Ago, Renata, La feudalità in età moderna, Laterza Editore. Bari. 1994, pp. XII più 254. Lire 38.000.
Nella produzione storiografica italiana, questo lavoro è
il primo tentativo di sintesi sul concetto e sui metodi della feudalità in
Europa fra XVI e XVIII secolo. L'Autrice inizia la sua trattazione dai decreti
di abolizione del regime feudale redatti, agli inizi di agosto del 1789,
dall'Assemblea Nazionale Costituente riunita a Versailles: non per nulla fu
proprio la Rivoluzione Francese, intesa nel suo complesso, a dare una brusca
interruzione all'inerziale perpetuarsi dei sistemi e delle usanze delle classi
dominanti, presso le quali il termine 'feudatario' aveva assunto un'accezione di
respiro ben diverso rispetto al passato.
Come già nel mondo cavalleresco medievale, difatti, il
signore feudale incentrava la sua posizione di prestigio su un più o meno ampio
possedimento terriero, e sul conseguente complesso di persone e beni ad esso
pertinenti; la differenza consisteva piuttosto sul fatto che, in epoca moderna,
erano venuti meno i legami di fedeltà militare che vincolavano il feudatario al
sovrano, e che costituivano la motivazione basilare della concessione del feudo.
Nei primi tempi, esso infatti altro non era che la
"retribuzione" data dal sovrano in cambio della lealtà ricevuta, e
dell'assistenza logistico-militare promessa: si trattava di un beneficio
economico di natura temporanea, strettamente legato alla persona del vassallo, e
valido fino a quando l'iniziale fedeltà fosse venuta meno. La stessa etimologia
di "feudo" tradisce l'originaria valenza di retribuzione per un
servizio, poiché discende dal gallo-romancio "fief", "ricchezza
in beni mobili", che nel parlare comune indicava "il bestiame"
(in questo senso, il termine è affine alla romana "pecunia", da “pecus",
cioè la pecora, il bestiame per eccellenza).
Quando la società medievale andò evolvendosi da militare
a cortigiana, il feudo assunse connotati di natura ereditaria, legando in un
rapporto biunivoco la terra ai suoi titolari; stornarlo in favore di altri
feudatari (cosa che il sovrano poteva fare in epoca precedente) sarebbe stato
improponibile, essendosi trasformato in fonte certa di reddito. Sotto questo
aspetto, risulta di particolare gradimento il capitolo economico del volume.
L'Autrice si prefigge (e raggiunge) lo scopo di cogliere le
analogie fra le varie forme di "feudalità moderna" nell'intera
Europa, effettuando un'opera di sintesi fra le diverse realtà nazionali, delle
quali a volte esemplifica omogeneità ed eccezioni. Detta realtà viene
analizzata nei diversi sistemi che la composero: istituzionale, agrario,
economico, politico e culturale, ognuno in un capitolo a sè, e conclusi da
un'ampia appendice (ben 54 pagine) sul dibattito storiografico dai tempi di
Voltaire ad oggi.
La sintesi operata dall'Autrice permette di meglio
afferrare le cause di alcune situazioni nobiliari: ad esempio, a p. 7, il passo
sui feudi imperiali dell'Italia settentrionale inquadra a puntino lo scacchiere
delle famiglie che dominarono sulla Padania.