Enrico Ottonello, Gli stemmi di Cittadinanza della
Magnifica Comunità di Ovada, a cura
dell’Accademia Urbense, 2005, pp. 80, con 83 tavole a colori e altre ill. nel
testo.
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Meritevole espressione di pietas loci è l’opera che l’autore
propone all’attenzione dei cultori insieme di storia locale e di araldica, l’una e l’altra unite per offrirsi quale
primitivo elemento di amore per la propria terra.
L’autore, di origine ovadese, ha voluto
presentare al lettore un esemplare di quelle compilazioni araldiche che nel
passato erano state oggetto di una speciale cura da parte degli eruditi e che
oggi costituiscono sempre trouvailles fortunatissime, capaci come sono di
gettare una luce nuova e talvolta inaspettata sulle vicende storiche di un
luogo. Egli ha in verità tratto dalla dimenticanza uno stemmario che un
sacerdote ovadese, il P. Bernardino Barboro, aveva compilato
nel 1786 raccogliendo gli stemmi delle numerose famiglie notabili del luogo cui
aggiunse quelli di alcune famiglie patrizie genovesi, quelli di un certo numero
di Stati preunitari, di Stati europei ed anche extra-europei.
Le vicende del manoscritto sono alquanto particolari. Esso era
stato esaminato da diversi studiosi tra i quali G. Borsari che nel 1994 ne aveva edito una piccola parte con stemmi ridisegnati.
Composto in origine da 84 facciate e comprendente 323 stemmi, andò disperso
negli anni successivi: per fortuna esso era stato in parte
fotocopiato in bianco e nero e poi fotografato a colori - seppure non
nella sua interezza - a cura dei benemeriti soci dell’Accademia Urbense, quegli
stessi che oggi ne hanno consentito l’edizione.
Ovada, attualmente centro vivace della
Provincia di Alessandria, trova la sua più antica menzione sullo scorcio del
primo millennio. Il destino del piccolo borgo fu quello di passare per le mani
di diversi feudatari per essere poi assorbito, non senza contrasti, nell’orbita
della Repubblica Genovese che stava attuando una politica di espansione
al di là dell’appennino con l’acquisizione di territori indicati
complessivamente col nome di Oltregiogo.
La stessa Repubblica conferì agli abitanti del luogo delle speciali
franchige che più tardi vennero strutturate in precisi
Statuti con i quali
Ciò è quanto l’autore riporta dedicando ampio spazio allo stemma di
Ovada e caldeggiando il ripristino, sullo stemma cittadino, della corona
comitale quale ricupero di una realtà storica che il D.P.R. 17 settembre 1993
aveva disatteso conferendo allo stemma gli ornamenti esteriori di Città, ossia
quella corona turrita che, salve documentate eccezioni, compete agli Enti
territoriali.
Seguono a questo studio le 67 facciate del manoscritto comprendenti
268 stemmi gentilizi identificati singolarmente dal nome del loro titolare e da
un numero progressivo. A questo proposito dobbiamo rilevare che, al di là della
cura e dell’interesse per la sua città, la mano del compilatore non è stata
particolarmente felice nell’arte del disegno araldico e talvolta nei confronti
di quelli che sono canoni di base dell’araldica. Egli infatti si è spesso
trovato a piegare la composizione e la raffigurazione dello stemma alla
stereotipata e ripetitiva forma subovale e sagomata dello scudo, non sempre
convenientemente scelta, fatto che non rende in sé particolarmente difficile la
comprensione del blasone ma del quale talora risente la blasonatura. L’autore
qui ha teso a dare il più significativo rilievo e la massima completezza - non
dimenticando modelli coevi desunti da altre fonti e di altra levatura artistica
- cui ha dato la sua autorevole collaborazione Carlo Gustavo di Gropello, già
presidente della Società Italiana di Studi Araldici, oltre ad un limitato
modesto contributo dello scrivente.
Si deve purtroppo lamentare, come l’autore non manca di
sottolineare, la malaugurata indisponibilità di ben 16 facciate (tavv. 40-55),
per complessivi 64 stemmi, che a suo tempo non vennero riprodotte: esse
contengono tutta la serie degli Stati sovrani cui si è fatto cenno e che
vengono citati nell’indice.
Il curatore dello stemmario, infine, non si è limitato alla sola
edizione completa - per la parte disponibile - della raccolta, ma è andato
puntualmente raccogliendo in Città le testimonianze araldiche ancor oggi
visibili sui vetusti edifici e nelle chiese, per completare e sottolineare la
validità storica dell’opera e dando con questo una stimolante indicazione a
tutti coloro che, solleciti delle vicende di un luogo nei secoli, ne vorranno
seguire l’esempio. (Carlo Tibaldeschi)