RECENSIONI

 

LIBRI

 

 

Stemmario Veneziano Orsini De Marzo, Edizioni Orsini De Marzo, Milano, 2007, pp. 342, euro 240,00, isbn 978-88-7531-008-0.

Sono due i codici araldici che rilegati dalle ormai note stelline dorate dei volumi orsiniani, troviamo riuniti nel nuovo Stemmario Veneziano Orsini De Marzo; il primo, compilato tra il 1554 e il 1556 e definito sul suo dorso originale come “Libro d’oro di Venezia”, è un dovizioso censimento delle Casade ascritte al Maggior Consiglio corredate dei loro stemmi miniati a colori e di note coeve manoscritte in un’elegante grafia cancelleresca.

Il secondo stemmario, realizzato nei primi anni del Novecento e definito nella presente edizione fin quasi troppo sommessamente come Stemmarietto Veneziano, proviene invece dalla biblioteca del conte Henry Chandon de Briailles dove si trovava con il titolo originale di Stemmi del Veneto Patriziato che arriva a censire le arme dei casati ascritti posteriormente al 1718.

La presente edizione congiunta dei due stemmari così distanti tra loro può essere considerata a ragione una sorta di “libro d’oro diacronico” della Serenissima.

Le note manoscritte del codice cinquecentesco ci restituiscono uno spaccato vivido del complesso insieme del patriziato veneto la cui identità ed autorappresentazione appaiono ancora ben lontani dalla paludata immagine aristocratica posteriore con un Maggior consiglio che non si nasconde l’essere composto da stirpi eterogenee: «savi et de bona conditione», «amatori della sua patria», «expertissimi nel navigare», «nobelli de sangue», «molto pratichi nell’mestier de pescar», «merchadanti de bona conosentia», «gran maestri de fare navilii», «lavoradori de terre», «mandati in molte ambasserie», «marchadanti da formazo», «tribuni antigui», «merchadanti de formento», «vivevano de pescar», «industriosi nel comprar et vendere». Ma il cronista indugia frequentemente anche su osservazioni fisiche e caratteriali delle Casade che sembrano più prossime, se non al pettegolezzo, al chiacchericcio da passeggio in piazza San Marco: «bellissimi de corpo», «de dura testa», «picoli de persona», «molto favoriti dalla fortuna», «belli parladori», «molto negligenti in tutte le loro cosse», «grandissimi et belli danzatori», «[di] fortuna prospera perché in breve tempo aquistorono molti denari», «villi, grossolani de intelletto», «troppo sbeffardi», «molto superbi et altieri», «persone da bene», «di poco animo».

Lo Stemmario Veneziano Orsini De Marzo pare un relitto salvato al naufragio del Bucintoro, le cui pagine esercitano un fascino invincibile sul Lettore di oggi che ritrova queste storie come altrettante saghe in miniatura, saghe di quelle Casade che trassero gli ori di Bisanzio al vivido Rinascimento veneziano, dove, accanto a stirpi celebri che giungeranno all’indecorosa resa del 1797 a salvare la roba ma non la Patria, ne compaiono altre già in quell’epoca irrimediabilmente manchade e ricordate con il senso di un tempo ormai vago e lontano.

L’araldista non potrà che far tesoro dei tanti aneddoti che nel loro insieme chiariscono i meccanismi e le consuetudini all’origine delle arme delle Casade, le loro innumerevoli brisure o i loro non rari cambiamenti repentini: dai Capello che con un gentiluomo «ambassador in Ingilterra, li fo donato per il Re uno zio doro, el quale lui, et tutti suoi dessendenti portano nella arma», ai Bonzi che «prima portavano questa arma con le ruose, ma essendo andato uno de ditta Casata in armada li fo donato larma con la crose negra», alla scelta obbligata del doge Dandolo all’assedio di Costantinopoli perchè «il Marchese [del Monferrato] aveva la sua arma, la quale assimigliava à quella da Cha dandolo, salvo chell’Color rosso era disopra, et il bianco dessotto niente dimeno le ditte parevano, una cossa medesema, et perche le ditte arme fossero cognosude, una dall’altra, el sopraditto Ser.mo Principe muto la sua, de collori, et fecella biancha et azura, et messelli tre zigli bianchi in Campo azuro», o, ancora, i “mutevoli” Soranzi con «uno de soprascritta Casata, al quale li venne voglia de mutar larma, et cussi levo questa altra arma, comme qui da canto si vede, perché in quel tempo non si faceva stima de mutare ne arme ne nomi delle casade».

Gli stemmi del codice cinquecentesco hanno tratti rapidi e marcati, di gusto ancora arcaico, certo lontanissimi dalla stagione artistica del loro tempo; le aquile denotano quell’impronta “bizantineggiante”, che talvolta si osserva anche in certa araldica balcanica mentre è assoluta la maggioranza di stemmi composti da pezze e campiture geometriche, certo la più immediata caratteristica dell’araldica veneziana. Lo Stemmarietto veneziano offre invece un felice esempio di araldica veloce; gli stemmi sono delineati in modo preciso ma sintetico, quasi degli “appunti araldici”, dei rapidi schizzi che il viaggiatore coglie ad acquarello con impressioni e vedute sul suo carnet de voyage.

L’importanza storico-documentaria di questo vasto corpus araldico è evidenziata dallo stesso Niccolò Orsini De Marzo che si rivela araldista di vaglia nel suo lungo saggio “Ex oriente heraldica, considerazioni sull’araldica veneziana: spunti di riflessione da uno stemmario cinquecentesco” che in calce al volume analizza e ritrova nell’«araldica veneziana, quelle costanti e caratteristiche che la differenziano, sia pur all’interno di un medesimo codice semantico, da quelle di aree geograficamente prossime». Un secondo e più breve saggio si sofferma invece sulle caratteristiche storiche e sulla provenienza dei due codici che compongono lo Stemmario Veneziano Orsini de Marzo.

Come appassionati ammiratori della millenaria civiltà veneziana ed abitanti in una città fedelissima del Dominio di Terraferma, infine, segnaliamo con piacere come l’opera sia stata dedicata dall’Editore «alla nobile memoria di Domenico Pizzamano (1748-1817) nel duecentodecimo anniversario del benvenuto da lui dato al Libérateur d’Italie (20 aprile 1797)». (Marco Foppoli, AIH)

 

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