I Porcia. Avogari del vescovo di Ceneda, condottieri della
Serenissima. Principi dell'Impero, Atti del Convegno 9
aprile 1994, Castello Vescovile di Vittorio Veneto, Vittorio Veneto 1994.
(Circolo Vittoriese di Ricerche Storiche).
Il volume contiene gli atti del convegno tenutosi a
Vittorio Veneto il 9 aprile 1994 nella sala del trono del castello vescovile di
Ceneda. Il Circolo vittoriese di ricerche storiche ha voluto ricordare il suo
socio Gabriele di Porcia, da poco scomparso, che aveva lanciato l'idea di
organizzare un convegno che approfondisse e portasse alla luce i molteplici
aspetti della storia di una delle principali famiglie del territorio (ebbe
grande importanza nella Patria del Friuli e nella Marca Trevigiana), alcuni
membri della quale rimasero sulla scena per quasi mille anni. Ne sono state
scritte tredici relazioni, nelle quali gli autori hanno preso in esame vari
aspetti della storia della famiglia, o di singoli personaggi.
Il volume è aperto da una presentazione nella quale
Loredana Imperio, presidente del Circolo vittoriese di ricerche storiche, elenca
i contributi riassumendo ognuno di essi. Non è facile trattarne in maniera
globale; il tema è unico, ma gli argomenti sono vari per la differenza dei
contenuti e per la diversità di approccio che ognuno di essi ha richiesto.
La disposizione dei testi non è casuale, anche se da parte
mia li avrei disposti in un ordine leggermente diverso da quello proposto dai
curatori, come si vedrà dalla lettura della recensione. Il primo intervento
tratta dei Porcia, avogari dei vescovi di Ceneda, la carica appare di loro
competenza nella seconda metà del XII secolo, dapprima di spettanza personale,
quindi ereditaria nel secolo seguente. L'avogaria cenedese non fu la sola dei
signori di Porcia. Alla fine del secolo XII essi esercitarono anche l'avvocazia
del vescovado di Concordia. Purtroppo non è possibile sapere se le due
avvocazie fossero esercitate contemporaneamente, né quale delle due fosse stata
acquisita per prima, a causa della scarsità di documenti. Certamente la
famiglia doveva essere interessata ad ambedue le diocesi contigue, entro i
confini di entrambe le quali aveva i suoi possedimenti.
La dislocazione dei possessi purliliesi è presentata da
Pier Carlo Begotti nel suo intervento recante il titolo "I castelli di
Prata e Brugnera e le origini dei signori di Porcia". Come l'autore avverte
nella nota finale, si tratta di un lavoro ripreso, con alcuni ritocchi, da
quanto già esposto nel saggio Le origini
medievali di Brugnera tra Ceneda e il Friuli, apparso alle pagine 93-122 del
volume Brugnera feudo e comune,
pubblicato nel 1990. L'origine della famiglia è legata, ovviamente ai possessi
che appaiono suoi fin dalla prima comparsa. La culla della stirpe è il castello
di Prata, dal quale inizialmente il casato prese il nome. Tra il 1203 ed il 1214
Gabriele e Federico, figli di Guecello I, sistemarono i confini tra i loro
possessi. I figli del primo continuarono a chiamarsi Da Prata, mentre i
discendenti del secondo assunsero il predicato Di Porcia. Al castello di Prata
si erano aggiunti i due castelli di Porcia e di Brugnera, che pare non fossero
di origine patriarcale, bensì di natura allodiale, cioè ricevuti da un sovrano
prima del 1077, anno in cui il Friuli era stato concesso ai patriarchi d'Aquileia.
Importante è il fatto che le investiture avvenissero non solo riconoscendo la
qualità di liberi, ma anche "cum comitatu", che ci rivela che il
territorio soggetto alla loro giurisdizione si trovava in una situazione
giuridica particolare. I possessi, posti entro la diocesi di Concordia e quella
di Ceneda, con altri di origine sovrana, si amalgamarono in una unione
personale, che poi si trasformò in una unità territoriale, che costituì il
feudo di Prata, Porcia e Brugnera, quando le primitive circoscrizioni
territoriali scomparvero, per lasciare il posto ad entità nuove.
Silvia Bevilacqua analizza due sepolcri di Pratesi situati
nella chiesa di S.Giovanni dei Cavalieri di Gerusalemme a Prata di Pordenone.
Sono due arche spesso ricordate dagli studiosi. In questa occasione l'autrice le
riesamina con l'intendimento di offrire un contributo all'origine ed agli esiti
della scultura trecentesca, ipotizzando la presenza di maestranze, influenzate
dallo stile veneto-lombardo, ma dotate di autonomia, operanti in Friuli ed a
Serravalle.
A questi interventi seguono altri, che chiamerei di
carattere episodico, nel senso che non trattano della famiglia in generale, ma
si soffermano su singoli personaggi, o su episodi, senza per questo nulla
togliere alla loro importanza.
Giorgio Zoccoletto traccia una breve biografia del conte
Silvio di Porcia, descrivendo il cursus
honorum, che lo portò a ricoprire le massime cariche consentite a chi non
appartenesse al patriziato veneziano, ma che è noto soprattutto per l'eroismo
dimostrato nella battaglia di Lepanto. Segue una comunicazione dello stesso
Zoccoletto relativa alla supplica presentata nel 1770 ai vescovi di Ceneda.
Vincenzo Ruzza elenca brevi biografie di letterati illustri
di casa Porcia, ai quali fa seguire un elenco di letterati che operarono al
servizio della stessa famiglia.
Carlo Pizzi si sofferma sui letterati in casa Porcia a
Venezia, Trieste e Milano. Si tratta di Pietro Buratti, amico del principe
Francesco Serafino, che visse a lungo a Venezia, e di Honoré de Balzac, che
incontrò Alfonso Serafino a Milano e ne frequentò la casa.
Come ho preavvertito, abbandono per un momento l'ordine in
cui appaiono i testi per ricordare il saggio su Bartolomeo di Porcia visitatore
apostolico, di Doimo Frangipane. L'autore, che è un noto ricercatore di
archivio, presenta la relazione della visita pastorale che il giovane prelato
fece nel 1570 nella parte della diocesi di Aquileia, situata in territorio
arciducale, e pertanto non accessibile al patriarca d'Aquileia, che era
veneziano.
A questo punto riprendo l'ordine del libro, poiché vi sono
altri scritti di carattere generale. Therese Mayer descrive Gli
splendori dei Porcia, come sono definiti i privilegi della famiglia
principesca. Verso la metà del secolo XVI un ramo dei Porcia si era trasferito
negli stati imperiali e si era posto al servizio degli Absburgo. Giovanni
Ferdinando fu educato assieme al futuro imperatore Ferdinando III e fu l'aio di
suo figlio, il che favorì molto la sua carriera, consentendogli di raggiungere
una posizione molto importante e di essere favorito nell'acquisto della contea
di Ortenburg, che era ritornata nelle mani del sovrano, dopo la estinzione della
famiglia che la deteneva. Le necessità finanziarie degli Absburgo, che li
mettevano nella condizione di ricercare denaro in ogni modo e la situazione del
Porcia resero possibile l'acquisto da parte di questo della contea, che venne
elevata al rango principesco, in modo che a quel ramo spettò il titolo e il
rango di principi con i diritti e guadagni inerenti. La capitale del principato
fu Spittal, dove ancora si ammira il così detto castello Porcia, che, comperato
dalla famiglia, fu rielaborato dandogli le caratteristiche di palazzo
rinascimentale, che ancora si possono ammirare. Sempre la Mayer rende noto un
manoscritto, in possesso di un privato, contenente la storia della famiglia
scritta dal conte Massimiliano tra gli anni che vanno dal 1647 al 1678. Si
tratta di un manoscritto contenente anche illustrazioni rappresentanti alcune
versioni dello stemma della famiglia dalle origini al sec. XVII, sulle quali
l'autrice si sofferma a lungo, giudicando questa parte come una delle più
interessanti del testo, che consta di 109 pagine in formato di cm. 20x17.
Sempre di carattere generale è l'intervento di Nerio de
Carlo, sui possedimenti della casa di Porcia e Brugnera in Austria e Germania. I
rapporti dei Prata e Porcia con la Carinzia sono documentati fin dal sec. XII,
ma si tratta di fatti che potremo definire normali, dati i rapporti tra il
territorio friulano e quello carinziano. I rapporti particolari iniziarono nel
secolo XVII, quando alcuni membri della casata ottennero le prime onorificenze
dalla casa degli Absburgo e quindi acquisirono onori e possedimenti nei
territori imperiali.
L'ultima parte presenta un elenco di documenti nei quali
figurano personaggi dei Prata e Porcia-Brugnera, nonché un albero genealogico
della famiglia, che è molto utile per la lettura dei saggi precedenti. E' una
ricerca di Loredana Imperio, che ha preso in esame i cinque volumi del Codice
diplomatico istriano, pubblicato da Pietro Kandler a Trieste dal 1862 al
1865.
Il lavoro offre grande interesse per lo studio della storia
del Friuli Occidentale e del territorio cenedese, nei quali i Porcia
esercitarono grande influenza e dove i loro possedimenti territoriali
rappresentarono una realtà importante. Il tipo di opera, essendo costituita da
contributi di autori differenti, non può essere del tutto organica, lascia
inappagate alcune curiosità. Per esempio, mi piacerebbe sapere se
l'accostamento dello stemma purliliese a quello di Clodoveo re dei Sicambri, che
si trova nel testo della Mayer (p.117), voglia attribuire l'origine della
famiglia a tale personaggio, poiché, anche se si tratta di stemmi inventati,
sono documenti di una tendenza a cercare di riallacciare a personaggi
immaginari, ma significativi, comuni a molte famiglie e città, che era presente
nei secoli passati. Francesco di Manzano scrisse che "... Altri riporta,
essere oscura l'origine della famiglia de' conti di Porcia e Prata per la remota
sua antichità; saperla fiorente a' tempi de' Longobardi, ned essere
improbabile, che con essi venisse dalla Germania e credesi provenire dai
Gelsicambri" (F. di MANZANO, Annali
del Friuli, I, Udine 1958, p. 196, n. 1). A questa teoria si potrebbero
accostare quelle che attribuiscono l'origine della famiglia a Porcio Catone e ad
un nemico di Attila. A tale proposito Enea Saverio di Porcia scrisse: "Locchè,
per tacere delle altre, scorgesi bastantemente nella nostra famiglia dei conti
di Porcia: mentre altri col Sansovino nel suo libro Famiglie illustri d'Italia si fingono di trar origine da
quell'Ermano rammemorato da Cesare Casola nel suo romanzo della guerra d'Attila,
il quale in un combattimento sotto Aquileia, contro gli Unni generosamente
combattendo con la spada in mano, vi lasciò con immortale sua gloria la vita,
avendo prima di sua mano ferito lo stesso barbaro re; altri si sforzano di
trarla dalla famosa famiglia dei Porcii, resa celebre da più celebri suoi
Catoni, come vuole Adamo Sukovitz nel suo Marcus Porciius Cato redivivus; ed altri ancora da Mesraim
figlio di Cam, detto Osiri dagli
Egiziani, come piacque a Giorgio Herbichio sacerdote goriziense". Alla
stessa pagina, in una nota, l'autore riporta: "A titolo di curiosità cito
anche l'opinione dell'Almanacco di Gotha in proposito: 'Race
dinastique de Frioul, qui rattache son origine aux comptes de Sicambrie en
Pannonie (E. S. di PORCIA DEGLI OBIZZI, I
primi da Prata e Porcia. Saggio storico del conte, con note del prof. A. DE
PELLEGRINI, Udine 1904, p. 2 e nota 1 (Nozze A. Ciotto - L. di Porcia). Sarebbe
stato interessante cercare di capire il motivo per cui la famiglia alza due
stemmi nei quali le figure sono uguali, mentre sono del tutto differenti gli
smalti, magari anche approfondendo la teoria di Gaetano Perusini (Organizzazione
territoriale e strutture politiche del Friuli nell'Alto Medio Evo, Trieste
1970 (Atlante storico linguistico etnografico friulano (ASLEF) Sezione
etnografica. Quaderno 1). Favoloso è il racconto, ricordato da Francesco di
Manzano, secondo cui i re di Francia concessero l'uso dei loro smalti (F. di
MANZANO, Annali, loc. cit.).
Interessante sarebbe anche conoscere i motivi per cui i
Porcia lasciarono il territorio della Repubblica di Venezia per recarsi negli
Stati Imperiali; questo sarebbe un contributo per la storia della Serenissima,
dai territori dominati dalla quale si dipartirono diverse persone e famiglie,
che, nella nuova patria, raggiunsero posizioni molto elevate.
Naturalmente non si possono esaurire tutte le possibilità
di ricerca in un convegno. Importante è che il lavoro offra, come li offre
questo, spunti interessanti e stimolanti, che potranno essere raccolti da altri,
che avranno negli atti di questo convegno una buona base di partenza