Giorgio Giulio Sartor, Stemmi episcopali veronesi dal medioevo ad oggi, Verona 2006 (http//www.jagoedizioni.it), pp. 63 illustrate a colori.

    Questo libro (nonostante il ridotto numero di pagine) fin dalla copertina rigida a colori e dal formato A4 dà a chi lo maneggia una gradevole impressione di rassicurante solidità: e il testo della premessa (redatto dal direttore pro tempore dell’Archivio storico della Curia diocesana di Verona) subito conferma tale sensazione, definendo questo lavoro “destinato alla storia e non alla vanità”. Un’affermazione ribadita dall’equilibrato connubio fra ponderatezza della parte scritta e piacevolezza della grafica (le immagini sono tutte a colori, è bene sottolinearlo con evidenza) il quale spicca pagina dopo pagina.

    Uscito in concomitanza con la visita pastorale compiuta nel 2006 dal Pontefice Benedetto XVI a Verona, il libro esordisce a p. 7 con lo stemma dell’illustre ospite, mostrato ancora nella sua prima versione cardinalizia in uso fra il 1977 e il 1982 (che come sappiamo è ben diversa dall’attuale arma papale: cfr. al proposito M. C. A. Gorra, Habemus papam! La cronotassi pontificia da Bonifacio VIII a Benedetto XVI, in Nobiltà, XII, n. 65, mar.-apr. 2005, pp. 202-209), e poi prosegue con un breve saggio sulla diffusione dell’araldica, sul suo rilievo nell’ambito della storia dell’arte, e sugli usi e costumi nel nostro Paese posteriori al 1946 (un anno che, com’è noto, è stato a più livelli fatidico per la nostra scienza: a livello ufficiale, la concessione e la tutela degli stemmi è stata limitata ai versanti militare e civico; a livello storico, l’araldica ha iniziato a divenir oggetto di nuovi studi che, da qualche tempo, finalmente si stanno incrementando in quantità e qualità; a livello commerciale taluni l’hanno sottoposta, per fortuna sempre più di rado, a un nuovo genere di “degrado computerizzato”; a livello fattivo, la si vede alquanto viva e vitale soprattutto nella sua branca religiosa). Per realizzare questo lavoro l’autore, con una modestia che gli fa onore e che minimizza la non lieve impresa, ribadisce di essersi limitato a documentare l’araldica sotto il “solo aspetto religioso legato alla diocesi di Verona” (p. 9): ma magari ogni diocesi italiana (e non solo) potesse venir assoggettata a ricerche e realizzazioni di livello pari a questo! L’odierno approccio scientifico verso l’araldica ha bisogno di libri sommessi ma non dimessi, divulgativi ma non banali, documentati ma non pedanti, scritti in punta di dita, che sensatamente, correttamente e senza fronzoli né esagerazioni dicano quel che occorre dire, e che soprattutto espongano i fatti. A questo fine occorre esaminare manoscritti, riprendere testi d’epoca, effettuare rilievi fotografici, e con tutto ciò ricomporre un omogeneo quadro storico e iconografico che sia alla portata del più ampio pubblico possibile, e che riesca utile allo studioso e gradito al profano. Tutte cose, è bene ribadirlo, che si sono assommate in questo libro.

    Sempre a p. 9 l’autore espone anche alcuni elementi di araldica, partendo dalle esigenze specifiche dell’araldica religiosa (in sostanza egli si sofferma sui timbri, sunteggiati graficamente a p. 12 dove però la tiara pontificia, nella sua classica versione anteriore alla forma entrata in uso sotto Benedetto XVI, viene resa in tinte imprecise), sunteggiando partizioni, pezze, figure e smalti che vengono accompagnate da illustrazioni non didascaliche, e chiudendo con cenni sugli smalti più in uso nell’area veneta, sui significati delle figure (dove con intelligenza evita i voli pindarici barocchi e accenna ai moventi sociopolitici di esse), sulla complessità delle armi moderne, e sul concetto di arma parlante, sempre in una maniera che facilita l’approccio al grande pubblico, che fa intuire senza far pesare, e che tacitamente invoglia gli interessati ad approfondimenti ulteriori.

    La parte introduttiva termina spiegando i motivi dell’omogeneità grafica dei disegni qui visibili (necessaria per dare la dovuta evidenza ai contenuti dei singoli stemmi, e doverosa per chi desidera fare un discorso di tecnica araldica che sorvoli sulle mode formali contingenti e sull’obbligata ripetitività degli ornamenti esterni dello scudo) e con ulteriori prove di concreta sensatezza da parte dell’autore, quando egli si scusa per gli eventuali errori da lui commessi nel seguire fonti lacunose o incerte, o quando spiega che lo scudo sta allo stemma come la cornice al quadro, o quando a p. 13 esemplifica quant’è facile imbattersi negli stemmi: gli bastano sette fotografie per mettere voglia di visitare araldicamente la città di Giulietta, solleticando l’attenzione del lettore e spaziando verso l’araldica laica. Fra tali foto se ne evidenziano due relative a stemmi episcopali in intarsio marmoreo nel pavimento del Duomo veronese, dotati di cappelli prelatizi dall’insolita tonalità grigio-azzurra che meriterebbero approfondimenti ulteriori.    Il contenuto vero e proprio del lavoro si sostanzia, infine, nella serie dei disegni dei quarantanove stemmi episcopali veronesi, ognuno realizzato a tutta pagina, accompagnato in basso dal blasone (di buon livello tecnico, salvo sporadici casi di minime imprecisioni facilmente emendabili) e da succinte note storiche (ridotte all’osso perché reperibili altrove, e soprattutto perchè estranee all’obiettivo del lavoro). La maggior parte dei presuli, 45 per l’esattezza, usò nella quotidianità lo stemma dato: con correttezza e precisione esemplari, i quattro stemmi dei rimanenti (vissuti in epoca prearaldica, oppure non sufficientemente attestati dalle fonti) vengono segnalati come dubbi da un’apposita evidente riga di testo sottostante al disegno. Lo stesso vale per gli stemmi di fantasia attribuiti ai due Pontefici che risiedettero nella città scaligera fra 1184 e 1187, Lucio III e Urbano III, quest’ultimo tradizionalmente fatto coincidere con l’arma della famiglia Crivelli (della quale però qui la figura parlante è stata erroneamente travisata). In totale, il volume contiene 51 disegni resi con una grafica che, benché computerizzata, attinge ad un corretto livello di tecnica araldica e fornisce un gradevolissimo impatto estetico. Il testo si chiude con una bibliografia di 17 titoli editi e 4 manoscritti, non sempre dettagliati a dovere ma pur sempre utili per i primi approfondimenti, e con un foglietto di errata corrige: quest’ultima è un’accuratezza cui ci si sta purtroppo disabituando, e che ribadisce (ammesso che ve ne fosse bisogno) il livello del lavoro e la ponderata attenzione con cui si propone ad appassionati e studiosi, per stimolare i primi verso la materia e per sollecitare il gradimento dei secondi. (Maurizio Carlo Alberto Gorra, IAGI, AIOC)

 

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