Il Sigillo impronta
dell’uomo,
A cura di E. Capellini. Pres.
di M. C. Le Floc’h - Vellay. Milano.
Mondadori. 1995.
Le matrici di sigilli non sono molto studiate, anche se in
molti musei si conservano ricche collezioni di tali oggetti. Il fatto che la
sfragistica, o sigillografia, sia nata come parte della diplomatica ha
indirizzato gli studiosi della materia verso lo studio delle impronte collegate
ai documenti dei quali sono un elemento di corroborazione. In questi ultimi anni
però si è risvegliato l’interesse verso i tipari, che spesso sono delle vere
opere d’arte, e che, comunque, contengono rappresentazioni utili per capire
gli intendimenti dei loro titolari, i modi in cui essi ritenevano di esprimere
il loro potere e la loro presenza. In questi ultimi anni, in Italia sono stati
pubblicati alcuni lavori di grande interesse, quali quelli di E. Cioni Liserani,
sui sigilli medioevali senesi conservati presso il Museo del Bargello, quello di
B. Tomasello sui sigilli ecclesiastici della collezione Strozzi, anch’essa
conservata presso il Museo del Bargello ed infine i tre volumi in quattro tomi
curati da A. Muzzi, B. Tomasello e A. Tori, pubblicati dal 1988 al 1990,
intitolati Sigilli nel Museo Nazionale del
Bargello. Difficoltà per quanto riguarda lo studio di matrici sono
frapposte anche dal fatto che dei circa 50.000 pezzi medioevali, che si calcola
ci siano pervenuti si pensa che una buona metà siano falsi fabbricati quando
gli oggetti medioevali erano entrati a far parte di raccolte e di arredi,
facendo nascere un fiorente mercato antiquario, ma anche falsario.
Euro Capellini da anni si occupa della raccolta di sigilli.
In lui, che è direttore della galleria d’arte Vallardi di La Spezia,
l’interesse per un tale tipo di collezionismo è nato quasi per caso, come
spesso accade e per la prima volta ha voluto esporre la sua ricca collezione,
che è prevalentemente costituita da matrici, ma nella quale si conserva anche
qualche impronta. Si tratta di sigilli di tutte le epoche che offrono la
possibilità di fare un “excursus”, spaziando dalle origini risalenti a
circa 7.000 od 8.000 anni fa, fino ai giorni nostri. Inoltre sono rappresentati
sigilli appartenenti a varie civiltà: del vicino Oriente antico, dell’antico
Egitto, della Cina e dell’Asia orientale, dell’America precolombiana,
sigilli islamici, che sono tutti presentati da specialisti nei vari settori.
A prima vista può sembrare strano che la presentazione del
libro sia stata affidata a M.C. Le Floc’h-Vellay, direttrice del Musée de la
Poste di Parigi. In effetti il sigillo e la sua storia plurimillenaria,
interessano le poste, che da sempre hanno dovuto e debbono garantire la
segretezza della corrispondenza.
La presentazione vera e propria è opera di R.H. Bautier,
che non ha bisogno di alcuna presentazione, e del quale, per orientare il
lettore, basterà ricordare che è il presidente della Società francese di
Araldica e di Sigillografia. Questi, senza entrare in tutti i dettagli che
sarebbero stati offerti dalla esposizione, ha tracciato una panoramica storica
della civiltà del sigillo, da quando comparve nella regione posta tra la Siria,
l’Iran e l’Iraq intorno al VII millennio, stando alle risultanze degli
ultimi studi archeologici, fino ai nostri giorni. Non era certo cosa da poco
racchiudere in poche pagine nove millenni di storia occidentale, oltre ai
richiami a civiltà differenti dalla nostra, durante i quali si sono verificati
cambiamenti dovuti alle differenze delle culture e delle civiltà, ed anche
all’estro delle autorità e delle persone che hanno fatto ricorso al sigillo.
Il filo conduttore è dato dalla ricerca degli impieghi e del ruolo del sigillo
attraverso i secoli, che sono quelli di offrire un elemento di autenticità
riguardo alla cosa sulla quale il sigillo viene apposto e di offrire sicurezza
sia al destinatario che al proprietario. Poiché poi si tratta di un
contrassegno che deve essere identificato immediatamente, non può essere
eseguito di volta in volta sull’oggetto che deve essere contrassegnato, poiché
è necessario che sia sempre identico, in modo da essere chiaramente ed
immediatamente riconoscibile, per cui deve venire realizzato tramite uno stampo,
che è la matrice. Secondo le conoscenze attuali i primi sigilli comparvero nel
VII millennio a.C., ma solo nel IV è testimoniato l’uso di tali strumenti per
racchiudere recipienti contenenti piccoli oggetti di argilla, costituenti una
specie di ricevute. Tali sigilli ebbero grande diffusione dal vicino e medio
Oriente alla valle dell’Indo, per acquisire la funzione di convalida di
documenti, che avrebbero mantenuto dopo l’invenzione della scrittura e per
tutto il Medio Evo. Segue la presentazione di vari tipari che possono essere
raggruppati sotto l’indicazione di sigilli delle origini. Sigilli a stampo,
che sono i più antichi; sigilli cilindrici, risalenti alla civiltà di Uruk (Varka,
nell’attuale Turchia), Lagash (Tello, nella bassa Mesopotamia), Eridu (Abu
Shahrain, in Iraq) risalenti al IV millennio a.C. e che ebbero una grande
diffusione in Oriente e nel bacino del Mediterraneo. Seguono altri sigilli a
stampo, che soppiantarono le matrici a cilindro, e tra i quali van posti quelli
scaraboidi. Verso il 1700 a.C., nel Luristan (regione montagnosa degli Zagros),
comparve l’anello sigillare, che ebbe grande fortuna in Oriente, in Egitto, in
Grecia e quindi in tutto il mondo romano; oltre che per la documentazione
scritta, al sigillo venne data la funzione di protezione delle proprietà dai
ladri. A questo proposito ricordo che già Ludovico Antonio Muratori nella XXXV
dissertazione De sigillis Medii Aevi
definiva “stampigliae” le matrici che venivano usate per tale scopo (L.A.
Muratori, Antiquitates Italicae Medii Aevi, Mediolani 1740, col. 117), in
questo caso però non si tratta di veri sigilli, ma di marchi di proprietà. Nel
mondo bizantino l’anello sigillare, spesso con temi iconografici cristiani,
era portato dai privati, mentre i rescritti imperiali erano generalmente
convalidati dalla “manus divina” dell’imperatore. Nel primo Alto Medio Evo
i sovrani non usarono il sigillo. Furono i Merovingi che per primi ne
riadottarono l’uso, sigillando con la cera, e solo molto raramente con il
piombo. A questo punto entra in gioco la bolla, che, di origine ellenistica, si
diffuse nell’area orientale, posta sotto l’influsso di Bisanzio, mentre
l’Occidente adottò definitivamente il sigillo di cera, salvo l’eccezione
del papa, del doge di Venezia e di qualche altro che la utilizzò per poco
tempo. Fu così che la bolla si diffuse in Oriente, sotto l’influenza di
Bisanzio e in casi particolari anche in Occidente. Nel mondo occidentale il
sigillo ebbe grande diffusione a partire dal sec.X. Vorrei fare una osservazione
per quanto riguarda i sigilli vescovili. In effetti l’uso di apporli agli atti
non ebbe inizio solamente alla metà del sec.X, ma molto prima, se pensiamo alla
lettera inviata da S. Agostino a Vittorino (S. Augustinus,
Ep. LIX ad Victorinum, PL.
XXXIII, pp. 226-227) ed alla minuziosa descrizione del proprio anello sigillare
fatta da S. Avito vescovo di Vienne ad Apollinare vescovo di Valenza nel 490 (S.
Alcimus Ecdicius Avitus, Epistolae,
LXXVIII, PL. LIX. col.280), ricordata dallo stesso Bautier (p.16). Oltre ai
sigilli vescovili l’autore accenna a quelli dei monasteri, dei principi, delle
donne, delle città. Le conclusioni del paragrafo sono che: “1) L’Europa
continentale, nel suo insieme, ha aderito al sistema di convalida degli atti
mediante l’impiego del sigillo di cera, sia per quanto riguarda le
amministrazioni, sia per quanto riguarda il clero e le autorità signorili e
cittadine; 2) che i territori bizantini o influenzati da Bisanzio sono rimasti
fedeli al sistema della bolla in metallo, e che questo metodo, a seconda della
natura degli atti, è talvolta usato unitamente al sigillo di cera nell’Europa
mediterranea nel suo complesso” (p.21). In un breve paragrafo si legge qualche
accenno ai sigilli cinesi. I sigilli possono venire usati per fini
diplomatistici, o no. Questi sono
molto diversi tra loro, con prevalenza della funzione autentica nel confronto di
oggetti, come per esempio la consuetudine di autenticare le reliquie dei santi,
conservate nei reliquiari. Riguardo all’impiego diplomatico, l’autore ha
trattato: i sistemi di apposizione, la materia, la forma, l’iconografia, la
tipologia giuridica, il colore, le matrici. Ovviamente Bautier ha solo sfiorato
l’argomento, né avrebbe potuto fare di più, ma ha tracciato una sintesi
completa, pur nei limiti imposti dallo spazio e posti da una introduzione come
questa.
Nella redazione di questa recensione non andrò dietro
all’ordine, nel quale sono disposti i contributi, ma ne seguirò uno che, a
parer mio, risponde ad una più organica disposizione della materia,
estrapolando la storia dei sigilli europei, per passare poi a quelli di altre
civiltà.
Mons. Aldo Martini, docente di diplomatica generale presso
la Scuola Vaticana di Paleografia, Diplomatica e Archivistica e conservatore dei
sigilli dell’Archivio Segreto Vaticano, è presidente del Comitato di
Sigillografia del Consiglio internazionale degli Archivi. A lui è stato
affidato il compito di trattare la parte riguardante i sigilli medioevali e
moderni. Come titolo ha scelto una frase che si trova spesso, nel testo da lui
proposto o variata, nelle “roborationes” dei documenti e che costituisce una
formula molto usata come annuncio del sigillo: “Praesentes litteras fecimus
sigilli nostri appensione muniri”. L’inizio è dedicato alle matrici, molte
delle quali sicuramente non originali, dato il grande interesse nutrito per esse
in passato, che ha fatto sorgere parecchi falsari. La maggior parte sono in
metallo, e subirono vicende che le
fecero scomparire, per cui sono ricomparse nel corso di scavi archeologici.
Fino al sec. XIV presentano i dorsi piatti dotati di
appiccagnoli di varia forma, che permettono la presa e l’ancoraggio a qualche
cosa, mediante una catenella. Più tardi le matrici piatte furono sostituite da
altre, di forma piramidale o conica, che consentivano una presa migliore. Le
matrici consentono di produrre una sola impressione, spesso però due matrici
sono unite tra loro, in modo da permettere anche l’impressione di un
controsigillo. Non è raro trovare qualche errore nella incisione, specialmente
nelle legenda, dovuto alla distrazione dell’incisore. Dato il costo
dell’incisione, alcune volte, a seguito dell’abbandono della matrice dovuto
a qualsiasi motivo, tra cui la morte o, aggiungo, a causa del cambiamento di
ruolo da parte del titolare, può darsi che l’erede o comunque il nuovo
possessore facesse reincidere la legenda, apportando un cambiamento parziale o
totale, pur lasciando invariata la figura. Molto rari sono i casi in cui il nome
dell’esecutore della matrice compare sul lavoro, qualche volta apprendiamo il
nome degli incisori da libri di conti. In qualche caso mi è capitato di
incontrare anche il nome di orafi incaricati di restaurare matrici
particolarmente importanti. Ad ogni modo il livello professionale era molto
vario ed i committenti sceglievano incisori più o meno importanti, a seconda
delle possibilità economiche di cui disponevano. Pensiamo a quelli che
probabilmente furono i maggiori signarii: Benvenuto Cellini e Lautizio Rutelli.
Tomaso Garzoni scrisse che “son chiamati i Maestri de’ Sigilli Signarij
latinamente” ed aggiunge che “l’arte è onorata, & celebre, imperoche
proviene, o conviene con gli Orefici, i quali il più delle volte son quelli che
fabbricano sigilli, e di rame, e d’argento, e d’oro con lavori d’arme, ed
imprese, di nomi, intagliando sottilmente le lettere, e i segni, come alla
giornata si vede”. Aggiunge quindi che “Roma, Venetia, Napoli, Milano
Fiorenza, Bologna, & altre città famose in questo essercitio particolare
portano il pregio, & il valore”. Infine nota che vi sono alcuni che
lavorano bene, altri che eseguono lavori non perfetti (T.Garzoni,
La piazza universale di tutte le
professioni del mondo, e nobili et ignobili nuovamente formata, Venezia
1586, p.622). I sigilli erano custoditi con grande cura, leggi severe ne
tutelavano l’autenticità e l’uso legittimo, la perdita del tipario veniva
denunciata all’autorità, mentre chi non avesse avuto a disposizione la sua
matrice, poteva adoperare quella di qualche altro. Alcune osservazioni sui tipi,
attraverso i quali tutto un mondo ci si disvela, se riusciamo a comprenderne i
messaggi, completano la presentazione. Ma le matrici non possono essere separate
dalle impronte, e la raccolta Capellini conserva anche una settantina di sigilli
tra staccati ed ancora uniti ai relativi documenti, oltre ad alcuni
chiudilettera. Il sigillo, staccato dal documento al quale dovrebbe aderire, è
privato di molti elementi che lo rendono particolarmente interessante, come
d’altra parte il sigillo al quale è stato tolto è impoverito di un elemento
giuridico importante per la sua completezza. Questo è comunque il frutto di una
errata mentalità collezionistica particolarmente sentita nei secoli XVIII e XIX.
Nonostante ciò la raccolta è interessante perché offre un saggio della
funzione del sigillo.
Renata Bossaglia, ordinario di storia dell’arte moderna
presso l’Università di Pavia, ha curato la sezione dedicata ai “Sigilli
dell’ottocento e del Novecento” dandole il significativo titolo “Il
sigillo moderno: microstoria di gusti e di stili”. I sigilli moderni hanno
perduto molti dei significati simbolici che li caratterizzavano nell’antichità,
anche se non ne è stato abbandonato del tutto l’uso
nelle strutture burocratiche. Si assiste alla variazione del rapporto tra
la matrice e l’impugnatura, nella fabbricazione di oggetti che, pur non avendo
perduto un po’ di mistero, dalla metà del sec. XIX dà luogo alla creazione
di oggetti che, slegati dalle primitive modalità d’uso, puntano maggiormente
sull’impugnatura, anziché sul tipario, consentendo la realizzazione di
piccole sculture. Nel sec. XX si assiste anche all’abbinamento dei sigilli ad
oggetti d’uso, quali porta fiammiferi e ceralacca, scatolette per riporvi
fiammiferi, o ad altri oggetti utili per la scrivania. Qualche volta la matrice
fa da piedistallo ad una statuetta. Anche le tecniche ricalcano quelle della
lavorazione dei metalli preziosi e degli smalti. Nel sec. XX il gusto nella
fabbricazione dei sigilli segue quello delle arti cosiddette maggiori. Il
sigillo è stato esautorato dalle sue funzioni, ma non ha perduto il suo
fascino, per cui attraverso di lui assistiamo al trascorrere di una microstoria
dei gusti e degli stili, realizzata in oggetti maneggevoli e di piccole
dimensioni. Tra i sigilli propriamente detti, vi sono alcuni stampi per il pane
o per il burro.
Riprendendo l’esame del libro seguendo l’ordine posto
dai redattori, vado indietro di alcuni millenni. Nel capitolo “La glittica e
il collezionismo di Stefania Mazzoni, titolare dell’insegnamento di
Archeologia orientale dell’Università di Pisa, leggo alcune osservazioni sui
sigilli del Medio Oriente, le cui iconografie, spesso fantastiche, sono state
usate lungo i millenni. L’uso dei sigilli come amuleti, oltre che come segni
di proprietà, fa capire la fortuna della glittica. All’inizio i sigilli
avevano solo lo scopo di segnare le proprietà, identificando anche il livello
sociale del titolare, poi divennero strumenti amministrativi, e spesso furono
conservati per lunghissimo tempo, come indicatori di tradizione dinastica. Altre
volte presentano immagini tramandate per il loro contenuto devozionale.
Per l’Egitto non poteva mancare il ricordo dello
“Scarabeus sacer: simbolo di metamorfosi e di rinascita”, affidato ad Edda
Bresciani, ordinaria di Egittologia presso l’Università di Pisa. Lo scarabeo
era carico di significati, alcuni dei quali raccolti anche dal cristianesimo.
Gli egiziani adoperarono per poco tempo l’uso di sigilli cilindrici, adatti
per imprimere la creta, non per venire adoperati sul papiro, per fabbricare
scarabei, sulla cui base piatta scrivevano quanto doveva essere impresso.
Il sigillo venne adoperato anche in Cina, dove le
attestazioni più antiche risalgono al sec.VIII a.C. e fu tenuto in
considerazione talmente alta da divenire il banco di prova del livello di
educazione culturale dei letterati, che erano la categoria di persone destinate
a raggiungere i più elevati gradi della gerarchia dello stato. Il capitolo
“Sigilli della Cina e dell’Asia orientale” è stato scritto da Anna Rozzi
Mazza, conservatore del Museo Civico della Spezia, che ha posto come sottotitolo
“l’impronta dei pollici quadrati”, traendo l’espressione da una poesia
di Wu Qi, datata 1661. Le raffigurazioni potevano essere ottenute in rilievo, ma
anche in incavo e, per imprimerle sulla carta, si usava intingerle in sostanze
colorate. Il materiale con cui venivano fabbricati variava a seconda del livello
sociale del titolare. Nella sfragistica cinese è importante anche
l’impugnatura, sulla quale compare un ricco bestiario e variazioni si
constatano a seconda dei luoghi di provenienza. Oltre ai sigilli cinesi, nella
raccolta se ne ammirano di indiani, tibetani, nepalesi, per cui variano
l’iconografia e la scrittura, che sono differenti tra loro, anche secondo le
filosofie e le religioni buddista, giainista, ecc. praticate nella vastissima e
variegatissima regione.
Anche le civiltà precolombiane conobbero l’uso dei
sigilli, pur se sarebbe più giusto definirli stampi, dati gli usi per i quali
venivano adoperati, che erano quelli di decorare oggetti e di pitturare la pelle
di persone, per scopi ornamentali o magici. Giuliana Zanetti è una studiosa di
antichità centroamericane ed ha curato la sezione “Sigilli precolombiani”,
intitolandola “Sellos e pintaderas precolombiani”.
Nella collezione sono conservati anche alcuni sigilli
islamici. L’articolo che vi si riferisce è intitolato “Le matrici nella
cultura musulmana” ed è opera di Luigi Bonanni, un appassionato collezionista
di sigilli, collaboratore di Euro Capellini. La tradizione attribuisce un
sigillo anche a Maometto. La stilizzazione è costante ed omogenea, per la
maggior parte caratterizzata da espressioni verbali, mentre la forma, le misure
ed il materiale di cui son fatti i sigilli sono molto varie. Le impronte
venivano impresse su cera rossa o, nelle zone dal clima particolarmente caldo,
su una argilla, chiamata “Qarqas”, capace di aderire ai documenti come la
cera, ma anche di non deformarsi alla temperature molto elevate.
Il lavoro, pur redatto a più mani si presenta omogeneo, anche se le sezioni non lo sono tutte. I sigilli dell’antico vicino Oriente, quelli egiziani, quelli della Cina sono diversi nell’uso che ne fecero i popoli che li adoperarono, in parte da quelli romani e più ancora da quelli medievali. Altrettanto si può dire di quelli della Cina e dell’Asia orientale, per non parlare di quelli precolombiani, che, volendo paragonarli ad oggetti analoghi in uso in Europa, possiamo avvicinarli agli stampi per il pane. La raccolta è completa, poiché tiene conto del fenomeno sigillo in tutte le forme utilizzate dalle società che ne hanno fatto uso. Altrettanto si dica delle presentazioni redatte da specialisti nei vari settori, che sono esaurienti nella loro essenzialità. La collezione ed i commenti poi hanno anche un altro merito.
La Sigillografia, o Sfragistica che dir si voglia a seconda
della denominazione che si preferisce, è una scienza documentaria, di
frontiera, nel senso che, se viene giustamente studiata dai cultori della
Diplomatica, in quanto che i sigilli sono parte integrante dei documenti,
interessa anche altre scienze come l’Araldica, l’Iconografia, la Storia
generale, ma anche la Storia dell’arte, in particolare la Storia della
oreficeria, che nelle matrici ha spesso piccoli capolavori. (Giovanni
Maria Del Basso)