Menendez-Pidal de Navascues. F., Apuntes de sigilografia
espanola, Guadalajara. 1988. (Instituciòn de Cultura “Marqués de Santillana”).
La Spagna ha una notevole tradizione di studi sfragistici,
che risalgono alla seconda metà del sec.XIX. Prima di tale epoca erano apparsi
studi non sistematici; nel sec. XVI erano apparse descrizioni di sigilli
nell’ambito di opere di diplomatica, come d’altra parte era accaduto nei
primi lavori sull’argomento, derivati dagli studi della scuola benedettina
francese del sec. XVII.
Su tale via avevano continuato gli studiosi di paleografia
del sec.XVIII. In tale secolo alcuni collezionisti si dedicarono alla formazione
di collezioni metodiche, sull’esempio di quanto avevano fatto o stavano
facendo studiosi ed appassionati di altri paesi. Nel secondo quarto del sec.XIX
Tomàs Munoz Romero tenne lezioni di sigillografia nell’ambito
dell’insegnamento di diplomatica da lui professato e formò anche una raccolta
di calchi che fu incorporata nell’Archivo Historico Nacional. In gran parte
seguendo il suo esempio, produssero studi di sigillografia il figlio Munoz
Rivero, Ferràn de Segarra, Fernàndez Mourillo, Jan Menéndez Pidal, Antoni de
la Torre ed altri, che con i loro lavori fecero conoscere i sigilli medioevali
spagnoli e realizzarono una vasta collezione di calchi, a seguito di una
campagna realizzata negli archivi dello stato.
Il volume, di 94 pagine, arricchite da alcune
illustrazioni, si divide in otto capitoli, che seguono ad una nota preliminare.
L’autore ha voluto superare la limitazione che di solito si impongono le opere
di sigillografia, nel senso che ha preso in esame anche le matrici, oltre alle
impronte, come si usa generalmente in questa disciplina, nata come una parte
della diplomatica e perché le impronte sono più numerose di quanto non siano
le matrici conservate.
All’inizio del lavoro l’autore riporta alcune
definizioni del termine “sigillo”. Tra queste è molto importante quella
data da Alfonso X di Castiglia el Sabio nella Ley
de las Siete Partidas promulgata nel 1265: “Es senal que el Rey u otro
hombre cualquiera manda hacer en metal o en piedra para firmar sus cartas con él”(p.10).
E’ una definizione molto interessante, perché nella sua brevità riassume la
descrizione dell’oggetto e della sua funzione, senza metterlo sullo stesso
piano di stampiglie, punzoni ed altro, ma considera sigillo solamente quello che
serve per corroborare, o per convalidare documenti. Tale qualità può essere
fatta risalire all’età romana, quando il sigillo cambiò il carattere dei
documenti privati, poiché all’inizio dell’Impero acquistò funzione
probatoria, mentre precedentemente serviva soltanto per attestare che un atto
giuridico era stato compiuto. Seguono altre tre definizioni: “autenticare un
documento” di G.Demay (Le costume au
Moyen-age d’après les sceaux, Paris 1880), “assicurare una chiusura,
strumento di convalidazione, segno di credibilità” di W. Ewald (Siegelkunde, Munchen-Berlin 1914), “segno di autorità, segno di
proprietà” di A. Coulon (Elements de
sigillographie ecclésiastique “Revue d’Histoire de l’Eglise de France”,
18 (1932) tutte mano a mano più aperte verso la possibilità di un uso più
ampio del sigillo. Alla fine riporta la definizione data dal Comitato
Internazionale di Sigillografia apparsa nel testo provvisorio uscito nel 1984,
nei “Folia Caesaraugustana I”, cui solo nel 1990, dopo due anni dalla
pubblicazione del presente volume, fece seguito la edizione definitiva, nella
quale è stata completata, dando un significato meno restrittivo. Riporto la definizione primitiva in scrittura normale,
sottolineando la parte aggiunta nella redazione definitiva: “a) Le sceau, au
sens général du terme est une empreinte obtenue sur un support par l’apposition
d’une matrice présentant des signes propres à une autorité ou à une
personne physique ou morale en vue de témoigner de la volonté d’intervention
du sigillant”. (Conseil
International des Archives. Comite de Sigillographie, Vocabulaire international de la Sigillographie, Roma 1990, p. 44, n.
3. Ministero per i Beni culturali e ambientali. Pubblicazioni degli
Archivi di Stato. Sussidi 3). Questa lascia aperte alcune possibilità in più,
rispetto a quella di Alfonso el Sabio. Il re castigliano infatti riconosceva al
sigillo solo la funzione documentaria (firmar sus cartas), mentre il sigillante
può dimostrare la sua intenzione anche nel caso usi il sigillo per i due scopi
che si aggiungono a quello di sottoscrivere un documento: chiudere (p. es. un
documento), porre un segno di proprietà (p. es. su una cassa). L’autore però
aggiunge alcune considerazioni che chiariscono la sua posizione, non soddisfatta
della definizione restrittiva e ne dà una sua, nella quale esamina non la parola “sigillo”, ma
l’azione, attraverso l’esame del verbo “sigillare”. Egli scrive:
“Sellar es estampar una senal convenida y adscrita a un titular, huella de un
instrumento adecuado, con el fin de diferenciar la pieza senalada dejando
constancia de la intervenciòn del titular” (p. 12). Ad ogni modo non
considera veri sigilli certi strumenti, più o meno somiglianti, come quelli
usati per il pane, per mercanzie, timbri, ecc. In fine l’autore, pur
riconoscendo che la situazione si presenta in modo piuttosto confuso, riconosce
al sigillo le funzioni :1 Di assicurare che la chiusura o la posizione di un
oggetto siano intatti. 2 Di accreditare la persona che porta il sigillo. 3 Di
testimoniare la volontà dell’intervento di una persona in un documento. 4 Di
testimonianza che è stato compiuto un passaggio burocratico, o amministrativo.
5 Semplicemente di marcatura di un oggetto.
Riguardo alla storia del sigillo, a parte alcune
considerazioni che ho inserito in precedenza, nel sec. XI in Spagna si usò il
sigillo pendente, derivato dalle bolle bizantine, come già in Italia, in
Inghilterra e si incominciava ad adoperare nella Francia settentrionale. Il
sigillo, che originariamente era una regalia, si diffuse grazie al frazionamento
del potere, come segno di partecipazione allo stesso, riservato ai personaggi
che lo amministravano. Secondo la tradizione ellenistico romana, i sigilli di
quell’epoca portano ritratti dei titolari, che esprimono la loro posizione
gerarchica, senza curare la parte fisionomica. Può darsi però che accanto al
sigillo pendente, alcuni sovrani tenessero anche il sigillo anulare per i
documenti.
Quanto ho scritto è contenuto nei primi due capitoli, che
non hanno, come del resto gli altri, un titolo, ma che sono divisi in paragrafi
ognuno dei quali reca una didascalia che esprime il contenuto. Nel primo si
tratta del sigillo in generale, se ne danno definizioni e si accenna alle
finalità d’uso; nel secondo si fa una breve storia, si accenna alle funzioni
ed agli aspetti materiali. Il terzo capitolo affronta il tema del sigillo in
Spagna e ne esamina alcuni a cominciare da quello di Alfonso VII del 1146, fino
a quelli della fine del sec. XIII tutti rotondi, ad eccezione di quelli usati
dagli ecclesiastici e dalle dame, che sono a navetta. Sono tutti sigilli di tipo
ritrattistico, fino a che verso il 1170 entrò nell’uso il tipo araldico,
utilizzando alcune insegne che già da qualche anno venivano alzate dai
guerrieri. I tipi dei sigilli nel territorio e nel periodo presi in
considerazione non sono molto diversificati, anche se alcune differenze sono
inevitabili, anche a causa delle diversità tra i titolari. Le impronte sono di
colori diversi tra loro. Il rosso, ad imitazione di Bisanzio, era il colore
preferito, tanto che Pedro IV ordinò che quello fosse il colore della cera. Si
usavano anche bolle plumbee, considerate più durevoli dei sigilli cerei, in
alcuni casi particolarmente solenni si adoperò anche l’oro.
Il capitolo IV affronta gli aspetti giuridici. Il sigillo
è testimonio dell’intervento di una persona nella redazione di un documento.
Le discussioni intorno alla credibilità del sigillo sono state molte. Fintanto
che i sigilli considerati autentici erano solo quelli delle maggiori autorità,
il problema non si presentava. Ma quando l’uso si allargò a persone di ogni
condizione, non a tutti veniva riconosciuto lo stesso valore probatorio. Il
numero di coloro che usavano il sigillo crebbe fino verso la fine del sec. XIV,
per poi diminuire, quando si affermò l’abitudine di convalidare i documenti
con la firma, dapprima unita al sigillo, poi da sola. Menendez - Pidal si rifà
alle disposizioni contenute nelle Partidas
di Alfonso el Sabio, nelle quali si afferma che il sigillo dell’imperatore,
del re o di un altro signore, cioè di un arcivescovo, di un vescovo, di un
capitolo, di un abate, del maestro di un ordine di cavalieri, di un conte, di un
magnate, e di un consiglio detentore di una autorità fa sempre fede in
giudizio, mentre i sigilli delle altre persone non possono essere invocati
contro altri, ma solamente nei confronti del titolare, in quanto un segno di
accettazione. I sigilli presentano vari aspetti. Fiscali, che erano fonte di
reddito per le autorità. I sigilli diplomatici, che hanno molti nomi, a seconda
degli usi per i quali venivano adoperati e che avevano caratteristiche
differenti tra loro, come quelle stabilite da Alfonso el Sabio nelle Partidas
e da Pedro IV nelle Ordinaciones.
Il capitolo V tratta delle matrici, della loro
fabbricazione, della custodia, della loro distruzione dopo la morte del
titolare, ecc. continua accennando alle falsificazioni antiche e moderne. Infine
ricorda alcuni usi diversi da quelli normali, come affidarla ad un personaggio
in segno di autorità e di riconoscimento; ricorda la cerimonia fissata da Filippo II per il ricevimento della
matrice del sigillo del re nella Audiencia de La Plata, alla quale si dovevano
attribuire gli stessi onori che spettavano al re. Un rito analogo si osservava
in Francia, alla fine del sec. XV, in occasione della entrata nelle città del
re preceduto dal sigillo.
Il capitolo VI offre un panorama dell’uso del sigillo nel
sec. XVI, quando lo sviluppo del notariato e l’uso della firma portarono alla
fine del sigillo autentico nei documenti privati, non venendogli riconosciuto
valore giuridico. Il sigillo rimase ancora nell’uso, unito alla firma, come
strumento di convalidazione supplementare, ereditato da un costume del passato,
ma senza utilità pratica. Con il sec. XVII alcuni notai dell’alta Aragona
incominciarono ad adoperare il timbro al posto del sigillo. L’origine è
orientale; già nel sec. VII veniva usato in Cina ed era anche usato dagli
arabi. Il timbro era già presente in parecchi paesi europei, quando nel sec.
XVII venne introdotto nell’uso diplomatico presso la corte reale di Navarra.
Il concetto di sigillo venne esteso a molte funzioni ed a strumenti di forme
differenti tra loro. La unità
tipologica ed il valore probatorio riconosciuto giuridicamente sono stati i due
pilastri sui quali si appoggiava la dottrina del sigillo. Una volta scomparsi
questi due elementi è scomparso il sigillo stesso, che aveva limiti tanto
precisi e caratteristiche comuni da essere denominato alla stessa maniera in
tutta l’Europa occidentale.
Nel capitolo VII si tratta degli usi non diplomatistici,
quali assicurare una chiusura, accreditare una persona, venire usato con fini
amministravi, come si fa spesso con i timbri, marcare un oggetto. Sono funzioni
delle quali l’autore aveva già fatto cenno nel corso dei capitoli precedenti.
Alla fine il capitolo VIII tratta dello studio dei sigilli
spagnoli. Uno studio validissimo, poiché offre una grande varietà tipologica
con illustrazioni databili con sicurezza. Le fonti si trovano unite ai documenti
sigillati, ma sono anche le matrici, meno numerose. Purtroppo vi sono anche
raccolte di impronte staccate dai documenti ai quali erano unite. Molti sigilli
sono scomparsi. Secondo calcoli approssimativi in Spagna vi sono circa 7.000 -
8.000 impronte di sigilli medioevali differenti, e 300 matrici e di queste solo
cinque corrispondono alle 6.000 - 6.500 impronte catalogate. Termina con un
brevissimo cenno alla conservazione ed alle riproduzioni, utili per
tramandare i sigilli e delle quali in Spagna fino ad ora si contano circa
3.500 esemplari.