Nobili di Sacile (1481 - 1797) momenti di vita pubblica e privata
tratti da documenti d'archivio. Catalogo della mostra
a cura di Nino Roman, Pordenone 1994. (Città di Sacile- Assessorato alla
Cultura. Provincia di Pordenone - Assessorato alla Cultura. Parrocchia del Duomo
di San Nicolò)
Il volume, che si presenta come una raccolta di saggi, è
in realtà il catalogo di una mostra che si tenne a Sacile, nell'aula di San
Gregorio dal 3 al 18 dicembre 1994. La mostra rientra nell'intenzione di
valorizzare il patrimonio storico della città, che possiede un archivio
comunale ed uno parrocchiale di notevole interesse, anche grazie al fatto che le
due ultime guerre che hanno funestato la regione non li hanno danneggiati
eccessivamente. Essa segue ad un'altra mostra allestita dalla Soprintendenza
archivistica del Friuli - Venezia Giulia, nella quale erano stati esposti
documenti attraverso i quali erano stati proposti squarci della vita sacilese
dei secoli passati. Alla realizzazione hanno contribuito il Comune di Sacile, la
Provincia di Pordenone, la Parrocchia di San Nicolò di Sacile ed ha collaborato
il dott. Tullio Perfetti direttore dell'Archivio di Stato di Pordenone.
Il primo saggio, di Fabio Metz, presenta il ceto nobile di
Sacile, sotto il titolo "Nos, nobiles Terrae Sacilli". Durante il
periodo della dominazione di Venezia, dal 1419 al 1797, è assodata la presenza
di una classe dirigente nobile in Sacile, anche se questa appare ufficialmente
solo nel 1481, con la serrata del consiglio, ma già in alcuni decenni
precedenti le massime magistrature cittadine erano state tenute nelle mani di
alcune famiglie. L'intento di Metz è quello di inquadrare tale ceto nobile
nelle sue espressioni culturali, inquadrandone alcune caratteristiche.
La prima di queste è l'amore per la cultura, grazie alla
quale non solo molti nobili sacilesi ascesero ai gradi accademici, ma, superando
la concezione utilitaristica, il consiglio cittadino si preoccupava di offrire
la possibilità di accedere all'istruzione ai giovani meno abbienti della città.
Il secondo elemento è il concetto che i nobili sacilesi avevano della struttura
sociale, quasi fosse un universo organizzato entro i quali ognuno dovesse
seguire regole precise, secondo ruoli definiti, che garantivano la loro
esistenza e da cui discendeva la giustificazione del loro operare. Il terzo
elemento era la casa, concepita come un prolungamento fisico del nucleo
familiare, entro la quale potesse svolgersi la vita della famiglia, secondo un
ordine che riproponeva quello della città.
Una nota archivistica, intitolata "Il Consiglio Nobile
di Sacile. Prerogative di un ceto aristocratico friulano durante il dominio
della Serenissima", di Giorgio Zoccoletto, riporta i regesti di documenti
che vanno dalla autorizzazione a fondare la chiesa parrocchiale di San Nicolò,
concessa da Enrico duca del Friuli nel 794, al mancato riconoscimento della
nobiltà di Sacile da parte del governo del Lombardo - Veneto risalente al 1826.
Si tratta di documenti presentati nel 1768 a corredo di una diatriba sorta tra
nobili e popolari, quali si verificavano di frequente nelle città e che davano
luogo a memorie corredate da una documentazione simile a questa, conservata
presso l'Archivio di Stato di Venezia. Zoccoletto illustra la complicata
vertenza con un saggio esauriente nelle pagine seguenti. Si trattava di una
questione relativa all'amministrazione delle mani morte, alla quale erano
ugualmente interessati nobili e popolari. La Repubblica di Venezia in pratica
tergiversò affidando la responsabilità della soluzione del caso al Parlamento
della Patria del Friuli, che, indirettamente, grazie alla attuazione di una
legge che aveva emanato in materia,
diede ragione alle pretese dei nobili. Quattordici allegati
ci fanno conoscere una ricca raccolta di documenti relativi alla materia.
Tullio Perfetti tratta "I nobili di Sacile nelle carte
notarili". L'autore, direttore dell'Archivio di Stato di Pordenone, non è
nuovo a lavori riguardanti i notai del Friuli occidentale. Egli prende in esame
alcuni documenti dai quali emergono vicende di vita quotidiana di nobili e non
nobili sacilesi. Il documento più antico in cui appare un nobile di Sacile
risale al 27 aprile 1471. In esso Zampetrus de Gajottis cede vari appezzamenti
di terra e un diritto di livello. Da allora altri documenti presentano patti
dotali, una questione matrimoniale tra lontani parenti, due donne disinvolte
nell'amministrazione dei beni di famiglia. Uno spaccato di vita, attraverso il
quale possiamo intravedere vicende personali e casalinghe atte a disegnare una
storia minore, ma non per questo poco interessante.
Pier Carlo Begotti è autore di due contributi: "La
civiltà delle buone maniere" e "Aspetti di storia culturale".
Sono interventi che riguardano problemi analoghi in quanto ambedue riguardanti
la storia culturale della città.
Il primo testo inserisce la vita della nobiltà, ma non
solo se pensiamo all'episodio della donna povera che offrì da sedere a Maria
Amalia di Sassonia, in viaggio verso Napoli per raggiungere il promesso sposo
che era re di quel regno, e la cui carrozza aveva subito un incidente mentre era
di passaggio per Sacile. Begotti illustra il passaggio della nobiltà sacilese
da quando, intrisa della mentalità feudale, era attratta dalla carriera della
armi, dalla carriera ecclesiastica, dall'ingresso negli ordini cavallereschi, a
quando, attraversata un'età durante la quale non disdegnava il commercio,
acquisì modi liberali ed urbani, avendo accolto le voci della cultura
rinascimentale, che giungevano anche nella piccola città friulana. Il secondo
contributo presenta alcuni nomi di sacilesi dediti allo studio, ma anche di
maestri chiamati ad esercitare la loro arte nella cittadina, tanto da meritare
la definizione di "seconda Padova" da parte di Francesco Scoto, che
nel 1659 diede alle stampe un Itinerario
in Italia. Anche in questo articolo l'autore non si limita ad illustrarci la
cultura della classe elevata della città, ma ricorda anche persone di
condizione modesta, come il calzolaio Gian Vincenzo di Camuasca, che era
considerato un punto di riferimento per la propaganda luterana.
Salto il contributo di Maria Cristina Murgia e Sandra
Pegoraro, per scriverne più avanti. Ernesto Consorti e Massimo Dalla Torre
descrivono "Un palazzo nobile in Piazza". Trattasi di palazzo Pianca,
che prima apparteneva alla famiglia Doro. Risale alla seconda metà del sec. XVI
ed è giudicato uno dei più belli della città. Segue un intervento dal titolo
"Santa Maria della Pietà. Una chiesa voluta dal Consiglio nobile di Sacile",
di Francesco Glavich. E' una chiesetta nella quale si venera una immagine
quattrocentesca della pietà, che un tempo era racchiusa in una cappelletta.
Poiché ad un certo punto mandò sudori dalla fronte, il Consiglio della città
volle onorarla costruendo una chiesa per meglio accoglierla. I due articoli sono
costituiti da una parte storica iniziale, alla quale segue la descrizione dei
manufatti e proposte di intervento per il restauro. Anche se si tratta di studi
preminentemente tecnici, rientrano nel tema, in quanto si tratta di edifici, il
primo privato, il secondo pubblico, voluti dalla nobiltà di Sacile.
Avrei inserito a questo punto l'intervento di Maria
Cristina Murgia e di Sandra Pegoraro, intitolato "L'araldica", nel
quale le autrici descrivono quattordici stemmi di altrettante famiglie nobili
sacilesi. Dopo una breve premessa di carattere generale, rifacendosi a studi di
Perusini (G. PERUSINI, Organizzazione
territoriale e strutture politiche del Friuli nell'Alto Medio Evo,
"Atlante storico - linguistico - etnografico friulano", Quaderno n.1,
Trieste 1970) e di Mor (C. G. MOR, Araldica
friulana e prima diffusione del feudo, "Castelli del Friuli", VII,
Udine 1988), raggruppano gli stemmi secondo gli smalti: argento e rosso, argento
e azzurro, mentre solo la famiglia Bellavitis alza tutti quattro gli smalti. Tra
gli stemmi presentati però vi sono due (Mazzarolli e Piovesana) d'argento e di
verde ed uno (Marigotti) di argento e di nero. La didascalia inserita in una
delle due tavole ipotizza che gli stemmi di argento e di rosso indichino origine
sacilese, mentre quelli d'argento e di azzurro ne indichino una non sacilese. Un
appunto però aggiunge saggiamente che un saggio più completo sugli aspetti
dell'araldica sacilese potrà essere steso solo quando saranno conosciute le
vicende delle famiglie che li hanno innalzati (p. 103).
L'ultimo saggio "Le famiglie del Consiglio nobile di
Sacile (1481-1797)" è opera di Nino Roman. Dopo una premessa sul modo in
cui si giunse alla costituzione di un consiglio nobile nel 1481, ma le cui
premesse si rintracciano in fatti lontani, l'autore traccia brevemente la storia
di sessantatré famiglie. Ho ritenuto opportuno avvicinare questo ultimo saggio
con il precedente, poiché gli stemmi andrebbero studiati con la storia delle
famiglie che li alzarono. Ho notato inoltre che, mentre nel precedente scritto
gli stemmi ricordati sono quattordici, in questo ne sono presentati trentanove,
di cui sette senza smalti. Alcune delle famiglie ricordate alzavano lo stemma,
che poi mantennero, già prima di trasferirsi a Sacile, per cui si può dire che
le loro armi non rientrino nell'araldica sacilese.
Il volume tratta un argomento di grande interesse per lo
studio dell'origine, dell'affermazione del ceto dirigente in una piccola città
friulana, soggetta al dominio della Repubblica di Venezia. Importanti sono anche
i modelli di vita riportati, quali appaiono da vari tipi di documenti (inventari
di beni, doti, tipologia dei palazzi, ecc.) e degli accenni a vicende
biografiche (Francesco Palacino, Giovanni Paolo Gardino, Lodovico Mazzarolli,
Elena Piovesana, Anna Maria Bellavitis) dai quali appaiono elementi positivi e
negativi che contribuiscono a rappresentare il quadro di una parte della società
sacilese.