RECENSIONI
LIBRI
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Antonino Nicoletta, Ero
bambino nel ‘47, Morrone Editore, Siracusa,
2006, pp. 111 (info@editoremorrone.it).
Si tratta di una interessante
pubblicazione che sicuramente può essere utile almeno come metodologia
per iniziare la redazione del libro relativo alla storia di famiglia. La
pubblicazione con toni semplici racconta la vita delle famiglie italiane del
dopoguerra viste con gli occhi di un bambino che poco per
poco iniziava a conoscere la vita e tutto quanto ruotava intorno a quel
piccolo mondo che viveva intorno a lui. Nel
libro troviamo: Prefazione; Presentazione; I bambini degli anni 40; La nascita;
Un matrimonio; La morte; L’abbigliamento; Le pacchiane;
L’alimentazione; Pane olio e zucchero; Le provviste; Vita di paese; Le
feste; Il Carnevale; Passatempi; La spiaggia; Le scuole; Le
alternative alle scuole; Il Catechismo; I giochi; Alcuni giochi stagionali;
Palloni e carriceddri; I giochi di guerra; Giochi
femminili; Altri modi di giocare; Filastrocche; I carri; Le auto; La
bicicletta; Gli sfollati; Il DDT; Commiato.
Nella prefazione
Alessandro Pagano, Assessore Regionale ai Beni Culturali, Ambientali e alla
Pubblica Istruzione della Sicilia racconta: “Ho
vissuto la mia fanciullezza in quasi equa distanza fra quella di Antonio
Nicoletta e quella di un bambino dei giorni nostri. Non avevo il telefonino, avevo però la
televisione, Carosello scandiva gli ultimi minuti di studio prima di cena e
l’andata a letto. Il formaggino a cioccolata si era già
trasformato nella Nutella, il pezzo di pane con un filo di miele, di olio o di
marmellata aveva cominciato a cedere il passo alle merendine. Le macchine erano
entrate nella nostra quotidianità e per quanto non molto diffuse, erano
però già possedute da molte famiglie. Ho potuto godere del
possesso di giocattoli anche se ancora il miglior
giocattolo era la nostra fantasia che inventava giochi e racconti. Ho colto
però quanto difficile doveva essere la vita di un bambino
nell’immediato dopoguerra. Ed in questo ho avuto un puntuale riscontro
dai racconti dei miei genitori. Mi è piaciuta molto la descrizione della
vita sociale, dei giochi, delle scuole, della vita in famiglia di un bambino
che si affacciava alla vita fra le rovine ed i disagi ereditati dalla guerra
rivoluzionaria del 1939-45, tanto che con lui ho voluto condividere i suoi moti
d’animo, contribuendo a tramandare con questo libro i desideri, i sogni,
le speranze nel futuro di un bambino del ‘47”.
Mentre Lorenzo del Boca, presidente nazionale dell’Ordine dei
Giornalisti ricorda: “Il novecento
è cominciato sotto il segno della fame ed è finito con le
prescrizioni dei dietologi per dimagrire. C’era una volta il pane e la
polenta, la minestra - molto brodosa - e il riso riscaldato che si appiccicava alla
padella. Se la massaia uccideva una gallina per portarla in tavola era
perché la gallina stava male (e tanto valeva approfittarne) o
perché stava male qualcuno in casa (e occorreva nutrirlo un po’
meglio del solito). Per almeno cinquant’anni, si è dovuto
tribolare per coniugare il pranzo con la cena. Gesù Bambino, a Natale,
portava un mandarino ed era festa per tutto il giorno perché quel succo
- un po’ dolce e un po’ acido - dava il sapore di una ricorrenza da
tenere a memoria. Ma i secondi cinquant’anni, dopo le guerre e il primo
periodo della ricostruzione, hanno imbandito le tavole con cibi sempre
più ricchi e abbondanti che la gente è
stata costretta a misurarne il peso e le calorie. Al posto dei grassi, un ‘beverone’ da comprare in farmacia in sostituzione
del pranzo. Al posto dei dolci, una barretta
- sempre da comprare in farmacia - che dà soltanto il gusto del
cioccolato, senza quella mole di carboidrati che gonfiano lo stomaco e
appesantiscono la pancia. Sarà per questo che le nostre nonne, distrutte
dalla fatica nei campi, si ritrovavano con la schiena piegata in due e, a
trent’anni, ne dimostravano sessanta. Grembiule nero, fazzoletto in
testa, capelli ingrigiti prima del tempo, calze di lana, scarpe robuste e una
quantità di figli da mantenere. Adesso, basta un lifting ben fatto e
signore, di per sé attempate oltre i sessant’anni, ne dimostrano
trenta. Hanno ancora voglia di viaggiare, la pretesa di conoscere gente nuova e
l’intraprendenza di fidanzarsi. In fondo, con le nuove tecniche ginecologiche,
un banale intervento medico è nelle condizioni di restituire il gusto
della maternità a chi ha abbondantemente oltrepassato la menopausa. Un
secolo: due civiltà? L’acqua tirata dal pozzo e i panni lavati nel
fiume. I pantaloni alla zuava e la giacca con la martingala. La camicia da
notte per l’uomo e il busto per la donna. La legna da accatastare - con
parsimonia - nella stufa e lo scaldino da portarsi nel letto per intiepidire le
lenzuola. Il calamaio, il pennino e l’inchiostro. Preistoria? Eppure eravamo
noi. Le case sono diventate una piccola centrale elettrica con bottoni che
mettono in funzione la lavastoviglie, la saracinesca del garage, il sistema
antifurto. Gli uomini vogliono le camicie con il colletto a punta che,
l’anno dopo, si squadra e, l’anno dopo ancora, si appiattisce sui
‘botton down’. Le donne accorciano le gonne e, qualche volta,
sembra che, sopra le gambe, portino una specie di mantovana. Splendide - a
volte - ancorché spericolate. I problemi energetici e la rincorsa al
rialzo del prezzo del petrolio sembrano problemi per il resto del mondo: i
termosifoni non si danno tregua e, nelle case, propongono una primavera
perenne. I ragazzi non sanno più scrivere: gli sms, lanciati dai
telefoni cellulari, hanno imposto un nuovo linguaggio sincopato e tumefatto,
efficace quanto a capacità espressiva ma arido nella forma e poco
praticabile oltre i confini della gioventù. Chi ha giocato con i
soldatini di stagno vede i figli che scatenano catastrofi virtuali, digitando
su palmari larghi una spanna. E le stesse persone, in grado di ricordare i
preparativi dei nonni che erano costretti a organizzare con largo anticipo un’viaggio’ per andare
a pregare al santuario di Boca, di Varallo o di Caravaggio, sono certi che i figli non avranno
difficoltà a programmare una ‘scappata’ nell’universo
per visitare
Nella parte conclusiva del libro
l’A. fa molte considerazioni su come è cambiata vertiginosamente
la vita negli ultimi cinquant’anni del secolo passato originando una
società completamente diversa e lontana da quella della sua infanzia:
“... Sì, vivevamo molto tempo fuori, esposti a tutti i cattivi (e
ce n’erano) ed a tutti i pericoli di questo mondo (e c’erano pure
questi); nessuno ci sorvegliava; la strada e le piazze erano il nostro regno;
non ancora invase dalle auto si poteva giocare fino al tramonto secondo un
tacito accordo con la famiglia che si preoccupava solo quando questo limite
veniva superato. Non
c’era cellulare per controllare, nessuno poteva rintracciarci, era tutto
fondato, era tutto fondato sulla fiducia o sul timore di una immancabile
punizione qualora queste regole non fossero rispettate. Una delle cose che
temevo di più ritornando verso casa, era che incontrando una vicina,
questa mi dicesse: ‘Dove sei stato, mammita ti ha vuciuriatu’,
che significava che mia madre, avendo io superato l’orario, o più semplicemente, avendo avuto bisogno di me,
aveva cercato di rintracciarmi chiamandomi dal balcone, e questo fatalmente
significava che mi aspettava una sgridata o peggio, una scarica di botte.
Era un’infanzia povera, semplice, vissuta, di cui le parole
d’ordine erano: accontentarsi ed arrangiarsi, paghi di quel poco che conoscevamo
ed avevamo.
Non c’erano desideri. D’altronde
come si faceva a desiderare ciò che non si conosceva? Anche se crescendo
cominciavano già ad affiorare bisogni destinati per lo più a
rimanere insoddisfatti. La mancanza di televisione e il basso numero di donne
che lavoravano fuori casa rendeva più unita e compatta la famiglia, dove
la mamma era la mamma, il papà faceva il papà, i nonni facevano i
nonni. E voglio ricordare, per mia dolce esperienza, che era normalmente forte
la presenza degli zii, figure familiari che molti bimbi d’oggi non
conosceranno perché nati da figli unici e forse figli unici essi stessi.
Anche per questo si era più contenti, e di conseguenza contenti di
essere bambini che facevano i bambini e non dovevano correre dietro i genitori
fra scuola, tennis, scuola di inglese, pianoforte, piscina e
palestra. Era molto bello e sentito il senso della compagnia e
dell’amicizia. Alcune di queste amicizie sono rimaste attive da allora,
per più di mezzo secolo. Avevamo poco, non sapevamo cosa ci aspettava,
abbiamo colto il momento; ci siamo divertiti e forse anche per questo siamo
stati felici. Questo è quanto ricordo... o forse mi piacerebbe
ricordare?” (Maria Loredana Pinotti)