RECENSIONI
LIBRI
Vincenzo (Enzo)
Capasso, Conte delle Pàstene, I Capasso - taccuino familiare della loro
vicenda, Roma, 2007, pp. 97 con documenti.
L’autore, noto e serio studioso di scienze
documentarie della storia, motiva il suo scopo nella premessa: “Riunisco - con la ristampa delle
“Memorie” di famiglia scritte da mio zio Giovanni, fratello di mio
padre - un insieme di notizie sulla storia e la cronaca della lunga vicenda dei
Capasso, avviata, con me e la unica sorella Beatrice,
al suo epilogo. Ciò essenzialmente perché si abbia contezza di
quanti realmente appartennero ad un casato che conta vaste omonimie, come
avviene, spesso e per ragioni diverse, per famiglie antiche e di un certo
prestigio. La ricerca è minuta ed attenta, pur restando in ombra la
quotidianità della vita, specialmente nelle generazioni più
remote; il che è del resto naturale e si ripete perfino per noi,
nell’allontanarsi dei ricordi, con il passare degli anni. Questi appunti sono rivolti soprattutto alla discendenza di mia
sorella che può considerarsi la prima chiamata alla memoria e
all’eventuale rappresentanza del nome”. Queste parole
scritte con semplicità esponendo l’intento dell’opera
propongono il modello ottimale di un genere di pubblicazione a noi cara che
merita diffusione.
Con questo lavoro forse Enzo Capasso imita nel
voler lasciare concreta memoria della propria storia di famiglia alla
discendenza della sorella quanto già il proprio zio
Giovanni Capasso Torre di Caprara fece con lui quando scrisse le Memorie
storiche della Famiglia Capasso
dedicate al nipote “Enzo
Capasso perché segua gli esempi dei migliori dei suoi antenati”.
A distanza di quasi 60 anni è ora il nipote Enzo a riproporre
l’opera dello zio (stampata da
De Martini, Benevento, 1947) per offrire una pubblicazione in linea con le
altre che trattano la storia di famiglia in quell’epoca e che esordisce
come era costume del tempo con la «tradizione
sempre per secoli conservata in famiglia che i Capasso siano venuti in Francia
nel Napoletano. Mentre il Mazzella e il De Lellis dichiarano, il primo di non
sapere “ond’essi si traggono origine” e il secondo di non
conoscere la loro “più antica origine” a causa della
“lunghezza del tempo” intercorso, il Della Vipera asseriva che la
famiglia è “originaria francese” ma aggiunge “che
venne in Regno l’anno 1265 con Re Carlo Primo...».
A dire il vero l’autore non dimentica di citare pure tutta la parte
leggendaria e di tradizione della famiglia, ma ogni
vicenda ha in nota una fonte documentale sebbene di diversa importanza e
scientificità. Viene ricordato che «Fu
durante la vita di Fabio che la famiglia vinse trionfalmente la causa contro il
Sedile di Portanova, iniziata da Annibale II nel 1593 per la reintegrazione
agli onori e privilegi della nobiltà napoletana nella quale erano
intervenuti a favore dei Capasso gli stessi Sovrani di Spagna». E
ancora «La causa, peraltro, venne
ripresa dal Conte Fabio solo nel 1744 ed egli riassunse tutti gli elementi del
processo favorevoli alla famiglia per modo che il Sacro Regio Consiglio con
sentenza del 9 agosto 1746 fece giustizia della pretesa estinzione della
famiglia Capasso nella prima metà del sec. XVI quando, cioè, essa
con Annibale I e i suoi successori si allontanò gradualmente da
Napoli». Le vicende conclusive vengono delineate nel seguente modo: «Con i figli di Gaetano e di Fulvia di Gaeta
si risollevano le fortune e il prestigio della famiglia, specialmente per opera
del loro primogenito Fabio V, (1833-1889) avo dell’autore di queste
memorie. Fabio prese per moglie in Roma nel 1822 Maria Anna Cenci Bolognetti,
figlia del principe di Vicovaro, Conte Virginio e di donna Clelia Bonanno
Branciforte dei Principi della Cattolica, contraendo così estese
parentele nel mondo romano, con i Macchi di Cellere, gli Antici Mattei, i
Pecci, i De Witten, i Vincenti Mareri. Il Conte Fabio fu dottore in
giurisprudenza, amministratore accorto, padre di famiglia esemplare e
gentiluomo di antico stampo. Fedele personalmente per tradizione e sentimento
al vecchio mondo, educò liberamente i numerosi figli lasciando che essi
si orientassero con i tempi nuovi. Fu intimo amico personale di Monsignor
Gioacchino Pecci, Delegato Apostolico in Benevento, e gli accordò ospitalità
in una sua casa di campagna, dopo una lunga malattia sofferta dal prelato, e il
futuro Papa Leone XIII non dimenticò mai l’amico di Benevento.
Durante la sua Delegazione, Mons. Pecci lo chiamò vicino a sé
nominandolo membro della Congregazione Governativa, e nelle sue assenze, come
risulta da lettere autografe dell’estate 1840 datate da Roma e da
Carpineto che si conservano nell’Archivio di famiglia, raccomandava a
Fabio Capasso gli affari di governo e “la sorveglianza nel paese e nelle
campagne”, gli chiedeva impressioni e giudizi su altri funzionari da lui
nominati, si rallegrava di averlo confermato nella carica avendo appreso della
“tranquillità senza esempio che regnava nella Provincia” e
“della piena regolarità del servizio” e si dichiarava infine
a lui solo debitore di aver potuto assentarsi
così a lungo dalla città. Con Reale diploma del 29 luglio 1817,
il re Ferdinando I delle Due Sicilie aveva nominato il giovanissimo Fabio
Cavaliere di Giustizia del Sacro Ordine militare Costantiniano di San Giorgio e
il 18 settembre in Napoli ebbe luogo la cerimonia della vestizione, secondo il
rituale Costantiniano. Fabio Capasso morì grave d’anni in
Benevento tra il generale compianto della cittadinanza. Dei suoi fratelli,
Pasquale fu un colto ufficiale dell’artiglieria napoletana e col grado di
colonnello si distinse grandemente alla difesa di Gaeta nel 1860; Federico,
dottore in legge, andò a nozze con Serafina de’ Marchesi de
Simone, antica famiglia beneventana, e ne ebbe una sola figliuola, Fulvia, sposatasi
al nobile Giulio Gualtieri in Napoli; Bartolomeo fu teologo insigne,
Arcidiacono e Vicario dell’Archidiocesi beneventana durante il periodo
del Risorgimento nazionale, acquistandosi la considerazione e il rispetto di
ogni partito in quel difficile periodo di transizione. Numerosa fu la prole di
Fabio e di Maria Anna Cenci: il Conte Pietro (1830-1908) primogenito, che
contrasse matrimonio con Carlotta Roscio figlia del Marchese Giuseppe; Annibale
(1831-1907) Guardia del Corpo del Re di Napoli sposatosi a Carlotta Del
Giudice; Nicola (1835-1898) marito di Marianna dei Marchesi Ferraioli di Roma,
Guardia nobile del Pontefice; Gaetano (1833-1907) padre Domenicano in
Cercemaggiore nel Beneventano, religioso di austera
vita e di molta cultura letteraria e storica, morto tra il pianto della
popolazione locale dopo aver trascorso quaranta anni nel suo romitaggio montano
e noto per i suoi atteggiamenti liberali nel 1860; Saverio (1839-1903) andato a
nozze con Anna dell’Aquila dei Baroni della Ginestra; Giuseppe (1846-1920)
ammogliatosi con Amalia Bozzi; Vincenzo (1844-1904) valoroso ed integro
magistrato pervenuto alla presidenza delle Corti d’Appello del Regno
d’Italia e Sindaco di Benevento, che contrasse matrimonio nel 1882 in Roma con Carolina
Torre di Caprara, figlia del Tenente Generale Federico, soldato del
Risorgimento a Vicenza nel ’48, a Roma nel ’49, sette volte
Deputato al Parlamento Nazionale, Senatore del Regno, latinista e scienziato, e
nipote del Conte di Caprara Carlo Torre, fratello di Federico, governatore di
Benevento per decreto di Garibaldi dittatore, nel 1860, e poi Prefetto ad
Ancona, dove fu ascritto al patriziato locale, a Torino e a Milano e Senatore
del Regno. Delle quattro figlie di Fabio Capasso due entrarono rispettivamente
in casa dei Marchesi Terracina-Coscia e dei Marchesi de Simone di Benevento e
le altre due presero il velo monacale. Dei figli maschi del Conte Fabio tre
soli ebbero discendenza: Pietro, Annibale e Vincenzo. La discendenza di Pietro
si è estinta con la morte dei tre suoi figli maschi, Fabio, nel 1913,
Giuseppe, nel 1937, Bartolomeo, che fu canonico di S. Maria Maggiore in Roma e
Cappellano del Tesoro di San Gennaro, nel 1944, e con la morte dell’unico
figlio maschio di Fabio, Saverio, nel 1914. Le cinque figlie del Conte Pietro e
di Carlotta Roscio furono Marianna, Lucrezia, Virginia, Margherita e Giacinta,
entrate rispettivamente in casa Cini-Noya, De Simone, Farina, Cardona-Albini e
De Santis. Annibale ebbe due figli: Vittorio ed Elvina: quest’ultima
(1862-1938) morta nubile. Vittorio (1861-1944), come il padre, nacque e visse
in Napoli, dove coprì pubblici offici tra la generale estimazione e
godé di molto prestigio e non solo nella sua classe. Contrasse
matrimonio con Cristina Paternò dei duchi di San Nicola e ne ebbe Bianca
e Fabio. Bianca è moglie di Don Giulio Giannuzzi Savelli de’
Principi di Cerenzia e dama d’onore di S.A.R. la Duchessa Amedeo
d’Aosta. Fabio (1889-1928), Cavaliere di Onore e Devozione del Sacro
Militare Ordine di Malta, fu un brillante ufficiale di cavalleria, vincitore di
gare e concorsi ippici e un valoroso combattente nella guerra italo-austriaca
del 1915-1918 e in Libia. Fu ferito nella carica famosa di Pozzuolo del Friuli
nel 1917, durante il ripiegamento che seguì Caporetto. Decorato
più volte al valore, finì tragicamente i suoi giorni a Tivoli per
una caduta da cavallo. Estintasi così la discendenza maschile di Pietro
e di Annibale, non resta oggi della famiglia Capasso che la discendenza di
Vincenzo e di Carolina Torre di Caprara, e cioè i figli Giovanni, che
aggiunge al cognome quello materno, Torre di Caprara, (decreti 10 dicembre 1839
e 10 agosto 1927) andato a nozze con Alys Hervé e che è il nono
conte delle Pàstene, Luigi e Carlo, patrizi napoletani e beneventani,
sposati rispettivamente con Gabriella de’ Conti Pecci e la nobile
Antonietta Macario, e le loro sorelle Maria, Anna e Vittoria, patrizie
beneventane, l’ultima delle quali religiosa nell’Ordine spagnuolo
delle Ancelle del Sacro Cuore, nonché la figlia di Giovanni,
Clementella, e i figli di Carlo, Enzo e Beatrice».
Dalla esposizione di Giovanni Capasso Torre di
Caprara si delinea giustamente una famiglia che oltre ad essere
indiscutibilmente nobile è da considerarsi d’importanza storica e
rilevante per il contesto in cui è vissuta e per le memorie che ha
lasciato nel territorio ad ogni generazione. Segue poi la parte trattata da
Enzo Capasso Torre sotto il titolo Ultime vicende: «Ho
riportato integralmente davanti le ‘Memorie’ di famiglia di mio zio
Giovanni Capasso, fratello germano maggiore di mio padre Carlo, scritte tra il
1945 e il ’47 nella sua casa delle Pàstene - dove morirà
novantenne il 29 aprile 1973 - in un volontario isolamento, dovuto ai suoi
trascorsi impegni politici ed al difficile momento attraversato dal nostro
Paese. In quel periodo, inoltre, egli riordinava il ragguardevole archivio di
casa, ricco di numerosi documenti e pergamene risalenti agli inizi del secolo
XIV e spesso riguardanti anche famiglie apparentate o finite nella nostra. Egli
però, sempre in quella occasione, distruggeva purtroppo una
notevolissima documentazione, costituita da contratti, carte di affari,
procure, e riflettente proprietà non più possedute dalla
famiglia, perché, a suo dire, ingombrante ed ormai superflua, ed io,
allora ragazzo, o non ne ero al corrente o mancavo delle conoscenze specifiche
e dell’autorità per poterlo dissuadere. Soltanto in tempi
più recenti, quando, alla morte di povero mio padre avvenuta il 6
febbraio 1977, fui interpellato dal Professor Allocati, direttore
dell’Archivio di Stato di Roma, per conoscere la consistenza dei
documenti di casa ed eventualmente depositarli e tenerli a disposizione in una
struttura pubblica, ebbi dallo stesso la conferma dell’irreparabile danno
e di come anche le carte d’affari, o più che mai quelle, stiano a
dimostrare il prestigio avuto ed il ruolo svolto, nei secoli, da una famiglia.
Anche dall’archivio, diciamo così, nobiliare e genealogico, non ho
disgraziatamente potuto riunire gran che, poiché esso - rimasto nella
casa dove si spense mio zio e dove, da secoli, si trovava, a disposizione di
chi la famiglia rappresentasse - sembrò essere gelosamente trattenuto
dall’unica di lui figlia e mia prima cugina, il cui marito accusò,
in seguito, furti a ripetizione, quasi che ne fosse restato ben poco, o nulla
addirittura. Ho tuttavia salvato una serie di libri noti ed antichi, riportanti
discorsi storici sulla famiglia, una invidiabile prova genealogica nella linea
principale - e in alcuni rami collaterali - fatta di atti di battesimo,
matrimonio, morte, capitoli matrimoniali, testamenti, risalenti a metà
Cinquecento, nonché una certa quantità di documenti di
amministrazione feudale, così come una serie autenticata di copie
d’archivio, relative a cariche e privilegi, a partire dal secolo XIII.
Nell’archivio mio personale posso tuttavia comprendere, fino ad oggi, una
venticinquina di grossi contenitori di principale epistolario non domestico e
non di affari, di appunti, lettere, interventi, articoli, conferenze; oltre che
di numerosissime carte riguardanti una gestione, quasi cinquantennale in
Italia, da me condotta, del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio,
con documenti delicati, se non riservati, qualche volta importanti ed in
originale, riferiti anche a rapporti con autorità della Chiesa e degli
Stati. Quando, nel 1947, il ricordato mio zio licenziò le presenti
‘Memorie’, la famiglia Capasso contava ancora viventi: Margherita
(1867-195?) figlia di Pietro, primo fratello del mio avo Vincenzo e vedova del
Nobile Vincenzo Cardone Albini; la di lei sorella Giacinta (1869-1950), vedova
di Giuseppe de Santis; Bianca (1888-1975) discendente da Annibale, altro
fratello maggiore del mio avo, dama di corte della Duchessa Anna d’Aosta
e sposa di Giulio Giannuzzi Savelli, divenuto Principe di Cerenzia alla morte
del fratello Emilio nel 1955; l’altro fratello germano di mio padre,
Luigi, mio zio, (1889-1969) combattente valoroso, sposato a Gabriella, figlia
del ‘nipote santissimo’ di Leone XIII, Conte Riccardo Pecci e di
Maddalena dei Conti Vincenti Mareri; mio padre Carlo (1891-1977),
anch’egli combattente pluridecorato, marito di Maria Antonietta - mia
madre - figlia del Nobile Giuseppe Macario, appartenente ad antica e, un tempo,
facoltosa famiglia di proprietari pugliesi e di Beatrice Carignani dei Duchi di
Novoli, che contava estese parentele nella società napoletana; le
sorelle nubili di mio padre, Maria (1884-1956) e Anna (1887-1975); la sorella
Vittoria (1886-1957) monaca nell’Ordine delle Ancelle del Sacro Cuore di
Gesù; lo stesso mio zio Giovanni (1883-1973), scrittore, giornalista,
diplomatico, marito della francese Alys Hervè; la figlia del medesimo
mio zio e già ricordata mia prima cugina Clementella (1927-1995), moglie
dell’avvocato e critico d’arte Aurelio Prete; mia sorella Beatrice
(1933), moglie del medico Tommaso Sciplino, ed io stesso. Oggi - 2007 - non
restano della famiglia che la predetta mia sorella ed io (Vincenzo o Enzo,
1930), marito, senza figli, di Nicoletta, figlia del Conte Piero Grizi, Nobile
di Jesi, di antica famiglia delle Marche che vanta importanti illustrazioni ed
ascendenze e parentele anche nella società romana e di Gabriella
Lucchesi Palli dei Principi di Campofranco e Duchi della Grazia,
l’ampiezza e la consistenza delle alleanze familiari è superfluo
indicare. I Capasso, dunque, dall’alba al tramonto; e di quelli fino a
noi si occupano le ‘Memorie’ riportate, pur tralasciando alcuni di
cui è però certo che non abbiano avuto discendenza. Essi hanno,
probabilmente, già superato il millennio e non di poco; hanno comunque e
senza dubbio, una provata genealogia al 1230, or sono quasi otto secoli, con
notevoli esponenti fin da allora appartenenti ai Seggi del patriziato
Napoletano metropolitano. La registrazione ufficiale del Libro d’Oro
presso la Regia
Consulta Araldica - oggi all’Archivio Centrale dello
Stato in Roma - giunge al 1431, pur se la Consulta medesima ritenne, con ufficiali
comunicazioni, che la genealogia, indicata con tutti nobili matrimoni, avrebbe
potuto, con “fondata presunzione”, risalire ulteriormente e almeno
al 1323. Di fronte alla inevitabile prospettiva dell’estinzione della
famiglia - che avverrà con me, unico maschio, e con la predetta mia
sorella, dopo almeno ventidue generazioni scrupolosamente documentate - ottenni
dal Re Umberto II, in esilio a Cascais in Portogallo, Lettere Patenti di
Convalida per primogenitura maschile del 29 ottobre 1977 del titolo di Conte di
Caprara, riguardante la famiglia Torre, cui apparteneva la mia ava Carolina,
madre di mio padre e degli altri fratelli e sorelle, tra cui primo il ricordato
mio zio Giovanni Capasso; il quale aveva già ottenuto la rinnovazione
del relativo predicato (predicato di Caprara) con R.D. 10 agosto 1927. Indi, mi
fu accordata dal Presidente della Repubblica, l’8 novembre 1977,
l’aggiunta del cognome Torre che era stato, fino allora, del solo mio zio
primogenito Giovanni con R.D. del Re Umberto I del 10 dicembre 1893. Ottenni
altresì, nelle menzionate Lettere Patenti di Umberto II,
l’ampliamento dello stemma con l’inquarto Mémmoli - dai
quali i Capasso, passati nello Stato della Chiesa e Patrizi napoletani e
beneventani derivarono per matrimonio, nel 1644, la Contea delle Pàstene
che è del 18 aprile 1633 per Breve di Urbano VIII, loro riconosciuta da
Clemente IX il 28 luglio 1668 - e Torre - nome e titolo dei Torre ricaduto in
casa nostra - con le armi Capasso sul tutto; e la convalida del trattamento di
“Don” per maschi e femmine, sempre usato e riconosciuto alla
famiglia, in tutti gli atti e documenti, anche negli Stati Pontifici; e finalmente
l’accollo dello stemma, in tal modo inquartato e sormontato da un viso
d’angelo alato come in antico, all’aquila imperiale coronata e
armata, secondo il privilegio di Carlo V del 20 marzo 1536 ad Annibale Capasso,
mio dodicesimo avo, dopo la determinante partecipazione di questi
all’impresa di Tunisi e all’espugnazione della Goletta del 14
luglio 1535. Infine, per venire incontro a quelli che mi parvero desideri di
mia sorella Beatrice e di mia cugina Clementella, richiesi sempre al Re Umberto
II ed ottenni, con Lettere Patenti del 2 maggio 1980, che il mio titolo
principale di Conte delle Pàstene, trasmissibile unicamente per
primogenitura maschile - che derivo da mio padre e dal mio bisavo e loro
maggiori e non dal mio avo che non era primogenito, mentre lo zio Giovanni,
prima che di giustizia lo ebbe di grazia, con R.D. di rinnovazione del 25
settembre 1924, in
seguito a refuta di cugini discendenti da fratelli maggiori del mio avo e suo
padre Vincenzo, aventi diritto prima di lui e, al tempo, viventi, che il titolo
di Conte delle Pàstene, dicevo, potesse passare, dopo di me e in difetto
di mia discendenza maschile e femminile, a mia sorella Beatrice e, da lei o
dopo di lei, per primogenitura maschile ed, eccezionalmente, ancora una volta
per femmina; che l’altro di Conte di Caprara, sempre di primogenitura
maschile, si trasmettesse, dopo di me e in difetto di mia discendenza maschile
e femminile, a mia cugina Clementella e da lei, o dopo di lei, per
primogenitura maschile ed eccezionalmente, ancora una volta per femmina.
Unitamente al trattamento di ‘Don’ per maschi e femmine, per
entrambe le discendenze. Sempre nelle seconde Lettere Patenti, ottenni
l’estensione dei titoli ‘maritali nomine’ in costanza di
matrimonio, una volta pervenuti alle predette sorella e cugina,
l’assunzione dei quarti Capasso e Mémmoli dello stemma per la
discendenza di mia sorella e del quarto Torre per quella di mia cugina. Il
tutto comunicai alle interessate con mie lettere dell’8 maggio 1980. Mia
sorella Beatrice, in data 10 maggio 1980, mi rispondeva esprimendo la sua
gratitudine e sperando ‘che la famiglia Capasso possa degnamente
continuare con l’assunzione del nostro nome, con Pier Francesco (Pier
Francesco Sciplino, suo figlio) e, mi auguro lunga sua discendenza’. La
situazione permane tuttora aperta - ma certamente di non difficile definizione
- non avendo ancora mio nipote Pietro Francesco Sciplino (1969), già
padre di altro maschio, concretizzato le aspettative, anche materne, con
l’assunzione del nome Capasso - come sostituzione di cognome o come
cognome da precedere o da seguire il proprio - così da poter subentrare,
a suo tempo e con più chiara giustificazione, nel titolo di Conte delle
Pàstene e tanto più che io non ebbi a richiedere che
l’applicazione del decreto reale fosse subordinata all’assunzione
di cognome, non sembrandomi corretto di legare la volontà del Sovrano ad
altra dipendente dalla Repubblica italiana. Restando fermo come mio nipote
Sciplino il primo chiamato alla successione nel titolo principale proveniente
da casa Capasso perché più vicino a me dei discendenti di mia
cugina e soprattutto sia unico, con i suoi discendenti maschi, a rappresentare
storicamente la famiglia Capasso, mi parrebbe invece che i discendenti della
predetta cugina non dovrebbero o potrebbero perpetuare più del nome
Torre. Non mi risulterebbe che questi ultimi abbiano, fino ad oggi, avanzato
all’autorità competente richiesta per modifica dello stato civile
familiare, anche se in più occasioni io abbia rilevato delle disordinate
ambizioni in materia. Confido ancora in mio nipote perché, a tempo
debito, possa con cura conservare quel poco di archivio di famiglia che
potrò riordinare o voglia depositarlo presso un archivio di Stato -
Roma, Napoli, Benevento - o presso il Museo del Sannio in Benevento che, mi
pare, già conservi l’archivio Montalto. In luogo dignitoso,
insomma, dove esso possa essere sicuramente custodito, eventualmente consultato
e perfino restare in proprietà della famiglia e degli eredi, magari
integrato di quanto potesse derivarmi o derivargli di ciò che si trovava
o potesse tuttora trovarsi alle Pàstene o altrove. Non lo faccio io,
perché desidererei che chi dovesse venirne in possesso - mio nipote,
appunto, o comunque altri della sua famiglia - potesse con maggiore
facilità e prima di privarsene, prendere dimestichezza con le carte e
perché io stesso, riguardandole spesso, avrei oggi difficoltà a
separarmene. Documenti di genealogia familiare sono inoltre, per lo più
in copia, all’Archivio del Gran Magistero dell’Ordine di Malta in
Roma. Tutto ciò a prescindere da quanto di altra natura - e da non
menzionare in questa sede - possa eventualmente essere da me legato, secondo le
mie possibilità e volontà. Come finora per complesse ragioni, non
di natura economica, non avvenuto, mi augurerei si determinassero le condizioni
per destinare, a ricordo e memoria della famiglia, un cespite di qualunque
genere ad un Ente benefico, ad un Ordine di alta tradizione, dove potesse
costituirsi, al nome Capasso, una commenda, un baliaggio, una fondazione, un
obolo, naturalmente in forma permanente e da potersi, ove si volesse e potesse,
da parte di chiunque incrementare. Sono lieto di aver potuto negli anni scorsi
(1992) ottenere una strada in Roma, lungo la via di Bravetta - Via dei Capasso
- a ricordo della famiglia nel suo insieme; auspicherei di ottenerne altra a
Napoli, o almeno a Benevento, dove però, in un quartiere nuovo e
periferico della città, ne esiste una, dal 1991, alla memoria del mio
ricordato zio Giovanni Capasso Torre. Mi auguro invece vivamente che si voglia
procedere alla modifica di quanto avvenuto alle Pàstene con estrema
leggerezza - non so ad opera di chi, tra gli eredi diretti di mio zio, ai quali
tuttavia senza esito mi sono più volte rivolto - dove parte della strada
attraversante, dove è sita la principale residenza, di famiglia,
è stata chiamata ‘Via Giovanni C. Torre’ mettendo in ombra
addirittura il nome Capasso, famiglia che, come è noto e come ho detto,
successe ai Mèmmoli nella Contea delle Pàstene fin dal 1644 e ne
fu confermata, per Breve di Clemente IX Rospigliosi, nel 1668. E proprio alle
Pàstene sarebbe stato logico che tale tratto di strada avesse, come a
Roma e con ancora più significato, preso il nome di ‘Via dei
Capasso’. Non è detto che non tenti ancora in vita, in tutto o in
parte, quanto accennato più avanti, ma ne scrivo perché possano
essere note e, possibilmente, seguite le mie indicazioni. Mi decido però
a dare alle stampe questi appunti - che del resto non avranno grande diffusione
- non conoscendo il termine dei miei giorni, e riservandomi di poterli
integrare, applicando sulle pagine e nell’ambito, spero, della modesta
distribuzione che ne farò, un ulteriore foglio di aggiornamento. Sono
vissuto soprattutto a Roma, ho fatto diversi viaggi, forse con
l’età meno frequenti, particolarmente se in Paesi lontani; ho
passato le estati della mia infanzia e prima giovinezza in proprietà
materne in Irpinia; ho compiuto i miei studi con soddisfacente completezza,
anche se penalizzati, nella loro continuità, dagli eventi bellici; non
ho mai giurato alla Repubblica perché esonerato dal servizio militare
per i ridotti quadri imposti all’Italia nel dopoguerra e per aver poi
avuto, per trentasei anni, un’attività presso un grande Istituto
bancario privato. Il gusto delle relazioni - forse di una moderata
mondanità, attenuatasi con gli anni - mi ha lasciato un certo numero di
amicizie e l’abitudine di frequentazione di Circoli e punti di incontro.
Ho creduto, senza albagia, nelle memorie e nelle tradizioni familiari; mi sono occupato
- troppo spesso a discapito di peraltro modesti interessi patrimoniali privati
- di volontariato in Enti, Istituzioni, Ordini, con duro, personale sacrificio
di gran parte della mia vita, ricevendone - devo esserne orgoglioso e grato -
alti gradi, onori, cariche, riconoscimenti, forse superiori alle mie forze e
certamente ai miei meriti. Non sono tuttavia mancati dispiaceri, delusioni,
contrarietà, alle volte francamente inspiegabili. Ordini, dicevo,
certamente rispettabili e però, mi pare, da oggi e non da oggi, tutti o
quasi in sorprendente ‘concorrenza’ per ‘allinearsi ai
tempi’ nel reclutamento dei cavalieri, e a dispetto delle categorie,
fatte salve le benemerenze di alcune di tali Istituzioni in campo assistenziale
e caritativo. E ciò forse per l’odierna, estrema mobilità
di valori, e di conseguenti valutazioni anche nobiliari, legati essenzialmente
alla corsa al denaro e al successo. Ordini di cui tutti ormai si è
divenuti ‘collezionisti’, e cui non giova l’attuale
incompletezza degli atti anagrafici e qualche compiacenza in quelli religiosi.
Ho curato in Napoli l’appartenenza a tradizionali, multisecolari Istituti
di beneficenza come il Monte della Misericordia ed il Monte manso -
quest’ultimo peraltro di diritto per i Patrizi Napolitani - e a
Confraternite antichissime, malgrado alterne sociali vicende, come la ricordata
Compagnia della Disciplina della Santa Croce. Avrei desiderato, da giovane, far
parte della Deputazione del Tesoro di San Gennaro. Ho tutta la mia vita
scribacchiato di letteratura, di storia e di storie familiari, pubblicando
qualcosa, ed ho tante volte trovato molti buoni amici che mi hanno ascoltato,
anche in prestigiose sedi, per conferenze sugli stessi argomenti. Ho amato e
ascoltato moltissima grande musica, purtroppo senza mai avere la volontà
di studiarla. Dalla fondazione, fo parte del Corpo della Nobiltà
Italiana (CNI) - di cui anzi sono uno dei due o tre membri più antichi -
ricoprendovi cariche a livelli centrale e locale. Sorto da un cinquantennio,
quale Istituzione privata, con il beneplacito del Sovrano in esilio, il CNI
vuole ricalcare, nei suoi organi e nei suoi scopi, la Regia Consulta
Araldica, fondata all’indomani dell’unità nazionale. Di
esso, tuttavia, dovrei dire di voler oggi preferire una certa rappresentanza
nobiliare, nel suo complesso, alla solerzia dell’attività
ricognitiva di eventuali diritti, e naturalmente a qualche sbandamento dalle
strette competenze. Da italiano unitario, sono stato devoto alla Dinastia
nazionale ed in particolare all’ultimo Sovrano (mai abbastanza
rimpianto!); il qual ha voluto, oltre alle menzionate grazie accordatemi,
decorarmi, di sua volontà, del secondo Ordine della Casa, anche per
essere uscito a testa alta da due procedimenti giudiziari per presunto
vilipendio alle autorità repubblicane; mi è stato detto di far
parte di quella eletta schiera di Consultori, derivata dal Senato del Regno e
dal Sovrano voluta. Ho considerato, d’altro canto, con sincero rispetto,
la memoria storica della Dinastia preunitaria e della Chiesa, anche quale
potenza terrena, alle quali i Capasso sono stati lungamente e con onore legati,
servendone, come ho già ricordato, anche io oggi e con fedeltà,
le superstiti, legittime istituzioni e ricevendo dalla prima - a meno di
trent’anni, non richiesto, non atteso, non sperato - il Cavalierato di
San Gennaro, l’Ordine supremo dell’ultima Dinastia napoletana, per
motu proprio del Capo della medesima, primo diretto discendente del Fondatore e
primo successore dei Farnese in successione, nei miei anni, Ferdinando Pio Duca
di Calabria, che nel 1959 mi
ricevette quale Cavaliere di Giustizia Costantiniano, e gli Infanti Alfonso e
Carlo Duchi di Calabria - insieme con il Collare Costantiniano, di derivazione
appunto farnesiana. L’Ordine di Malta - così come altre Istituzioni,
tra le quali un Ordine della Chiesa - mi ha accolto dal 1973 come Cavaliere di
Onore e Devozione. Alla Chiesa, nel suo imperituro Magistero, resto unito per
intima convinzione e nel migliore esempio dei miei, alla Patria italiana con
commosso sentimento, alla mia più stretta famiglia - mia moglie, mia
sorella - con tenacia di affetto. Che sia dato alla tradizione familiare di
vivere ancora a lungo ed al nome Capasso, se sarà così, di durare
onoratamente e decorosamente».
Seguono: Altre
note alle “Memorie”, dove troviamo alcune interessanti
puntualizzazioni e completamenti alle pagine: 8, 9, 10, 11, 12, 13, 14, 15, 16,
17, 20-21, 22, 23, 24, 27, 28, 29, 30, 31, 33, 34, 35; Notizie di famiglia:
due privilegi asburgici del Cinquecento (pubblicato su Nobiltà,
2002, pp. 375-378); Gli antichi feudatari delle Pàstene l’unica
signoria della Dipendenza pontificia di Benevento (studio già
pubblicato sulla Rivista araldica, 1975, pp. 76-78); Il Ducato di Benevento
nel ciclone napoleonico secondo le testimonianze del Conte delle Pàstene
Don Gaetano Capasso (1777-1862) tratte dall’archivio di famiglia (pubblicato
su Rivista araldica, 1979, pp. 199-212); Lettere di Monsignor Gioacchino
Pecci Delegato Apostolico di Benevento al Consigliere della Delegazione e Presidente
della Congregazione Governativa Conte Don Fabio Capasso (1840-41) (pubblicato
su Rivista araldica, 1979, pp. 83-88). Ed infine leggiamo: Titoli,
trattamenti, dignità; Vecchie Residenze, Proprietà, Corte
Feudale; Antiche Sepolture e Privilegi in Chiese e Cappelle;
Arredamenti, Collezioni; Principale Bibliografia; Genealogia dei
Capasso; Documenti.
Questa testo che trovo interessante e ben
strutturato in tutte le sue parti, rappresenta sia per metodologia, che per
completezza e spazio dato ai vari aspetti della trattazione il prototipo ideale
di come dovrebbero essere scritte le pubblicazioni dedicate alle varie famiglie
storiche d’Italia, tasselli tutti del grandioso mosaico costituente
l’opera omnia dell’Istituto Araldico Genealogico Italiano e di Famiglie
Storiche d’Italia ovvero l’Enciclopedia
delle Famiglie Storiche d’Italia che periodicamente esce ed
uscirà negli anni a venire. Solo due benevoli appunti (ma l’autore
è giustificabile per essere vissuto in un epoca dove la norma era
diversa): l’uso improprio di titoli nobiliari in una storia di famiglia
quando ci si vuole riferire alle generazioni che vivono dopo l’entrata in
vigore della Costituzione Italiana ( ormai in Italia i titoli nobiliari non
sono riconosciuti e il loro uso dovrebbe essere mantenuto solo
all’interno di ordini cavallereschi, associazioni o circoli legati a
questa tradizione) e l’eccessivo valore dato tra tanta documentazione ai
“riconoscimenti” di carattere privato. (Pier Felice degli Uberti)
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