G.
Zamagni, Il valore del
simbolo. Stemmi, simboli, insegne e imprese degli Ordini religiosi, delle
Congregazioni e degli altri Istituti di Perfezione, pp. 190, Soc. Editrice
“Il Ponte Vecchio” (v. Caprera 32, Cesena - tel. 0547/333371 – http://www.ilpontevecchio.com), Cesena, 2003.
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Senza fronzoli né clamori, ma anzi con la bella
sorpresa del colore in un libro di araldica dal costo medio-basso, quest’opera davvero
colma un vuoto che si andava da qualche tempo avvertendo: difatti, mancava una
raccolta organica, recente e documentata sugli emblemi araldici e para-araldici
di natura religiosa, sempre più sentita da quando (una ventina d’anni fa) vide
la luce l’alto lavoro su L’Araldica nella Chiesa cattolica di Mons. Bruno Bernard Heim che, ottimo dal punto di vista dottrinale e
legislativo, apriva la strada a opere orientate verso la documentazione
storiografica di stemmi delle organizzazioni ecclesiali, come è invece questo
libro.
Con stile asciutto ma non sciatto, l’Autore
elenca Congregazioni e Ordini religiosi esistenti secondo il dettato dell’Annuario
Pontificio, cui aggiunge (in sequenza cronologica di fondazione) quelli
estinti, e dà per ognuno di essi un breve cenno
storico e l’immagine dello stemma o emblema di pertinenza, fornendone quando
possibile l’interpretazione formale e simbolica. L’elenco comprende solo le
istituzioni maschili, avendo l’Autore ritenuto che quelle femminili siano troppo vaste di numero e troppo povere
iconograficamente (giacché adotterebbero, per lo più senza variazioni,
l’emblema delle prime): se nulla vi è da eccepire sul discorso numerico,
l’altro scivola sulla p. 62 del testo, dedicata allo stemma dell’Ordine delle Brigidine e al suo motto Amor meus
crocifixus est, entrambi ripresi dal neoricostituito “versante” maschile di tale Ordine, e certo
non ricadenti nella contravvenzione ottocentesca “ai principi araldici
tradizionali”, altro limite dell’araldica religiosa femminile paventato
dall’Autore a p. 9.
A parte ciò, riteniamo comunque
che questi simboli, ed ancor più le loro esplicazioni, risulteranno utilissimi
al cultore di araldica e (in generale) di ogni altra scienza documentaria della
storia, che ne ricaverà la spiegazione di emblemi e di altre figure presenti
sulla sterminata manufattorialità legata al mondo
religioso e devozionale. L’intero lavoro, redatto su
testimonianze spesso direttamente desunte dai singoli Ordini o Congregazioni
religiose, non solo dispone di un’ottima base
documentale, ma lo diviene a sua volta: e merita una menzione a parte il
contributo interpretativo fornito dai frati e dai monaci delle singole Case,
sempre evidenziato dall’Autore appositamente rivoltosi a loro.
La puntualità delle sue
menzioni ci persuade anzi che egli avrebbe potuto
allargare ancor più il già ricco apparato iconografico, che però rimane un
dovizioso punto di partenza per ulteriori approfondimenti, e poco importa che
talora zoppichi su qualche descrizione blasonica,
oppure incespichi su qualche interpretazione simbolica. Trattandosi di un libro
scritto con cura e passione da un non specialista, ciò diviene un peccato
veniale, reso ancor più blando dal grande buon senso
di cui l’Autore fa mostra: si veda p. 12, dove egli afferma giustamente che un
autorevole e recente testo italiano di araldica blasona analoghi stemmi
religiosi “con qualche imprecisione e senza tentare una seppur minima
interpretazione” (il candore del neofita davvero affonda il dito nella
piaga); e di nuovo a p. 12, dove dice che l’araldica degli Ordini religiosi non
è “scienza esatta” perché manca di codifiche,
elenchi e “protezione” di araldi, e si afferma per consuetudine (come
del resto, e con ottimi risultati, era già stata consuetudinaria tutta
l’araldica dei primi secoli); e nelle ottime sei righe finali di p. 16, che
riportiamo integralmente: “Si auspica anche che, alla fine della lettura
della presente opera, traspaia in qualche modo il messaggio che l’araldica non
è poi quella ‘disciplina’ così futile e sorpassata, forse un po’ esoterica come
generalmente oggi molti credono, ma una scienza antica con una sua dignità
storica ed un suo linguaggio particolare. Seppure all’apparenza
complesso, si ritiene meriti di essere letto ed interpretato per
comprendere meglio la realtà che ci circonda” (esattamente le cose che l’Istituto
Araldico Genealogico Italiano afferma da sempre!). Tutto il libro, del
resto, costituisce la conferma di come lo stemma possa e debba essere inteso
quale espressione grafica di un nome, e non indizio di vanagloria o forma di ostentazione: entrambi questi concetti sono del tutto
estranei all’umiltà dei devoti titolari qui elencati.
Ulteriore pregio del libro sono anche
(non solo esteticamente, ma anche come segno d’attenzione verso il lettore) le
sedici pagine centrali che riproducono a colori 120 emblemi scelti fra i
moltissimi pubblicati in bianco-nero nel resto del testo; è uno dei must dell’opera, più che gradito ed accettabile, e
se lo vediamo in rapporto al prezzo possiamo sorvolare agevolmente sulle poche
sbavature di colore certo dovute alle fonti (in specie per gli emblemi rilevati
su Internet, mentre viceversa quelli ricavati da stampe sono sempre
perfetti). Utilissimo è a sua volta l’apparato bibliografico, diviso in due
parti: la prima evidenzia trentun testi a carattere araldico e simbolico (fra
cui l’Eliade, il Crollalanza,
il Galbreath, l’Heim),
talvolta in riedizioni o traduzioni recenti; la seconda, un ancor migliore
elenco di trentasei titoli di approfondimento
sull’emblematica di singoli Ordini o congregazioni, che si unisce a quella
sparsa per le pagine (fra cui spicca, a p. 57, la menzione dell’a noi ben nota
rivista Hidalguia circa un’arma cistercense
ispanica), come pure è rimarchevole il fatto che il libro si presti
egregiamente anche per una rapida consultazione su diciture ufficiali e su
cenni storici dei singoli Ordini: peccato però che manchi un indice alfabetico
dei soggetti, cosa peraltro complessa vista l’eterogeneità degli appellativi
loro pertinenti. Altri piccoli peccati veniali sono nella congruità fra alcune
date (a p. 92, l’Ordine dei Frati Gaudenti viene
detto attivo dal 1291 al 1589, mentre a pagina dopo se ne mostra un esemplare
definito “del secolo XVIII”!) e nell’indicazione di alcuni titoli (a p. 94, l’Ordine
dell’Ala di San Michele è rimasto privo del suo Santo eponimo).
In fondo al volume è
presente un volenteroso dizionario araldico, utile e proporzionato alle
esigenze dell’opera, e dove fra gli altri rifulge il concetto che il termine spaccato
non è da usarsi, dovendoglisi preferire troncato
(quanti Autori malamente scivolano tuttora su questi
concetti di base!).
Insomma, il prezzo accessibile
e molto al di sotto della qualità globale, la varietà nelle fonti e nelle
figure (spesso fornite di prima mano dai diretti interessati), la cura
documentaria cui l’Autore si è strettamente attenuto, ci hanno portato a questo
bel lavoro, ben fatto (nonostante qualche imprecisione nei blasoni, ma l’Autore
non è né pretende di essere un araldista), ben confezionato (e la presenza del
colore fa lievitare il valore, non il prezzo), bello da vedere e da leggere; un
libro da consigliare, e non solo per gli studiosi di cose religiose.
Illustrato, documentato, spiegato: cosa volere di più da un libro di stemmi? (Maurizio
Carlo Alberto Gorra)