Giorgia Duò, Ex libris italiani dei secoli XVI e
XVII. Origine e fortuna, Montichiari
2004, Zanetto edit. (030.9960821),
pp. 393, con 167 illustrazioni bianco e nero.
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Ex
libris: molto più di
semplici segni di proprietà o di meri talloncini statistici, questi piccoli fogli
che dalla fine del XV secolo vengono applicati sui
libri per ribadirne il proprietario prendono nome dalla locuzione latina
(letteralmente dai libri quindi, in senso lato, che fa parte della
biblioteca di) spesso scritta su di essi, e possono assumere l’aspetto di
piccole opere d’arte, talora affidate a grandi artisti e realizzate con
tecniche raffinate e ricercate. Veri e propri emblemi della personalità del
possessore, costituiscono un universo estetico non sempre adeguatamente
stimato, a dispetto della ricchezza di informazioni
che sono in grado di fornire e dell’elevato grado di interesse culturale che
rivestono.
Un cospicuo passo verso la loro rivalutazione viene dall’opera di
cui stiamo parlando, nella quale l’autrice ha affrontato l’argomento con un
approccio partecipato ed entusiasta che impronta di sé tutto il volume. In 140
schede ella attentamente esamina altrettanti ex
libris nostrani dei secoli XVI e XVII, dando per ognuno la descrizione, la
storia e le vicende del singolo manufatto, e soprattutto quelle del suo
titolare e del suo artefice. Ma non è affatto un libro
di sole schede: nella lunga ed accurata premessa introduttiva, veramente da
centellinare, si passa in esame l’intero fenomeno exlibristico inquadrandolo
nelle sue peculiarità e generalità, per poi dettagliare mode, forme e gusti che
legano ognuno di tali “pezzetti di carta” al periodo storico, sociale e
artistico in cui fu voluto e creato.
Sono
pagine ricche e doviziose di spiegazioni, con numerosi e notevoli spunti di
riflessione coerenti con l’approccio interdisciplinare
derivato dalla vasta preparazione culturale dell’autrice.
Nei
secoli passati in rassegna dal volume l’araldica godette di
vasto uso, e quindi è ovvio che buona parte del testo coinvolga appieno la
nostra scienza. Negli ex libris realizzati fra XV e
XVII secolo, inoltre, è statisticamente provato che l’aspetto araldico prevalse
su ogni altro (per poi andare in calo progressivo e costante): conscia di tutto
ciò, a p. 63 l’autrice compie un esame estetico e critico del fenomeno
araldico, e lo fa con attenzione rara per un non specialista, giungendo a
valutazioni talora generalizzanti ma sempre dettate da un pragmatico buon senso
(come a p. 64: “Leggere correttamente lo stemma significa poter arrivare al
suo titolare”) e dalla solida preparazione del suo mestiere di storica
dell’arte, che le permette di evitare improvvidi scivoloni (come alla pagina
seguente, dove accenna alla simbologia sfiorando il tema delle esagerazioni
barocche, ma riuscendo a non divenirne preda).
Degno di
nota è il capitolo di p. 71, una dozzina di dense e cospicue pagine dedicate
alle imprese, fenomeno para-araldico alquanto affine agli ex libris: è
merito dell’autrice l’osservazione che queste due
branche dell’arte dell’immagine sono accomunate da una medesima forma
espressiva, essendo entrambe concretizzate in un disegno ed un testo
strettamente collegati fra loro in forme sintetiche, essenziali ed efficaci.
Del
massimo interesse è l’approfondimento sul mestiere rinascimentale di facitore
di imprese, seguito da cenni e menzioni dei
principali fra essi (Giovio, Ruscelli, Bargagli e altri). Grazie al parallelo
che l’autrice ha acutamente riscontrato, e che l’ha spinta
ad approfondirne lo studio, possiamo finalmente dire che esiste un testo moderno
in cui l’interessantissimo e misconosciuto universo simbolico ed iconologico
delle imprese è stato afferrato e rivalutato a dovere.
Grandi e
nitide immagini completano l’interessante volume con un ricco
apparato illustrativo, tutto in bianco-nero (a favore oltretutto del
costo): data la natura normalmente monocroma di codesta forma d’arte, ciò non
provoca nessun rimpianto per il colore. Esse costituiscono il cuore del
lavoro, ordinate cronologicamente nelle 140 schede del Catalogo, tutti ex
libris italiani, quasi tutti figurati e spesso con stemma (ed i cui
titolari sono talora impersonali, come conventi e accademie): una parata di esempi interessantissimi, dotati della genuinità delle
fonti primarie e dove le difformità di stili, mani, epoche e scuole diventa un
pregio per lo studioso. Dalle nitide incisioni degli ex libris di
principi-vescovi altoatesini ad altre di stile e fattura molto
più semplici, in ogni caso si tocca con mano come questi manufatti di
pochi centimetri quadrati bastino per dare lezioni di arte e di storia.
La
tangibile ammirazione dell’autrice verso il dato araldico prevale sui piccoli
refusi tecnici inevitabili per un non specialista, e ci piace sottolineare la sensata attenzione con cui ella, non
sentendosela di blasonarli, si limita a descrivere gli stemmi: ammirevole segno
di modestia dello studioso che rispetta uno strumento che non conosce a fondo,
oltre che pragmatica e condivisibilissima maniera per evitare errori (i pochi
che si rilevano le derivano dalle fonti da cui ella ha attinto). Lodevolmente,
nei casi più dubbi e negli stemmi più complessi