RECENSIONI

 

LIBRI

 

 

Stemmario Fiorentino Orsini De Marzo, a cura di Niccolò Orsini De Marzo, prefazione di Gabriele Reina, Milano, OrsiniDeMarzo.com, 2005, pp. XCVI-926. ISBN: 88-7531-098-X.

Dopo l’eccellente opera di Michel Popoff (Florence (1302-1700), Paris 1991), questo facsimile pubblicato da Niccolò Orsini De Marzo (nella collana Edizione Europea delle Fonti per l’Araldica e la Genealogia conservate in Collezioni Private) è l’apporto bibliografico più significativo alla conoscenza dei prioristi di Firenze, una città che, notava Michel Pastoureau nella prefazione al volume di Popoff, offre in assoluto la più vasta documentazione araldica antica d’Europa. Il genere araldico dei prioristi è tipico della tradizione fiorentina e pisana: a Siena esisteva il corrispettivo delle biccherne e dei libri dei leoni. Si tratta di registri in cui sono riportati i nomi di coloro che ricoprirono la carica di priore, e, dal 1293, anche di gonfaloniere, ossia le più alte cariche della repubblica. Il numero dei priori fu stabilizzato a otto, salvo alcuni periodi particolari, più il gonfaloniere che era il capo del collegio: poiché il collegio dei priori si rinnovava ogni due mesi, ogni anno comprendeva di norma 52 nomi, il che porta il totale dei magistrati, nel periodo dal 1282 al 1532, a quasi 12000. La serie dei priori è nota sulla base di un registro ufficiale (il priorista di palazzo): furono però compilati, in genere a partire dal primo Cinquecento, molti prioristi privati, che si trovano presso l’Archivio di Stato di Firenze e altre biblioteche e istituzioni. Un ampio ragguaglio di queste fonti ha offerto L. Borgia (Note per la conoscenza delle fonti araldiche italiane. Le fonti negli archivi di famiglia: un «priorista» fiorentino, in Il futuro della memoria, Roma, 1997, pp. 502-538), ma nell’insieme il pubblico degli esperti di araldica non ha a disposizione molte riproduzioni per farsene un’idea adeguata. Nel volume di Popoff erano presenti tre prioristi (l’Armorial par quartiers 1283-1532, il MS Ita 1404 e l’Armorial Clairambault), i cui stemmi sono accuratamente descritti e classificati: ma naturalmente lo scopo di questo volume è filologico-critico e presenta perciò solo un piccolo campione di illustrazioni.

Lo Stemmario Fiorentino riproduce un ms. di oltre 1000 pagine: il libro, di lussuosa ed elegante confezione, è dotato di una ricca introduzione, in cui il lettore troverà informazioni ampie e circostanziate di carattere storico-filologico. Il ms. è opera di Bernardo Benvenuti, priore di S. Felicita e antiquario del granduca di Toscana Ferdinando II: a lui si deve una successiva grande compilazione araldica, un priorista in sei volumi, concluso nel 1722 dal Mariani. Lo stemmario recava come titolo originale Armi di famiglie fiorentine che hanno goduto il priorato a’ tempo di Republica, ed ha alcune caratteristiche che lo distinguono dai comuni prioristi. In primo luogo l’ordinamento degli stemmi non è, come per lo più accade negli altri testi simili, alfabetico per famiglie: i nomi dei priori (il primo della serie per ogni famiglia, seguito dalle date entro le quali sono attestati i priori del medesimo casato) si susseguono qui secondo la serie cronologica. Accanto al nome del priore o della famiglia è riportato - quando il Benvenuti ha potuto riscontrarlo - lo stemma, acquerellato, in genere di buona fattura e disegno. In tutto gli stemmi sono circa 1200: un po’ meno che negli esemplari pubblicati da Popoff (che ne riporta circa 1500); infatti molti scudi (559) sono lasciati in bianco: sia, è da supporre, per la difficoltà di reperirli e attribuirli, sia perché di molti priori compare solo il nome personale senza il casato, sia infine perché la notevole mobilità sociale della classe dirigente fiorentina - soprattutto nei periodi di maggiore apertura “democratica” - innalzava alla somma magistratura dello Stato individui appartenenti a ceti che non usavano regolarmente un’insegna araldica. L’interesse del ms. del Benvenuti sta proprio nell’essere non una compilazione compiuta, ma quasi un lavoro in progress, che attingeva a fonti svariate: esso collaziona infatti altri prioristi e antichi stemmari (tra cui anche un Libro Antiquo dell’Arme del 1302, che è la fonte araldica scritta fiorentina più arcaica: cfr. Popoff, op. cit.), ma anche sepoltuari e insegne apposte su residenze private, chiese e palazzi pubblici di Firenze e del contado. Questa circostanza accresce il valore dell’opera, anche per ricerche applicate alla storia dell’arte e dell’architettura: e bene ha fatto Orsini De Marzo a sottolineare questo aspetto nei saggi che aprono il volume e che focalizzano l’attenzione su questo determinato aspetto, tutt’altro che secondario per lo storico dell’arte: il quale ogni giorno si trova di fronte (tanto più in un ambito come Firenze e la Toscana) a opere d’arte identificabili o databili quasi solo attraverso uno stemma. Le note del Benvenuti si riferiscono qualche volta a stemmi ancora in situ, ma spesso a manufatti distrutti o scomparsi da secoli. L’ordinamento cronologico può sembrare meno pratico per la consultazione (Orsini De Marzo ha supplito a questo problema con un indice dei nomi): ha però rispetto all’ordinamento per famiglie il grosso pregio di offrire spaccati temporali diversi dell’araldica fiorentina, che debitamente analizzati danno molte informazioni sulla sua evoluzione. È intanto da notare subito che i due terzi degli stemmi compaiono già nel primo secolo, dal 1282 al 1382, cioè nel periodo repubblicano più classico, prima che il governo della città toscana assumesse (dopo la rivolta dei Ciompi del 1378) una tinta più oligarchica. Dopo il 1382 gli apporti sono minori e riguardano famiglie in generale meno cospicue. L’araldica fiorentina nel suo nucleo più compatto appare dunque consolidata già all’inizio del Trecento. Ma è da notare che proprio nel primo periodo si accumulano i priori cui Benvenuti non riuscì ad attribuire uno stemma: spesso l’intestazione riporta la professione del priore ed è facile vedere che si trattava anche di modesti artigiani. Molti di loro, come suggeriva un letterato fiorentino del Trecento, Franco Sacchetti, adottavano uno stemma proprio quando adivano a qualche carica pubblica (per andare in castellania). Si tratta dunque di un’araldica, come in gran parte delle città comunali italiane, soprattutto toscane e delle altre regioni del Centro, prevalentemente non nobile. La “nobiltà” fiorentina del resto, a un aristocratico transalpino, sarebbe apparsa sospetta (i viaggiatori europei si stupivano spesso del fatto che gli stemmi fossero così diffusi in Italia nei ceti più bassi). Essa era stata inoltre fortemente decapitata, prima dalle epurazioni antighibelline (dal 1267), che avevano costretto all’esilio una parte rilevante della vecchia aristocrazia consolare del comune; poi dagli Ordinamenti di Giustizia del 1293, che esclusero un’altra settantina di famiglie di magnati dal governo (salvo opportuni repêchages via via che la severità “popolare” venne meno: fenomeno ampiamente documentato da Pastoureau nel suo saggio Mutamenti sociali e cambiamenti di arme nella Firenze del XIV secolo del 1989). L’accesso alle cariche pubbliche divenne dunque il criterio corrente nelle città toscane per definire un ceto “nobile”, che peraltro non si chiuse mai in una formale serrata: solo con la fine del Principato cominciò un processo di progressiva chiusura dei ranghi, culminato nella compilazione dei “Libri d’oro”, alla fine del XVIII secolo. Il patriziato cittadino risulterà allora formato da circa 500 casate: molte meno di quante ne comparivano negli antichi prioristi.

I 500 stemmi del 1300 e i 1200-1500 attestati dai prioristi sono una quantità davvero notevole: la città formava in fondo da sola, con le appendici del suo contado, una sorta di “marca d’armi”, e se si tiene conto che la popolazione urbana si era ridotta nel 1427 a soli 9000 nuclei familiari (dai 25000 del periodo anteriore alla peste del 1348), una simile cifra dà l’idea della capillarità del fenomeno araldico a Firenze. La presenza nello stemmario del Benvenuti di fonti disparate e quindi l’attribuzione forse unica (talora dubitativa) a singoli personaggi di uno stemma, fa sorgere spontanea l’esigenza di una edizione critica comparativa dei prioristi fiorentini: che sola potrebbe dare un quadro definitivo di una materia tanto ampia quanto fatalmente incerta. C’è da augurarsi che altri studiosi ed editori vogliano continuare l’iniziativa di Orsini De Marzo, ed estendere l’edizione degli stemmari più importanti dei vari centri urbani italiani, sui quali si sa in fondo ancora molto poco. Gli stemmi gentilizi compresi nel volume sono certamente la parte più rilevante dell’opera: ma è da segnalare anche l’accuratezza della raccolta di insegne pubbliche che Benvenuti vi aggiunse (pp. 7-26): gli stemmi della città e del Popolo, delle ripartizioni cittadine (sestieri, quartieri, gonfaloni: 47 in tutto), delle corporazioni (29), delle magistrature (10). Un corpus di 88 insegne pubbliche (il 7% di quelle private) e che, come tale, non ha riscontro per quantità in nessun’altra città europea. Da notare in questo ambito gli stemmi delle corporazioni “minori” del 1583 (aggiunte alle 21 tradizionali) (p. 22), e, soprattutto, la rarissima riproduzione degli stemmi delle tre corporazioni dei Ciompi (Cimatori, Scardassieri e Tintori) (p. 21). Queste ultime comparvero nel 1378 durante la rivolta dei Ciompi (rappresentavano nelle figure prescelte l’aspirazione rivoluzionario-millenaristica di quel movimento “proletario” premoderno), ma furono distrutte durante la repressione che seguì la cruenta guerra civile e sociale. Non ne esistono esemplari su supporto materiale, ma solo descrizioni e qualche immagine in altri prioristi: gli stemmi dello stemmario del Benvenuti sono dunque un documento storico eccezionale.

L’indice di tutti gli stemmi raffigurati è consultabile su internet all’indirizzo dedicato http://www.stemmariofiorentino.com. (Alessandro Savorelli).

 

indice