RECENSIONI

 

LIBRI

 

 

 

Federico e Vincenzo Grossi, Copia semplice del Libro d’oro della Nobiltà di Sarzana, Sarzana 1763, ristampa anastatica 1991, pp. n.n. (ma XVIII + 254), con illustrazioni nel testo e in appendice s.i.p.

Ci scusiamo con i lettori (e con i curatori della ristampa) se ci occupiamo di questo volume a tre lustri di distanza dalla sua pubblicazione: purtroppo ne siamo venuti a conoscenza soltanto ora, ma per i motivi che subito chiariremo ci è sembrato di non poter tenere per noi l’informazione acquisita. Innanzitutto, perché si tratta di un’opera che (pur stampata in soli 1110 esemplari) riproduce anastaticamente un manoscritto tuttora in mani private, redatto nel 1763 a copiare ed integrare araldicamente il Libro d’Oro della nobiltà di Sarzana che 34 anni più tardi sarebbe finito bruciato nella pubblica piazza, e del quale fino al 1991 era disponibile al pubblico solo la copia (non completa ed autenticata nel 1893) tuttora conservata in Archivio di Stato a Genova.

Quest’ultima copia è parziale in quanto priva dei disegni degli stemmi, come ammette nell’Introduzione l’allora direttore dell’Archivio stesso, prima di elencare le 16 famiglie che, ascritte alla nobiltà sarzanese fra il 1763 ed il 1797, risultano ovviamente assenti dal manoscritto qui riprodotto. E quest’Introduzione non è l’unica prestigiosa sottolineatura che accompagna e patrocina la ristampa: in fondo al volume, vi è anche l’elenco delle famiglie nobili di Sarzana ufficialmente riconosciute dalla Consulta Araldica del Regno d’Italia e “riconosciute” dal Corpo della Nobiltà Italiana, come scrive Vittorio Gropallo, al dichiarato scopo di evitare abusi da parte di omonimi e, pertanto, completato dei dati dei rappresentanti pro tempore delle casate ancora fiorenti.

Se aggiungiamo, poi, che il libro è solidamente rilegato con una copertina di colore rosso scuro, protetta da una sovraccoperta in carta traslucida (quasi simile a pergamena) riproducente il frontespizio del manoscritto, il tutto a sua volta protetto da una custodia cartonata, e stampato su carta pesante e leggermente ruvida, appena riusciremo a rendere la piacevole sensazione d’antico che ci coglie nel vederlo e nello sfogliarlo.

Ma, ovviamente, non è soltanto per la sensazione esteriore che questa ristampa ci ha positivamente colpito.

Nel frontespizio, i fratelli Federico e Vincenzo Grossi (“copisti” dell’opera) scrivono di averla “fatta nell’ore oziose e vagabonde”: e magari l’ozio producesse sempre questo genere di frutti!

Un frutto suddiviso in dodici capitoli e menzionante privilegi, convenzioni, garanzie e tutto quanto allora noto in merito alla nobiltà della città di Sarzana e dei suoi maggiori rappresentanti, con menzione orale delle più antiche prerogative conosciute (legate all’eredità storica e morale che la romana Luni le lasciò) e trascrizione degli atti conservati (a partire dalla concessione di Federico I del 1163).

Il più nutrito di tali capitoli è quello concernente le 103 famiglie nobili sarzanesi allora fiorenti (il numero comprende anche i diversi rami in cui alcune di esse si suddividevano), delle quali i nostri “copisti” menzionano i principali dati sulla storia e sui rappresentanti all’epoca in vita, talora riproducendone lo stemma e/o dandone il blasone: i disegni degli stemmi sono generosi e vistosi, di qualità corrente, dotati di tratteggio e talora acquerellati.

La parte dell’opera che però conferma la “non oziosità” del tutto è costituita dai cinque capitoli finali, dedicati all’esplicazione delle principali regole del blasone: i due autori, nel citare il Menestrier, compiono un pregevole lavoro in cui la sintesi si sposa con la presenza di spunti e riflessioni fondate e sensate, e con l’elencazione ordinata e puntuale di smalti, figure, pezze e partizioni araldiche. Senza cedere alle iperboli ed alle esagerazioni barocche, all’epoca già passate di moda, essi si dimostrano essenziali e curati (ma talora ingenui nell’identificare le cause prime dell’uso di alcune figure, come nel caso del leone, i cui utilizzatori l’avrebbero preso a seguito dei “viaggi fatti in Affrica”!), evitando di scendere nel dettaglio di pezze e partizioni rare pur menzionandone l’esistenza e, di conseguenza, rimandando esplicitamente ad opere specialistiche i lettori che avessero voluto approfondire il tema.

Un manualetto chiaro e svelto, che dice tutto quel che c’è da sapere in breve sull’arte del blasone (sia per i componenti interni che per quelli esterni dello scudo) e che, fatte salve alcune sistemazioni formali, sarebbe tuttora l’appendice ideale per tante pubblicazioni moderne (anche e soprattutto non specializzate).

La bella ristampa riproduce il tutto con accuratezza, dall’ordinata scrittura originale (correzioni e rettifiche comprese), alle riproduzioni dei monogrammi reali apposti alla fine dei singoli atti di concessione, ed ovviamente agli stemmi.

Prima dell’Appendice, gli attenti curatori hanno ben pensato di riportare anche tre utilissimi ulteriori documenti: l’estratto in carta bollata (datato 1893) delle notizie concernenti la famiglia Gacci, la cui pagina è malauguratamente stata asportata in epoca antica dal manoscritto qui riprodotto; un certificato di nobiltà rilasciato ufficialmente dalla Città di Sarzana nel 1832 ad una famiglia di origini locali sulla base di quanto contenuto nel Libro d’oro (un pubblico attestato in carta da bollo da 50 centesimi, redatto a mano e sottoscritto del sindaco: stupenda testimonianza di un mondo ormai tramontato); infine, un albero genealogico della famiglia Malaspina dello spino fiorito, molto interessante perché realizzato sul disegno d’un arbusto tratto dal caratteristico stemma del loro ramo. (Maurizio Carlo Alberto Gorra, IAGI)

 

 

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