aa.vv., L’Ordine di Santo Stefano nella Toscana dei Lorena (atti del convegno di Pisa, 1989), Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato. Grottaferrata. 1992, pp. 337, s.i.p.

Questo volume, 21° della collana “Saggi” delle Pubblicazioni degli Archivi di Stato ed edito per conto dell’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, riporta gli Atti del convegno di studi tenutosi a Pisa il 19/20.5.1989 nell’ambito delle Celebrazioni per il 50° anniversario della ricostituzione dell’Ordine dei cavalieri di Santo Stefano; tale convegno fu parallelo alla mostra “Le imprese e i simboli. Contributi alla storia del Sovrano Militare Ordine di Santo Stefano P.M.”, i cui atti (editi a Pisa nel 1989) sono ideale complemento al volume in oggetto.

Le quindici monografie qui pubblicate trattano i rapporti fra i Lorena ed il detto Ordine, prendendone in analisi le principali vicende costitutive, legali e nobiliari dell’ultimo secolo della sua esistenza, ed esaminando lo stato dei beni fondiari di sua proprietà, le sue fortune storiografiche, la sua funzione negli scambi fra Toscana ed arabi, lo sviluppo della sua cartografia, la bibliografia ad esso relativa, i personaggi notevoli e le strutture che lo presiedevano, e persino la consistenza e la tecnica degli armamenti navali disponibili.

Questo libro è un ottimo mezzo per conoscere attività e vicende settecentesche di un Ordine che l’Unità d’Italia finirà con l’annullare (al pari di altri Ordini dei regni preunitari), considerandolo non più attuale; al contrario dei Savoia, i Lorena avevano invece riconosciuto l’Ordine di Santo Stefano in segno di accettazione formale dell’eredità medicea, sebbene la parabola dei cavalieri stefaniani fosse ormai indirizzata verso la decadenza.

Nato per combattere i nemici della fede cristiana, nel XVIII secolo l’Ordine venne dai Lorena ampiamente “adeguato ai tempi”: in sostanza, se ne vollero abolire le implicazioni militari, ridurre i costi, facilitare i traffici col levante, ridimensionare il ruolo di istituzione nobiliare e nobilitante, e rendere economicamente valida la gestione nell’economia globale della Toscana (che l’annoverava fra le voci passive). La vicenda sfociò nel contrasto fra un’istituzione tesa a perpetuarsi conservando i propri privilegi, e una dinastia che, vedendo approssimarsi tempi nuovi, intese prepararsi e rafforzarsi nel proprio potere; tale contrasto divenne infine parte di un sottile gioco fra la nobiltà locale che non voleva perdere il proprio prestigio, ed i nuovi dominanti che volevano ridefinirne contorni e fondamenti. La lotta sarà impari, ed alla morte di Francesco Stefano (nel 1765) il figlio Pietro Leopoldo potrà contare su un Ordine ormai reso docile strumento della dinastia, che saprà peraltro rendersi gradita ai sudditi col passare del tempo.

L’Ordine di Santo Stefano si costruì un nuovo ruolo sociale di istituzione nobiliare dedita alla concessione di rendite, pensioni ed emolumenti ai suoi appartenenti, ma proprio questo ruolo la fece travolgere dagli eventi. 

La sua abolizione fu sancita nel 1859 dal toscano Bettino Ricasoli: ironia della sorte, l’Ordine stefaniano veniva cancellato da un discendente di suoi antichi militanti. Ottant’anni dopo (il 4.10.1939) il Regio Decreto n° 232 creò l’Istituzione dei Cavalieri di Santo Stefano, con sede a Firenze, e dotandolo di compiti storici, culturali e di assistenza ai marittimi, oltre che della facoltà di promuovere un nuovo o rinnovato Ordine cavalleresco che continui quello mediceo: quest’ultima facoltà a tutt’oggi non è ancora stata sfruttata. (Maurizio Carlo Alberto Gorra)

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