RECENSIONI
LIBRI
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Vieri Favini, Alessandro Savorelli,
Segni di Toscana. Identità e
territorio attraverso l’araldica dei comuni: storia e invenzione grafica
(secoli XIII-XVII), Le Lettere, Firenze (tel. 055.2342710 - fax
055.2346010), 2006, pp. 190, isbn 8871669495.
«E
ritornando al principale proposito, dico essere stato il fine di distinzione;
perchè essendo necessario in que’
rimescolamenti delle schiere riconoscersi le parti l’una
dall’altra, non era cosa più atta a questo che la diversità
de’ colori»; così l’erudito fiorentino
cinquecentesco Vincenzo Borghini scriveva sull’origine delle insegne come
sistema emblematico, osservazione che potrebbe essere quasi l’incipit del nuovo volume che dobbiamo a
Vieri Favini ed Alessandro Savorelli
dove i colori delle insegne comunali, scelti, alzati, ostentati, cambiati,
abbinati, interpretati, fraintesi, sono il fil
rouge che può unire molte parti del testo.
Se l’intuito dell’erudito come sappiamo è stato confermato
da molti decenni grazie all’analisi e ai metodi storiografici applicati
all’araldica dalla nouvelle héraldique, appartiene proprio a questa lezione
un testo come questo di così ampio respiro basato su un vasto censimento
delle fonti originali, un solidissimo impianto metodologico per il loro
utilizzo e diffuse analisi statistiche e comparative. Così possiamo
ancor più condividere l’osservazione degli Autori che rilevano
come, al contrario, ancora troppo spesso in Italia l’araldica «appare come quella disciplina in cui i
canoni elementari del metodo storiografico elaborati dalla critica moderna
possono essere singolarmente “sospesi”», situazione che
avvertiamo ormai con una certa insofferenza soprattutto per le conseguenze che
ne derivano, se, ancora nel 2001, uno studio di committenza istituzionale
dedicato al giglio di Firenze s’interrogava seriosamente
della possibilità che lo stemma fosse stato donato... da Carlo Magno! Il
problema delle fonti araldiche e della loro interpretazione, il rischio di
fraintendimenti è il tema della prima sezione del volume La leggenda e le fonti storiche, che
segnala i tanti “miti araldici” che talvolta sono riportati senza
la minima analisi critica «tramandando
luoghi e comuni, superficialità e vere e proprie sciocchezze al pubblico
meno esperto». Le fonti dell’araldica comunale toscana sono
quindi ampiamente censite nelle loro innumerevoli forme divise in tre grandi
gruppi: monumentali, documentarie e sigillografiche.
Da questo spoglio è stata redatta una “carta araldica della Toscana comunale (secoli XIII-XVIII)”
che individua tutte le comunità distinte da uno stemma esistente prima
del 1700 di cui ben 400 emblemi attestati prima del 1600.
La seconda parte
del libro è dedicata a L’autorappresentazione simbolica delle città e dei
contadi, che partendo dalla genesi dell’araldica comunale nel XII
secolo, affrontata con realismo per la carenza delle fonti, analizza la
peculiarità tutta italiana di una simbologia plurale dove “lo
stemma” della città è piuttosto “il pavese”,
più stemmi che declinano araldicamente le
sfumature istituzionali: dalla coppia base più diffusa (anche al Nord),
“Comune/Popolo”, al caso di Firenze che arriva ad allineare ben
cinque scudi: Comune, Popolo, comune antico, Parte guelfa e “Libertas”. Dalla
sovrapposizione, contaminazione e fusione di questi pavesi civici - diffusi,
è bene ricordarlo, anche in centri “minori” come appunto
Volterra, Montepulciano, Cortona - deriveranno molti dei singoli stemmi
“moderni”: esemplare il caso ricostruito dagli Autori di San
Gimignano dove lo stemma dell’attuale Comune è in realtà
quello del Popolo sostituitosi al primo, una semplice balzana rosso-oro, nel
corso del ‘300. Grazie alla comparazione statistica emerge netta la
differenza tra gli stemmi delle città, basati su partizioni semplici,
evoluzione di un’arcaica insegna vessillare da
guerra, e quelli dei centri minori dove l’assonanza parlante è
nettamente prevalente, mentre una “via di mezzo” è
rilevabile nei centri intermedi.
Le premesse di metodo iniziali trovano
un’applicazione esemplare nell’analisi dello stemma di Prato, un
complesso intreccio storico araldico che si dipana con godibili pennellate
“narrative”, convocando un testimone illustre quanto inatteso come
il filosofo Michel de Montaigne, guardando allo
splendore dei Regia carmina
di Convenevole da Prato, al portolano di Angelino Dalorto
in un incrocio di diversi materiali documentali che fa aleggiare sullo stemma
pratese l’antichissima livrea provenzale rosso-oro.
Viene presentato di seguito il codice Armi
senesi, stemmario del 1580 ca. redatto dalla Repubblica di Siena con ben
200 stemmi comunali che rappresenta il compendio dell’emblematica civica
dell’antico stato toscano. È nel Pretorio di Certaldo
infine che viene osservata la decorazione araldica di un Vicariato fiorentino
che ostenta pur con qualche variazione, nei luoghi principali dove il magistrato
amministrava l’autorità di Firenze gli stemmi dei centri della
giurisdizione.
Conclude il volume una terza sezione dedicata
a L’autorappresentazione
simbolica delle istituzioni urbane medievali dove si trovano due singoli
studi dedicati ai Simboli di quartiere e
società di popolo e a Gli
stemmi delle Arti a Firenze (a firma di Vanessa Gabelli
dell’Università di Firenze) che affrontano una parte della nostra
emblematica pubblica «che mette in
evidenza la precocità specifica e ricchezza dell’araldica italiana
medievale, qualche volta sottovalutata nel panorama europeo».
Se il volume è dedicato alla Toscana
«in primo luogo perchè gli
autori sono toscani e hanno dedicato una notevole parte della loro
attività di ricerca araldica alla regione in cui vivono» ma
ovviamente per l’esistenza di un patrimonio di stemmi pubblici quasi
senza pari in Europa, il testo affronta molte problematiche caratteristiche
dell’approccio all’araldica - soprattutto quella fluida, variabile
e dinamica delle origini - offrendo esempi di metodo comparativo e modelli
interpretativi che l’araldista, ma anche lo storico o l’operatore
culturale, potrà considerare utilmente in altri ambiti territoriali per
i meccanismi simili con cui le insegne comunali e pubbliche si formarono e
svolsero le loro funzioni emblematiche nel medioevo italiano.
E questo è pregio non da poco. (Marco Foppoli AIH)