RECENSIONI

 

LIBRI

 

 

 

Debora Antiga, Andar lontano, Partenze da Succisa alla ricerca di fortuna, Pontremoli, 2005.

È uscito, con il patrocinio del Museo dell’Emigrazione della Gente di Toscana, “Andar lontano”, il libro di Debora Antiga[1] sulle storie di partenze da Succisa alla ricerca di fortuna. Vicende di emigrazione: del resto la copertina svela subito il contenuto del volume: due giovani donne sorridono, in posa sul lago di Como; non sono turiste, ma venditrici ambulanti come testimonia la merce (setacci di legno) che le affianca.

Partire da questo paese di mezza costa sulle colline di Pontremoli, alle pendici del crinale montuoso che divide la Toscana dall’Emilia, è stata per decenni (ma si potrebbe dire per secoli) una delle risorse principali; certo una delle poche alternative alla miseria.

Storie comuni a tante zone dell’Appennino: la Lunigiana è stata tra le aree della Toscana (insieme a Garfagnana e Montagna Pistoiese) che hanno fatto registrare percentuali di emigrazioni tra le più alte d’Italia, confrontabili con quelle del Mezzogiorno. Una crescita demografica quasi costante a partire dalla metà dell’Ottocento non aveva infatti trovato risorse sufficienti nel territorio; così a migliaia sono partiti, prima per una sola stagione, contadini o pastori nelle Maremme o in Corsica, poi per periodi sempre più lunghi, in Francia o nelle Americhe. A piedi, in treno, sulle navi che salpavano da Genova: il fiume di gente è stato trattenuto solo negli anni della seconda guerra mondiale o nei brevi periodi nei quali la Lunigiana ha visto la realizzazione di opere pubbliche come la ferrovia Parma - La Spezia che, negli anni Ottanta dell’Ottocento, non trovavano manodopera a sufficienza. Il ritrovamento dei registri di uno degli agenti di viaggio delle compagnie di navigazione operanti anche nel territorio della Lunigiana ci ha fatto conoscere che dal solo pontremolese tra il 1912 e il 1962 sono partite oltre duemila persone per le Americhe e l’Australia. Un dato parziale, che non tiene conto né di quanti hanno acquistato il biglietto per la traversata presso altre compagnie né, soprattutto, di quanti sono emigrati verso i Paesi europei, ma proprio per questo è un dato ancora più significativo, che ci fa capire quanto ampio fosse il movimento di quelle persone che lasciavano la propria terra per emigrare.

Storie comuni si diceva, eppure questo libro di Debora Antiga ha il merito di averle raccontate: fatto tanto importante quanto poco comune. Storie della nostra gente, per questo trascurate troppo a lungo; decenni nei quali tante memorie sono andate perdute con la scomparsa dei protagonisti, mentre gli “archivi familiari” dove si erano stratificate fotografie e lettere sono diventati troppo spesso sterili fonti quasi inutilizzabili.

Lo studio dell’emigrazione in Lunigiana attraverso la ricerca e l’analisi di questi archivi era cominciato una ventina di anni fa proprio in un paese a pochi chilometri da Succisa: Grondola; storie diverse, mete differenti, ma tutte con il denominatore comune della necessità di lasciare una terra senza speranza per cercare altrove un po’ di fortuna o semplicemente un futuro diverso.

Debora Antiga ha dedicato alcuni anni a sviluppare una ricerca nata quasi per caso dal desiderio di trovare le sue radici di succisana nata a Roma; l’incontro con le immagini scovate nei cassetti e le storie ascoltate in casa l’ha spinta a riannodare i fili di storie nate tra le case e i castagni di Succisa e dipanatesi negli Stati Uniti o in Brasile. Centinaia di fotografie, ogni gruppo con una storia diversa, tante rimaste misteriose e sconosciute, altre che l’autrice è riuscita a far dischiudere. Erano “messaggi inviati ai cari rimasti in patria per far sapere loro che tutto andava bene”, scrive l’autrice. “Il fatto che quella gente si facesse fotografare per inviare a casa l’immagine, spiegava come il loro intento fosse quello di raccontarsi. Nessuno vantava una tale scioltezza nel linguaggio scritto da inviare lunghe lettere descrittive di una nuova vita passata in società floride, in facoltosi cantieri o nelle buie miniere, così le foto rappresentavano un prezioso mezzo esplicativo con cui dar modo ai familiari di capire come se la passassero in quelle terre così lontane. Se ai destinatari quelle immagini erano bastate a capire cosa succedesse laggiù, in me avevano fatto nascere la voglia di scoprire quali storie si celassero dietro quei volti, talvolta soddisfatti, talvolta stanchi, dietro quei gruppi in cui le rozze mani del lavoratore contrastavano assai con la cravatta e l’elegante abito indossato”.

Ora dalle pagine del libro emergono le emozioni di sguardi che osservano l’obiettivo della macchina fotografica con la voglia di chi è partito per tornare diverso. Ci sono le foto dei venditori ambulanti tra Francia e nord Italia e soprattutto di quelli che a Roma hanno fondato una colonia così numerosa da non riuscire più ad entrare tutti in una fotografia; ci sono i venditori di immagini sacre nelle sterminate campagne del Brasile, i piccoli commercianti in California, gli artigiani e gli imprenditori a New York.

Scopriamo così che c’è un’altra Succisa sparsa nel mondo, i cui eredi spesso sono inconsapevoli di far parte di quel grande mosaico che rappresenta una comunità. Il contributo di Debora Antiga è anche questo: offrire un passato a chi non ha dovuto cercarsi un futuro; restituire la memoria a chi non aveva avuto risposte sul proprio presente. (Paolo Bissoli)

 

 

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[1] Nella introduzione al libro scrive: “riemergere dai cassetti e dagli armadi delle vecchie case di campagna, da  tutti quegli archivi familiari rimasti nel tempo silenziosi ed inesplorati. I protagonisti di quelle immagini non conoscevano altro mondo, se non quello che andava appena al di là dei castagni. Lasciavano il loro paese per trovarsi, nel giro di poco, catapultati in una realtà sconosciuta e ai loro occhi immensa. Andavano in cerca di pane e lavoro, che ahimè riuscivano a trovare in luoghi sempre più lontani, catturati dalle immense praterie brasiliane, dall’impulsività dei loro contadini, dalle evolute metropoli statunitensi e dalla professionalità degli impresari del posto. Quale stupore di fronte a tanta diversità! Quanti pensieri e sensazioni. Quanti dubbi e paure. Ho cercato di ricostruire le storie dei succisani emigranti, avrei voluto rivivere le loro esperienze per capire fino in fondo quale sia stata la vera vita dei nostri paesani giramondo. Tornare al passato per accompagnare un santeiro nei suoi itinerari commerciali, per vedere come un contadino lunigianese si improvvisi mercante in un mondo ampio e sconosciuto come il Brasile. Per scoprire con quali difficoltà di apprendimento i nostri contadini analfabeti, o coloro che in ogni caso vantavano una limitata istruzione, affrontavano lo scoglio duro della nuova lingua. Tornerei indietro per assistere alle bizzarre azioni di marketing di un succisano venditore di burro. Tornerei indietro per riassaporare, con l’interesse e la curiosità di adesso, i racconti di chi purtroppo oggi non è più con noi. Per scorgere dai loro occhi la sofferenza e le umiliazioni di un tempo, ma anche le soddisfazioni e le conquiste di chi ha lottato per ogni cosa. L’uso delle immagini, i racconti di oggi, e i ricordi di quelli di ieri, mi hanno permesso di disegnare un aspetto caratteristico di questo popolo. Un folto gruppo di contadini che spinti dalla miseria hanno girato il mondo dando esempio di coraggio e senso della comunità. Gente semplice che, con un invidiabile spirito d’iniziativa, si è tuffata nella conquista di un futuro migliore. Umili venditori ambulanti che, con l’arte di arrangiarsi, hanno dato luogo ad una singolare attività redditizia, grazie alla quale molti sono riusciti ad acquistare uno o più appartamenti e a far studiare i propri figli. Siamo di fronte quasi ad una evoluzione darwiniana, in cui il protagonista iniziale, un contadino con poca terra da coltivare, dà il meglio di sé per uscire da una troppo radicata condizione di miseria. Si delinea così la  trasformazione di un popolo che, con gli anni e le esperienze, scopre una spiccata predisposizione per il commercio. L’emigrazione ha privato Succisa di buona parte dei suoi abitanti. Una fetta dei discendenti succisani però ha mantenuto uno stretto legame con il paese di origine, che in estate, infatti, si ripopola. Alcuni figli o nipoti di chi è partito senza mai tornare sanno molto poco di questo piccolo abitato nelle colline del nord della Toscana. Alcuni di loro hanno potuto visitarlo in occasione di un viaggio in Italia; altri al di là dell’oceano forse ancora non sanno di essere succisani, perché nessuno ha detto loro quale fosse il luogo di origine. I Romiti fanno parte di quei succisani che nulla sapevano di Succisa, e averli ritrovati mi ha destato un profondo senso di conquista, se non altro per aver potuto dire loro da dove venissero. Perché non si hanno origini se non se ne è a conoscenza. Come loro tanti altri sapranno della provenienza italiana del proprio cognome, ma nulla di più. È per questo che spero di trovare gli altri rami di questo grande albero. Sparsa nel mondo c’è un’altra Succisa. Quella che parla altre lingue, che sventola altre bandiere, ma tutti hanno nel proprio albero genealogico un contadino succisano, sfuggito alla miseria del suo piccolo mondo e mai tornato”.