RECENSIONI
LIBRI
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Marco Foppoli - Vittorio
Mezzera, Stemmario Lecchese. Gli stemmi dei Comuni
della Provincia di Lecco, a cura dell’Amministrazione Provinciale di
Lecco, Oggiono 2005, pp. 254 - s.i.p.
Sarebbe
veramente gran cosa per l’araldica se ogni Amministrazione provinciale
d’Italia patrocinasse o (ancor meglio) curasse la pubblicazione di un
libro simile a questo, nel quale far riprodurre a colori, appositamente e da
un’unica mano gli stemmi di tutti i Comuni e degli altri Enti pubblici (Comunità
montane, Unioni di Comuni, eccetera) ad essa sottoposti, accompagnati dal
testo blasonico ufficiale e da note di commento
storiche, estetiche ed araldiche.
Nell’attesa
che il sogno si realizzi, “accontentiamoci” (e le virgolette
sottolineano la scherzosa valenza del termine) di questo gradevole volume di
grande formato, affidato dalla Provincia di Lecco alle congiunte cure di un
noto disegnatore italiano di araldica e di uno storico locale: il frutto di
questi sforzi si sostanzia in una serie di 94 schede relative all’Ente
provinciale, ai novanta Comuni ed alle tre Comunità montane della zona,
per un totale di 91 stemmi (due Comuni ed una Comunità montana ne sono
al momento privi) preceduti da trenta pagine di prefazione. Quest’ultima,
aperta da una breve premessa di inquadramento generale della nostra scienza e
chiusa da una pagina in cui si riassumono prassi e normative vigenti sul
riconoscimento ufficiale degli stemmi civici, delinea nel dettaglio la storia
araldica dell’area lecchese anche attraverso una ventina di interessanti
immagini (in parte a colori) di documenti, cartacei e non, ad essa pertinenti.
La
sequenza delle schede raduna i Comuni in ordine alfabetico, preceduti dalla
Provincia e seguiti dalle tre Comunità montane di Valle San Martino, di Valsassina-Val Varrone-Val
d’Esino-Riviera, e del Lario
occidentale; ognuna di esse prevede una parte scritta (doverosamente
introdotta dalla citazione testuale del blasone ufficiale) e il disegno dello
stemma. Questi ultimi sono eseguiti da Marco Foppoli
secondo il suo stile (teso al recupero delle forme araldiche della tradizione
medievale e particolarmente consono alle caratteristiche storiche e grafiche
delle terre alpine oggetto di quest’opera): tutto ciò si
concretizza in un insieme la cui omogeneità è il vero must dell’opera, benché la pignoleria
dell’esperto rilevi alcuni dettagli incoerenti con la grafia araldica
(come le due pianure diminuite di Airuno
aventi spessori diversi, o il castello merlato di Annone di Brianza con
due merli per torre anziché tre, o il bove di Barzio
disegnato con coda ritta ed aggressività più adatte ad un toro,
o le figure al naturale di Brivio colorate
in un unico tono di grigio pur essendo di generi assai diversi fra loro [un castello
e tre colombe], eccetera) e altri in contrasto con l’assunto di p.
45 ove si dichiara che “Ogni stemma è stato disegnato nello
scrupoloso rispetto della blasonatura
ufficiale” (come l’aquila sorante
di Ballabio effigiata in pieno volo, o la chiave di
Barzago disegnata rivolta).
La
parte scritta d’inizio volume costituisce un articolato insieme di
nozioni per inquadrare l’araldica in generale e quella civica italiana in
particolare, con giusta e ovvia attenzione verso l’area lecchese anche
se, parlando a p. 14 delle aree ove più in antico si espanse l’araldica,
l’Italia è menzionata soltanto nella parte settentrionale
dimenticando gli stemmi centroitalici del XII secolo
pervenuti fino a noi. A p. 15 molto apprezzabile è l’assunto che
“l’araldica con le sue immagini ed i suoi colori esprime solo
semplici segni identificativi, non vuole alludere o simboleggiare
niente”: la parte sottolineata è in corsivo nel testo, e ben
evidenzia questo concetto fondamentale che è ormai patrimonio acquisito
dell’araldista avveduto il quale, forte di tutto ciò, quaranta
pagine dopo rimane sorpreso nel leggere la prima scheda (quella dell’arma
della Provincia di Lecco) la cui p. 55 si basa su sei citazioni de L’Arte
del blasone di M. A. Ginanni, noto araldista
barocco aduso alle “spiegazioni” in chiave simbolista ed allegorica
delle figure degli stemmi. Citazioni che si trovano sparse lungo tutto il
testo, ed al posto delle quali meglio sarebbe stato ampliare gli utili e
concreti discorsi ove le singole schede sottolineano i rapporti fra stemma e
storia locale, o fra esso e gli altri eventi che motivano ideazione e
realizzazione dell’emblema, senza cercarne spiegazioni in astratti ed
estranei voli di fantasia.
La
stessa p. 15, dopo aver liquidato come “criptiche e astruse”
le profondità semeiotiche delle imprese rinascimentali, definisce
i principali simboli araldici una “generica e deduttiva simbologia di
forza e valore - di certo attraente per la classe di guerrieri in cui gli
stemmi si formano” bollando così i cavalieri medievali con uno
stereotipo di rozza selvaticità incoerente col
clima culturale cortese ove molti di loro (da Walther von der
Vogelweide in giù) furono invece creativamente
attivi.
A p. 24
il testo lamenta la “continuità, normativa e formale, fra
l’araldica civica sabauda e quella repubblicana”, correttamente
sottolineando quanto sia sempre più pressante la necessità di un
suo adeguamento alla moderna realtà scientifica della nostra scienza.
Ciò però porta a p. 25 ad affermare che gli stemmi civici
verrebbero liberamente assunti in ogni Stato repubblicano tranne il nostro
(trito preconcetto sul paese delle burocrazie oltretutto sconfessato
dalle forme araldiche di concessione, consenso e via dicendo che invece vigono
anche all’estero), e soprattutto a criticare la “pura
omogeneità burocratica” che da noi imporrebbe l’uso di
scudo sannitico, di due soli tipi di corona, e di rami di quercia ed alloro “piuttosto ridondanti”: a
parte il fatto che tale “omogeneità” non è
scevra d’eccezioni, le si preferirebbe forse il libero arbitrio nelle
forme degli scudi? e l’anarchia nelle corone? e la fantasia erboristica negli ornamenti?
Fantasia
di cui comunque l’araldica è e resta una sana portatrice, ma non
certo dal punto di vista terminologico, come succede alle didascalie delle pp.
29 e 33 che nelle immagini di due bassorilievi tre-quattrocenteschi
vedono lo stemma Torriani dove al contrario ne
appaiono solo le figure prive di scudo. Sempre in tema di immagini, a p. 41 i
bellissimi stemmi provinciali di Como nelle versioni del 1925 e del 1927
preludono al noto, elementare segno grafico conosciuto col nome di sole
delle Alpi di cui si parla alle pp. 50 e 54 (intervallate a p. 52 da
un’interpretazione datane nel 1996 dall’Ufficio Araldico della
Presidenza del Consiglio dei Ministri) e che viene definito “antichissimo
disegno che ricorre nell’iconografia popolare di una vasta area culturale
comprendente le Alpi, la pianura padana ed altre regioni dell’Europa
centrale”, dal che deriva la giusta “sua legittimazione come
simbolo qualificante”: peccato però che, trattandosi
d’un grafema di facilissima realizzazione e dai profondi risvolti
simbolici, lo si trova già (ad esempio) su manufatti etruschi del VII
secolo avanti Cristo, il che allarga la detta “vasta area”
ben al di là della zona in cui oggi lo si vorrebbe ritenere per
esclusivo. (Maurizio Carlo Alberto Gorra, IAGI)