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Giovanni Artieri, Umberto II, il re gentiluomo - Colloqui
sulla fine della Monarchia, Firenze 2002
Completata la lettura di questo saggio,
parzialmente biografico, su Umberto II, non si fugge alla sensazione di essere
entrati, per quanto lo consenta un libro non certo ostile, ma neppure
celebrativo o encomiastico, nell’intimità di un uomo, colto e intelligente e di
buoni sentimenti, cui il destino aveva riservato un ruolo sproporzionato
rispetto agli strumenti personali - morali e intellettuali - di cui disponeva,
ed all’insieme di eventi in cui ebbe ad operare, dal
settembre 1943 (precipitosa partenza da Roma) al maggio del 1946 (partenza per
l’esilio).
Nulla aveva preparato il principe ai compiti
che, a partire dall’assunzione della luogotenenza (5
giugno 1944), si trovò a fronteggiare. Dal padre, sovrano sconfitto e
totalmente privo di carisma, non ricevette che rimbrotti
e richiami alla regola secondo la quale “in casa Savoia si regna uno alla
volta”, e simili; dalla madre, personalità inesistente educata a Cettigne all’obbedienza e poi, come una parente povera,
allo Smolnyj di San Pietroburgo,
riservato alle fanciulle nobili russe, silenziosa e innocua tenerezza.
L’ambiente di corte e quello delle guarnigioni in cui ebbe
a servire Umberto non si rivelò il più adatto per arricchire le esperienze
umane e la conoscenza del mondo dell’Erede; le sue frequentazioni, per quanto
si sappia, non andarono oltre la banalità salottiera, atta a produrre
pettegolezzi, quando non battute malevole sulle sue “scappatelle” (viene in
mente le sequenze di “Gradisca” nell’Amarcord
di Federico Fellini). Il libro di Artieri
compendia le conversazioni con Umberto a Villa Italia, a Cascais,
dal 24 gennaio al 10 febbraio del 1958. Non coprono la vita del principe nel
suo insieme, né il Ventennio, né la guerra, rispetto alla quale egli fu
chiamato a funzioni di pura facciata (comandante gruppo di armate
ovest prima, sud poi). Avrebbe voluto, dopo l’8
settembre ’43, assumere il comando del Corpo Italiano di Liberazione e, più in
generale, della resistenza. Non lo permisero gli Alleati,
soprattutto gli inglesi, ed ostile fu pure il padre, cui Umberto aveva
chiesto il permesso di rimanere a Roma, per promuovere la resistenza
antinazista ed assumerne la guida, realmente, sul campo, e non da luoghi
distanti ed esenti da rischi. Nulla, o quasi, fu possibile a quest’uomo in termini di decisioni e di scelte radicali.
Educato ai formalismi di una corte naturalmente conservatrice, scarsamente
interessato ai “fatti italiani” di quegli anni (le due grandi guerre, il
fascismo, l’avventura coloniale, etc.), egli ebbe il curioso destino di
attraversare la scena nazionale, durante gli anni Trenta e Quaranta,
sostanzialmente sconosciuto ai suoi futuri sudditi. Artieri evita
con cura rivalutazioni o invenzioni retoriche atte a creare leggende (del
genere “il padre conservatore, il figlio progressista”, o relative
all’antifascismo di Umberto); del principe Artieri riporta le affermazioni e i
giudizi con distacco e rigore documentario. Occorre dire
che la personalità di Umberto, per anni quasi trasparente, si appalesa - con sorpresa del lettore - inaspettatamente
ricca e spesso acuta, così da lasciarsi rattristati sullo spreco di una bella
testa che, non è troppo audace supporlo, avrebbe potuto dare un contributo
importante ed altri esiti alla storia del paese. Avrebbe potuto Umberto evitare
la deriva repubblicana e contribuire alla instaurazione
di una monarchia rinnovata? Nessuno
può dirlo. Può dirsi però che questo libro arreca un buon contributo alla
conoscenza di un personaggio sfortunato, talvolta attraversato da visioni
d’avvenire e ricco di umanità, cui l’inclemenza del
contesto storico e la solitudine in cui si trovò ad operare non consentirono di
esprimere tutte le proprie capacità ([1]).
(Giuseppe Alberto Ginex)
[1] Post Scriptum - Chi
scrive ha “incontrato” Umberto due volte: la prima, oltre quarant’anni
fa, ad una messa domenicale a Londra, attorno alle undici di un giorno di
maggio 1964. Egli stava all’impiedi, sul fondo,
accanto un signore attempato, entrambi come personaggi in un antico arazzo (ho
poi saputo che il Re era a Londra per una operazione agli occhi). Ne ho
conservato una forte impressione, di un uomo straordinariamente solo, una
solitudine tragica priva di attese d’ogni tipo.
Il secondo “incontro”, se tale può definirsi, ebbe luogo a Lisbona, un po’ meno di vent’anni dopo, in una sala del museo Gulbenkian, ove Umberto era raffigurato in una grande tela di gusto tradizionale, in frac e decorazioni dinastiche; da essa emanavano, e lo conferma il ricordo, dignità e malinconia e, ancora una volta, una totale solitudine. (g.a.g.)