Franco Mimmi, Cavaliere di
Grazia, Aliberti editore, Campagnola Emilia, 2003, pp. 299.
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Franco Mimmi (Bologna, 1942), giornalista
professionista, ha lavorato al Resto del
Carlino, alla Stampa, al
Mondo e a Italia Oggi e attualmente scrive per L’Unità. Ma è
anche romanziere. Fra le sue numerose opere ricordiamo:
Rivoluzione, Relitti - A tale of Time, Vacanze, Il nostro agente in Giudea, Un cielo
così sporco e il più recente Les grandes seductores son lobos solitarios,
pubblicato in Spagna. Ma serve davvero scrivere un nuovo libro sulla
cavalleria dell’Ordine di San Giovanni che finisce con l’essere un importante
oggetto di studio comune al tardo-medioevo e all’età moderna in quanto praticamente l’unico a esser sopravvissuto tra gli ordini
militari del medioevo? È la domanda che mi ero posta
prima di aver cominciato a leggere il libro. Domanda tanto più legittima in
quanto l’autore in questione non aveva finora dimostrato
particolare attrazione per la materia cavalleresca. Le vicende del romanzo
storico sono ambientate all’anno 1522 quando Rodi,
sede dell’Ordine di San Giovanni, fu sotto l’assedio dei turchi.
Nel libro compaiono dei
personaggi storici come Philippe de L’Isle Adam, Gran Maestro dell’Ordine di
San Giovanni di Gerusalemme, Principe di Rodi e Solimano il Magnifico, sultano
per cui i suoi giannizzeri erano pronti a morire senza fiatare. Comunque, il principale protagonista è un personaggio
inventato: frater Andrea di Monforte,
espulso dall’Ordine, per aver portato la sua amante moribonda all’ospedale,
chiedendo che fosse curata. Imperdonabile, un peccato mortale, anche se tutti sapevano che i costumi dei cavalieri di quell’epoca si erano rilassati. Il protagonista, ora
inviato del papa Alessandro IV, ritorna dopo tanti anni in Rodi. Mimmi costruisce il profilo interiore del suo eroe, un
soldato cristiano, ma anche una figura colta, quale quella che poteva crescere
solo in un terreno internazionale come quello dell’isola. Si mescola
volentieri alla gente, è accessibile e generoso. Insomma, è descritto
come un personaggio, capace di fondere tolleranza, anche se costretto in un
ruolo di ambasciatore papale, e non rinuncia al suo
amore di una volta e alla simpatia per gli ebrei, disprezzati dai cristiani, ma
che ormai combattono a fianco dei cavalieri della Lingua italiana, disposti a
sacrificarsi. Lo scrittore racconta le vibrazioni dell’anima di
Andrea immaginando come viva i suoi ultimi giorni, prima di morire.
Nel volume, frutto di un lungo e puntuale lavoro di ricerca,
l’autore ha trasfuso tutta la sua esperienza di giornalista di lungo corso, in
Italia e all’estero. La narrazione, infatti, si snoda piacevole attraverso una
stimolante sequenza di quadri, che riescono a delineare un’insolita storia del
primo Cinquecento. Viene descritto il mondo di Rodi, dove si mischiavano
culture e codici, usanze e tradizioni e si parlavano lingue diverse. Quanto
alla cultura lo scrittore ricorda che a Rodi non mancavano gli eruditi, sia tra
i maggiorenti della popolazioni sia tra i cavalieri che non erano soltanto
inclini all’esercizio delle armi, ma anche alle nuove tendenze letterarie. È da
notare che l’Ordine gerosolimitano era un Ordine internazionale che al massimo
del suo sviluppo aveva basi di reclutamento nei territori europei. Mimmi si
cimenta con un genere inconsueto e con una ricca produzione in costume, tra cui
menzioniamo qui il corteo di penitenza, la solenne investitura di un
monaco-cavaliere che riceve l’accollata, le funzioni ospedaliere dell’Ordine,
ma anche quelle militari vere e proprie. Attraverso i protagonisti, Mimmi
racconta anche un passaggio epocale: quello della sconfitta dell’Ordine di San
Giovanni in Rodi con la consegna dell’isola nelle mani vittoriose di Solimano.
Racconta lo scrittore, utilizzando le fonti storiche, che nel corso del
dicembre del 1522 anche il Gran Maestro vide che la guerra non aveva una
soluzione possibile. Furono stabiliti
contatti coi turchi e concordata finalmente una tregua che il giovane sovrano
turco confermò: i cavalieri di San Giovanni e tutti i rodesi avrebbero potuto
lasciare l’isola portando con sé tutti i loro beni. Il 26 dicembre Solimano
percorse la città e vide le miserande difese che a Rodi erano rimaste ma con
cui pure la città era riuscita a fermare la sua poderosa armata. Ed è per
questo che i termini della pace furono così generosi: tanta fu l’ammirazione
del gran Turco per il valore del Gran Maestro e dei suoi cavalieri. E così,
come affermano anche le fonti storiche dell’epoca, la sera del primo gennaio
dell’anno di grazia 1523 l’Ordine offrì agli occhi dei turchi e di tanti greci
e ebrei, rimasti in Rodi, un incredibile spettacolo di ritirata. Com’è noto,
questa non era la fine dell’Ordine, che nel 1530 ottenne dall’imperatore Carlo
V l’isola di Malta come feudo sovrano. La riposta alla domanda da me posta
all’inizio di questa recensione è di poche righe. Una cosa mi pare certa: per
riuscire a scrivere un romanzo storico così efficace e accattivante sulla
storia dell’Ordine “di Rodi” è necessario disporre di una padronanza del
materiale e di una ampiezza di vedute veramente considerevoli. Sicuramente
Franco Mimmi appartiene a quella piccola élite di autori italiani che riesce a
rendere la storia ancora viva. È un’opera snella e agile, ricca di brevi sintesi
su molti aspetti della cultura cinquecentesca e condita da una serie di giudizi
personali il cui sapore quasi moderno sorprende gradevolmente. (Marjatta
Saksa)