della libertà
d’azione del signore; per un altro verso miravano ad ampliare le forme di
autogoverno locale, riuscendo talvolta ad assumere il controllo pieno degli
organi amministrativi e persino di quelli giurisdizionali, perlomeno a livello
di villaggio.
Sia
all’uno che all’altro riguardo può essere indicativo, anche se non
generalizzabile, il menzionato caso del giudicato di Ogliastra (un feudo, al
censimento del 1627, di 23 villaggi con circa 3700 fuochi).
Al
primo riguardo già nel corso del ‘400 gli ogliastrini ottenevano che ciascun
villaggio avesse la disponibilità e il godimento in esclusiva dei pascoli di
sua pertinenza, financo il diritto di percepire essi il deghino (o sbarbagio:
tassa gravante sul bestiame) dai pastori forestieri, esplicitamente dai porcari.
Tant’è che nel ‘600 le rendite derivanti dall’allevamento non compaiono
tra quelle che il feudatario percepiva in Ogliastra. Inoltre da metà ‘500 il
«feu» in denaro diveniva una voce fissa, globale, che il giudicato ripartiva
tra i suoi villaggi.
Al
secondo riguardo, più tardivamente, tra ‘500 e ‘600, questo feudo
raggiungeva la naturalizzazione delle sue principali cariche, pur restando del
signore il diritto di nomina, tuttavia scegliendo in terne formate dalle comunità
del giudicato; in più affiancava loro un proprio organo collegiale, gli «elets
y deffensors de la republica», mentre le cariche di villaggio cadevano sotto il
diretto controllo delle singole comunità.
In
sostanza la signoria terriera sui prodotti dell’agricoltura colpiva solo il
grano (talvolta anche l’orzo) secondo meccanismi simili a quelli del
testatico, al più in proporzione al numero dei gioghi di buoi posseduti (anche
qui sovente in tassa fissa, semmai articolata in 2 o più classi) o al numero di
starelli (1 starello = 1/2 quintale circa) seminati (con le stesse modalità) e
il vino. Per l’allevamento a pecore e porci al più si aggiungevano le capre,
con criteri di tassazione, che, come s’è visto, gravavano più sui piccoli
che sui medi e soprattutto sui grandi conduttori di greggi.
I
livelli della rendita dipendono perciò dalla natura degli assetti produttivi e
dai livelli e dalla struttura della popolazione attiva, come rileva altresì dal
suo andamento tra inizio del ‘500 e metà’ 600 nel Monteacuto, un grande
feudo (16 villaggi) dei conti di Oliva, posto nel capo di Sassari e a prevalente
vocazione pastorale. Fatte = 100 le 5125 lire della rendita complessiva
mediamente percepita nel 1519-20, si passa a 102 a fine ‘500 (media anni 1577
e 1584) e a 114 a metà ‘600 (media anni 1648 e 1652), in sostanziale sintonia
col movimento della popolazione attiva, registrato dal «feudo in denaro» che
passa da 100 a 101,5 a 108. I crescenti scostamenti tra i due indici sono da
imputare al diverso variare della distribuzione della popolazione attiva tra i
due settori produttivi fondamentali: infatti la rendita sull’allevamento,
quindi la popolazione attiva del settore, è in crescita continua, più
sostenuta nel primo che nel secondo intervallo, passando da 100 e 118 a 132;
mentre quella sull’agricoltura ha un andamento parabolico, passando da 100 a
139 a 108.
In
questo caso, nonostante le modalità di pagamento permangano relativamente più
gravose per il secondo settore, per la sua maggiore estensione il primo
condiziona di più la rendita complessiva: il peso relativo della rendita su
pecore e porci, che inizialmente è del 38% più alto rispetto a quella su grano
e vino, si dimezza nel primo intervallo, ma si raddoppia nel secondo.
5.
La relativa stabilità degli assetti produttivi, cui rimandano sia la struttura
della rendita signorile che il sua andamento evoca a sua volta i termini
complessivi del rapporto tra le comunità rurali e il loro territorio, più in
specifico gli assetti proprietari. Per cogliere questi aspetti della realtà
contadina sarda in antico regime un buon punto di osservazione può essere
fornito dai «capitoli di grazia», vere e proprie carte di franchigia, concessi
tra ‘600 e inizi ‘700 ad alcuni villaggi di nuova fondazione.
Si
tratta in genere di insediamenti umani ricostituiti, il più delle volte con la
stessa denominazione. Il che vuol dire che il territorio di un villaggio
abbandonato conservava la sua personalità originaria, continuando ad essere
utilizzato nella sua interezza o direttamente dal feudatario o da un villaggio
finitimo, cui veniva annesso. Questo sin dal basso medioevo almeno: in Trexenta,
nella Sardegna meridionale, tra seconda metà del ‘200 e prima metà del
‘300 il territorio di un villaggio abbandonato viene prima annesso ad un
villaggio finitimo, quindi, quando questo perde di consistenza demografica, ad
un altro più cospicuo, sempre finitimo e sempre nella
sua interezza.
Talvolta
però il territorio di un villaggio abbandonato veniva diviso tra diversi
villaggi confinanti, in funzione sia delle necessità di quest’ultimo che
delle vicende dei suoi ultimi popolatori. Non è chiaro se anche in questi casi
il territorio originario conservasse la propria personalità, anche perché non
si sa di rifondazione di villaggi a partire da tali condizioni.
Nel
ricostituire il villaggio si procedeva innanzitutto alla assegnazione
individuale di terreni, su cui edificare l’abitazione e da chiedere per vigne,
orti e giardini (per piante fruttifere). Per Fluminimaggiore nella carta di
rifondazione (1704) questo complesso di terreni viene fissato in 20 starelli
(pari a 8 ettari) per famiglia. Erano generalmente terre date in «estabiliment»
individuale, ma con clausole definite collettivamente nell’atto di fondazione
(con eventuale revisione, sempre collettiva, in successivi «capitoli di grazia»).
Se
non si costruiva la casa e non si procedeva alla messa a coltura secondo le
specifiche destinazioni, sempre relative a colture specializzate, entro il
periodo della franchigia in genere quinquennale; decennale nei feudi regi),
talvolta entro il primo anno e anche meno, si rischiava il trattamento da
“forestieri” che per le terre aratorie comportava il pagamento della «media
portadia», pari alla metà della specie seminata.
Quando
premeva la stabilità dell’insediamento, come nel caso di Fluminimaggiore, ci
si limitava ad una forte multa: o si tratta, pur con i fini suddetti, di un
semplice correttivo rispetto alle altre rifondazioni, che si collocano nella
seconda metà del ‘600.
Ove
il concessionario emigrasse prima del termine della franchigia, questa
decadendo, esso doveva pagare le rendite feudali per il periodo trascorso nella
loro interezza. Inoltre, nel caso di Fluminimaggiore, è detto esplicitamente
che le terre tornavano al signore. Il che doveva avvenire di norma, al più
scattando il trattamento da «forestiere», dal momento che in Villasor,
villaggio non certo rifondato, ancora a metà ‘600, le vigne incolte e le case
diroccate, se non riattate entro 2 anni (raddoppiati per concessione del
signore), passavano ad altri abitanti del villaggio (vassalli) o venivano
incamerate dal feudatario. Per le vigne incolte, la prassi dell’alienazione
(con risarcimento), codificata nella Carta de Logu arborense (seconda metà del
‘300), ricorre in diverse prammatiche viceregie per tutto l’antico regime.
Riguardo
ai terreni per colture specializzate e a quelli aratori (per la coltivazione del
grano e dell’orzo, ma anche dei legumi talvolta, delle fave in specie) il
diritto di proprietà era limitato anche in ordine alla facoltà di testare e
alienare, in quanto esse (non quella di ipotecare) avevano generalmente vigenza
all’interno del villaggio, con estensibilità ad altri villaggi, purché
facenti parte dello stesso feudo. Per Soleminis (1673?), limitatamente alle
terre «nuove» (non quindi di prima concessione), in assenza di eredi, solo per
un terzo il conducente aveva facoltà di testare a favore di chiunque, purché
vassallo (abitante e residente nel villaggio), il rimanente tornando al
feudatario. Ai villaggi del marchese di Villasor (non di nuova fondazione), a
metà ‘600, si concede si possa ereditare anche senza testamento («ab
intestato») e anche da parte di collaterali, purché vassalli del villaggio o
al più di villaggi dello stesso feudo. Per gli eredi dimoranti fuori del feudi
scattava la condizione di «forestieri». Consimili condizioni valevano anche
per le alienazioni, che non venivano riconosciute se in capo a chierici,
manomorta o forestieri, con i quali ultimi a Fluminimaggiore si poteva solo
accendere ipoteca sui beni.
Per
le terre concesse o possedute a titolo individuale vigeva quindi un diritto o di
semplice usufrutto, se erano terre incolte date da dissodare e coltivare senza
«establecimiento» o contratto enfiteutico, con facoltà di riappropriazione da
parte del signore, quando il vassallo mutava domicilio, trasferendosi fuori del
feudo al più risarcendogli il lavoro svolto; o di tipo enfiteutico, con le
condizioni specificate dei «capitoli di grazia». Il che non escludeva, come
avrebbe specificato la Reale Udienza in alcune sentenze di fine ‘600, che i
vassalli possedessero degli appezzamenti di terre assolutamente franchi, su cui
godere comunque e sempre della libera disponibilità. Nella baronia di S. Michel,
già nel 1416, si riconosceva ai vassalli che «totas las cosas», possedute
anteriormente a quella convenzione, fossero «franchas llurs e de llurs»,
parrebbe tuttavia in funzione della residenza, dal momento che, emigrando senza
licenza del signore, rischiavano non solo i beni ma persino la persona fisica.
E’
ben vero che a quella data mancavano 40 anni alla concessione ai vassalli della
libertà di movimento e della libera disponibilità dei beni, secondo le stesse
modalità di godimento di prima di andarsene. Ma è anche vero che la Reale
udienza a fine ‘600, legittimando l’individualismo agrario, non si limitava
a chiarire quanto appariva generico o non espresso nei capitoli di corte e nelle
prammatiche tra metà ‘400 e metà ‘600, bensì lo faceva richiamandosi al
diritto comune, in specifico alla facoltà di dominio non solo utile ma anche
diretto derivante dal possesso continuativo di un bene per 30 anni, “ad
abundantiam”, essendo sufficiente una continuità decennale. Con ciò, con
tutta probabilità, introducendo un elemento di relativa novità nella prassi
corrente, almeno alla luce dei «Capitoli di grazia», anch’essi peraltro
tutt’altro che espliciti su tutti gli aspetti del rapporto sia comunitario che
individuale con la terra.
Tornando
ad essi, le terre da semina (seminario) e quelle pascolative erano invece
concesse alla comunità in quanto tale: le prime in simbiosi con il pascolo per
il bestiame domito («pardu de siddu»), nel senso che il prato «de siddu» era
o poteva essere abbinato al seminario nella “’vidazzone”, delimitando due
aree distinte e spesso distanti tra loro, da coltivare in alternanza, aprendo al
pascolo domito quella che veniva lasciata a maggese. In genere il villaggio
ripartiva tra i contadini, in ragione della loro capacità produttiva, la
sezione della “vidazzone” da seminare. A titolo indicativo, secondo i «capitoli
di grazia» di Selegas del 1651, il feudo in grano intero («toda roadia») lo
pagano coloro che seminano 5 starelli di grano e oltre con semente propria; gli
altri pagano la metà.
Probabilmente
la “vidazzone” come sistema binario per la cerealicoltura esisteva sin dal
medioevo, tuttavia la sua regolamentazione, che secondo alcuni risalirebbe alla
Carta de Logu arborense, dove per la verità si accenna alla sua esistenza senza
legiferare in merito, si precisa nel corso del ‘500 e si definisce agli inizi
del ‘600, quando si impone con capitolo di corte la generalizzazione della
“vidazzone” come luogo della rotazione forzata delle colture, con un
rapporto di 2 a 1 tra grano e orzo, come già fissato a metà ‘500. Nel
disposto parlamentare si richiama un capitolo della Carta de Logu, senza
precisare quale, mentre nel testo a noi noto della consuetudine arborense il
solo capitolo in cui si accenna alla “vidazzone”, il n. 196, riguarda
l’obbligo di chiusura per chi semina in terreni destinati a pascolo.
Comunque
anche per i seminativi la tendenza dei contadini è al controllo stabile degli
appezzamenti interni alla “vidazzone” e a trasformarli da vitalizi in
ereditari. Prassi questa che già vigeva per i seminativi posti al di fuori
della “viddazzone”, in quanto in genere frutto di concessioni individuali a
dissodare e seminare terre incolte, se la concessione aveva carattere di «establicimiento»,
nel qual caso il concessionario continuava ad usare il terreno, anche se
emigrava, a più pagando la ‘mezza pordadia’, riservandoglisi quindi il
trattamento fiscale da “forestiere”. Per questo secondo tipo di terre
aratorie, se erano date in usufrutto invece che in enfiteusi, il signore aveva
facoltà di riappropriarsene, al più pagando al concessionario il corrispettivo
del lavoro fin lì fattovi.
La
tendenza ad appropriarsi dei seminativi compresi nella “vidazzone”,
piuttosto netta nei centri urbani, come Oristano, sin dalla seconda metà del
‘500, non dovette essere altrettanto pronunciata in quelli rurali, se nella
prima metà dell’800, quando la monarchia sabauda promosse “ex lege” la
generalizzazione della piccola e media proprietà terriera, furono appunto le
terre aratorie interne alla “vidazzone” ad essere per prime investite da
tale processo, che poi a cavallo di metà secolo si sarebbe esteso fino ad
intaccare gli incolti produttivi.
Non
così prima della ottocentesca politica di privatizzazione a largo raggio delle
terre, per quelle a pascolo, le quali fossero le terre delimitate per il
bestiame manso («de siddu») o gli estesi “salti” per il bestiame rude («de
mindas»: ma nella Carta de Logu viene così denominato il terreno «segadu pro
bestiameo domau»), erano in godimento comunitario. I pastori, per il tramite
della comunità, avevano diritto di pascolo in funzione delle loro esigenze
complessive, di categoria, su tutti i terreni incolti («saltus») compresi nel
territorio del villaggio, come anche in forma incrociata su quelli dei villaggi
finitimi, purché appartenenti allo stesso signore, il quale aveva facoltà di
affittare a pastori forestieri la parte eccedente le necessità comunitarie.
Proprio
per questa strutturale fluidità del demanio feudale, al momento della
liquidazione dei feudi, nella prima metà dell’800, si sarebbe rivelata
problematica, a livello sia della pubblicistica che della pratica, la
delimitazione degli incolti tra comunali e demaniali, eccezione fatta per le
terre boschive e per gli incolti improduttivi.
In sostanza quindi, nella Sardegna moderna, già in epoca spagnola è piuttosto diffusa, sebbene non generalizzata (o pertanto non generalizzabile) la proprietà privata delle terre, generalmente chiuse adibite a colture specializzate, pur col permanere di taluni vincoli, nelle zone feudali, in termini di capacità di testare e di alienare, particolarmente forti comunque per le donne e i minori, che necessitano dell’autorizzazione da parte dell’autorità politica dietro richiesta motivata. Questi vincoli erano più robusti e tenaci riguardo alle proprietà delle terre aratorie, anche perché, legati agli intenti della feudalità di condizionare la libertà di movimento di contadini, la cui consistenza numerica incideva sul livello della rendita signorile; terre per lo più tenute in enfiteusi, collettiva per quelle della vidazzone, individuale per quelle di nuovo dissodamento.
Ed
è facendo perno sul controllo delle terre enfiteutiche che decolla dalla
seconda metà del ‘600 (con accenni da un secolo prima), la lotta per
l’individualismo agrario in Sardegna. (Bruno
Anatra)