RECENSIONI

 

LIBRI

 

 

Giovanni Radossi, Monumenta Heraldica Iustinopolitana, stemmi di rettori, di famiglie notabili, di vescovi e della città di Capodistria, pp.480, Trieste 2003.

L’araldista Ottfried Neubecker, nella sua opera Araldica, Origini, simboli e significato, afferma che vi sono stati tempi in cui ogni persona sapeva che cosa era uno stemma; oggi non è più la stessa cosa. Eppure anche per il presente si dovrebbe riguardare uno stemma come un elemento essenziale del quadro generale, poiché lo si incontra a ogni piè sospinto, seppure meno noto di quanto lo sia stato nel periodo d’oro dell’araldica.

Ci permettiamo di aggiungere che, rimasta la capacità di individuare lo stemma dal punto di vista artistico, è venuta a mancare, alla maggior parte delle persone, la capacità di leggerlo e, di conseguenza, di comprenderlo, avendo smarrito, con l’ignorare anche i più semplici dettami dell’araldica, l’unica vera chiave di lettura e, inconsapevolmente, una parte non secondaria e trascurabile della loro cultura. Non deve stupire se la scienza araldica, salve alcune sporadiche eccezioni, è fatta oggetto di un modestissimo interesse, considerata superficialmente come una delle tante vanità dell’orgoglio umano e relegata, quale esclusivo appannaggio, al mondo gentilizio e a quello feudale-cavalleresco, col bel risultato di trascurare un’enorme mole di materiale, reputato privo d’ogni interesse scientifico e solo degno di curiosità erudita.

Occuparsi seriamente dell’araldica, in particolare di quella civica e gentilizia, poi, può portare a dover affrontare difficoltà spesso insormontabili, dovute alla confusione ed al disordine che vi regnano.

Lo stemma nasce, innanzitutto, con la precisa finalità di contrassegnare con uno specifico messaggio visivo il suo legittimo proprietario, sia esso una persona singola, una comunità civile, una congregazione religiosa, una corporazione, un ordine equestre…, generando, attraverso un appropriato uso dell’immagine e degli smalti araldici, adeguati stimoli alla sfera emotiva ed intellettuale dei singoli individui, promuovendone l’identificazione.

Il Dupré Theseider, nel suo ottimo studio Sugli stemmi delle città comunali italiane, presentato a Firenze nel 1966 al convegno di studi La Storia del Diritto nel quadro delle scienze storiche, giustamente afferma che lo scudo civico riunisce ed esprime, secondo i modi che sono propri del linguaggio araldico, un certo numero di connotati, i quali, senza che occorra il sussidio della scrittura, bastano a identificare il luogo di cui lo stemma è il signum come comunità autonoma e come persona giuridica. La cittadinanza si riconosce tutta nel proprio stemma e vi riscontra le prove del suo passato, professa orgogliosamente attraverso quel simbolo la sua fede nella continuità della vita della città e proclama, infine, l’intento di trasmettere questo patrimonio ideale alle future generazioni. Lo stemma cittadino, quindi, sta per la città, anzi è la città.

Nelle nostre città e contrade, gli stemmi ci osservano, testimoni muti ma pregni di valori, di simboli e di significati. Viviamo immersi e circondati da stemmi, anche se sovente, assillati dalla fretta del vivere quotidiano, non li osserviamo e, di conseguenza, non apprezziamo e comprendiamo i valori che da essi promanano.

Infatti, col mutare della sensibilità culturale, l’espandersi dell’araldica tra i popoli, con la sua densità di contenuto, si arricchisce di nuove interpretazioni e va come svelandosi: uno stemma non finisce mai di stupire, di accumulare valore, perché è caricato, nel tempo, della saggezza e dell’esperienza di generazioni di uomini, per le quali rimane pregnante, durevole, al di là delle contingenze della storia, e la riflessione continua a maturare, a evolversi, in nuove sfumature, intuizioni e consapevolezze.

L’opera Monumenta Heraldica Iustinopolitana, autore il professor Giovanni Radossi, con la collaborazione del professor Salvator Zitko, costituisce un’interessante e bella novità, nel panorama della pubblicistica araldica così scarsa e non sempre attendibile, frutto di anni ed anni di ricerche documentarie e quindi le più affidabili.

Capodistria merita una tale monumentale opera storico-araldica, poiché questa città l’abbiamo sempre considerata un trattato d’araldica a cielo aperto, tanti sono gli stemmi alzati nei suoi vari edifici e monumenti.

Confessiamo che ci ha impressionato e non poco la mole della pubblicazione, ma soprattutto il suo contenuto, che trasuda un amore non comune per questa terra.

L’autore, nell’esaustiva Introduzione che è, invece, un compendio di storia e di araldica, ci ricorda che Capodistria, emula perpetua di Trieste, subì diverse dominazioni e Carlo Magno la sottopose a un marchese che qui risiedeva. Ma già nel 932 essa era obbligata ad offrire ogni anno al doge veneto cento anfore di vino, quale atto di onoranza, ma anche espressione di gratitudine a chi aveva saputo liberare il litorale dalle insidie dei pirati. La veneta Repubblica conquistò nel 1278 Capodistria, capitale della provincia e, dopo che erano state fatte in parte scalzare le sue difese, provvide tuttavia alla costruzione del castel Leone, al fine di premunirsi contro ogni sorpresa esterna e per tener a freno la città.

Analizzando il corpus araldico capodistriano rileviamo la presenza di 164 stemmi gentilizi di capitani e podestà; 33 stemmi prelatizi; 148 stemmi gentilizi di famiglie locali; 15 stemmi civici; 6 insegne di confraternite e associazioni; 36 leoni marciani e 24 stemmi non attribuiti. È doveroso confermare quanto rileva l’autore e cioè che sono pochi gli stemmari e gli armoriali esistenti a Capodistria, ed in questi, non sempre gli stemmi dipinti sono stati riportati fedelmente. Aggiungiamo noi che la gran parte, per non dire la totalità, delle insegne lapidee non porta i segni convenzionali indicanti gli smalti, perché creati posteriormente e ciò rende ancora più difficile la relativa blasonatura.

Nell’araldica fu necessario creare dei segni convenzionali per comprendere ed individuare gli smalti dello scudo, quando lo stemma risulta riprodotto in pietra o nei sigilli e nelle stampe in bianco e nero. Così gli araldisti, nel tempo, usarono vari sistemi; ad esempio, scrissero nei vari campi occupati dagli smalti l’iniziale della prima lettera corrispondente al colore dello smalto, oppure individuarono i colori con l’iscrivere le prime sette lettere dell’alfabeto o, ancora, riprodussero, sempre nei campi dello smalto, i primi sette numeri cardinali.

Nel XVII secolo, l’araldista francese Vulson de la Colombière codificò definitivamente dei particolari segni per riconoscere il colore degli smalti negli scudi riprodotti in bianco e nero. E l’araldista padre Silvestro di Pietrasanta della Compagnia di Gesù, per primo, ne fece uso nella sua opera Tesserae gentilitiae ex legibus fecialium descriptae, diffondendone, così, la conoscenza e l’uso.

Tale sistema di classificazione, tuttora usato, identifica il rosso con fitte linee perpendicolari, l’azzurro con orizzontali, il verde con diagonali da sinistra a destra, il porpora con diagonali da destra a sinistra, il nero con orizzontali e verticali incrociate, mentre l’oro si rende punteggiato e l’argento senza tratteggio e, di conseguenza, viene scambiato con il bianco, non riportando alcun segno; ma il bianco, avvertiamo, non figura tra gli smalti in araldica.

Per gli stemmi podestarili, così numerosi in Capodistria, osserviamo che nei territori della Serenissima, i podestà non potevano far dipingere o scolpire i propri emblemi gentilizi sui muri del palazzo pretorio, incorrendo nella pesante ammenda di 500 ducati, oltre l’interdizione dai pubblici uffici per un quinquennio.

Nel tempo, però, le cose, in parte, mutarono, così al podestà era consentito dipingere il proprio blasone soltanto in una stanza del palazzo pretorio, in forza della parte adottata dal Consiglio dei Dieci nel 1489 e riconfermata il 16 febbraio 1541; con tale provvedimento gli si vietava di alzare sculture araldiche e di far dipingere le armi di famiglia all’esterno dell’edificio comunale, mentre era permessa l’esposizione di uno scudo di semplice fattura con il proprio nome, altrimenti sarebbe incorso in una penale di 100 ducati, da devolvere ai poveri della città. Parimenti era fatto divieto agli organi comunali di collocare iscrizioni lapidee in memoria dei rettori. Negli anni a cavallo tra il Cinquecento e il Seicento, sempre nella veneta Repubblica, si stabilì per le cerimonie ufficiali un preciso ordine di precedenza delle insegne araldiche, in ossequio alla consolidata gerarchia del potere. Il posto d’onore era riservato al leone marciano, cui seguiva l’arma del doge in carica; successivamente veniva collocato lo stemma del Comune e per ultimo il blasone del podestà.

Infine, dai primi del Seicento, nelle varie podestarie della Serenissima, nel corso di cerimonie, si conferiva l’incarico ad un pittore locale di dipingere festoni e alcune decine di blasoni da esporre sui davanzali del palazzo comunale, oltre ad “un’arma miniada d’oro da porre nella camera della massaria grande”. Figurano molti stemmi parlanti come quello dei Marcello, che si blasona d’azzurro alla banda ondata d’oro. La banda ondata richiama il mare, mentre l’azzurro il cielo, da cui mare-cielo: Marcello.

Per gli stemmi episcopali capodistriani notiamo, per la gran parte, le varie insegne timbrate dalla mitria, con le infule svolazzanti; infatti, l’uso di timbrarle con il cappello prelatizio, con i cordoni ed i vari ordini di nappe, prende corpo solo con il Seicento.

L’origine dei cappelli, cordoni e nappe di colore verde, adoperati dai patriarchi, arcivescovi e vescovi e collocati alla sommità dello scudo, si vuole derivi dalla Spagna, mentre il cappello rosso, usato dai cardinali, risale al concilio di Lione, dove nel 1245, il papa Innocenzo IV (1243-1254) lo concesse, quale particolare distintivo d’onore e di riconoscimento tra gli altri prelati, per essere usato nelle cavalcate in città. Lo prescrisse di rosso per ammonire i componenti il sacro collegio ad essere sempre pronti a spargere il proprio sangue per difendere la libertà della Chiesa e del popolo cristiano.

Ricordiamo che tra i vescovi di Capodistria figura anche il chioggiotto monsignor Pietro Morari, eletto vescovo nel concistoro del 1° ottobre del 1632. Tale prelato occupò, con sommo onore, per vent’anni, la cattedra episcopale giustinopolitana, allontanandosi solo quando venne nominato visitatore apostolico di Lesina, dove tenne anche un sinodo. Egli aveva uno stemma parlante, poiché nello scudo figura caricato un albero moraro. Il Morari, è il caso di ricordare, scrisse la prima storia della sua città natale, Chioggia, il cui manoscritto verrà stampato, postumo, nel 1870.

Negli stemmi gentilizi notiamo, invece, come gli scudi carichino, per lo più, delle figure araldiche tra le più antiche e belle.

Sovente, nei quotidiani e nei settimanali troviamo scritto: “appartenente a famiglia blasonata”, o “tale persona blasonata”, intendendo, con queste dizioni, per “appartenente a famiglia nobile” e quindi blasone sinonimo di nobiltà. Ci sia consentito, ancora una volta, sfatare simili dizioni d’uso comune e presenti nelle penne di giornalisti e scrittori, anche famosi, in quanto se è vero che ogni famiglia nobile possiede uno stemma, non è, d’altro canto, vero che ad ogni stemma corrisponda una famiglia gentilizia. Infatti, e da secoli, esistono nelle varie nazioni, molte famiglie che, nulla avendo a spartire con la nobiltà, possiedono legittimamente degli stemmi.

Lo stesso Regolamento tecnico-araldico della Consulta araldica italiana, approvato con il R.D. n. 234 del 13 aprile 1905, prevede, per le famiglie di cittadinanza, oltre allo stemma, all’art. 13 l’uso anche di un elmo abbrunato senza collana, colla visiera chiusa e collocato di pieno profilo a destra, che timbra lo scudo, mentre il successivo art. 66 recita: “per le armi femminili di cittadinanza si ometteranno tutti gli ornamenti esteriori fuorché i motti”, che, in parole povere, significa che per le donne si usa il solo scudo di famiglia ed, eventualmente, il motto, riportato su lista bifida e svolazzante, collocato sotto la punta dello scudo. Sempre per gli stemmi di famiglie di cittadinanza, il successivo Ordinamento dello Stato Nobiliare Italiano, approvato con R.D. 7 giugno 1943, n. 651, all’art. 30, recita: “È ammesso il riconoscimento di stemmi di cittadinanza a famiglie non nobili, ma di distinta civiltà, che possano provare con documenti autentici o riproduzioni di monumenti di goderne da un secolo il legittimo possesso”.

Esisteva, in Italia, altresì, un apposito Libro araldico degli stemmi di cittadinanza, dove venivano iscritte le famiglie dei cittadini che erano nel legittimo e riconosciuto possesso di stemmi, come previsto dall’art. 30, sopra riportato. Tale libro, conservato dalla Cancelleria della Consulta araldica in Roma, assieme al Libro d’oro della nobiltà italiana, al Libro araldico dei titolati stranieri, al Libro araldico degli enti morali ed all’Elenco ufficiale della nobiltà italiana, conteneva la descrizione dello stemma e degli ornamenti, le indicazioni della concessione o del riconoscimento e dei relativi decreti, come previsto dall’art. 65 dell’Ordinamento dello Stato Nobiliare Italiano.

Per gli stemmi civici di Capodistria osserviamo, invece, caricata nello scudo, la primitiva figura araldica del sole giustinopolitano e successivamente la figura della testa di medusa. Ci sia consentito ricordare come molti studiosi ed anche diversi araldisti, parlando dell’arma di Trieste, la descrivono caricata da un’alabarda o da uno scettro a forma di giglio; in realtà, si tratta della corsesca, ovvero di un’arma composta da un’asta da lancio di media lunghezza con ferro a foggia di spuntone con alla base due ali laterali taglienti e ricurve verso la punta, usata, di norma, per sgarrettare i cavalli. Secondo la tradizione, con tale strumento venne martirizzato il triestino San Sergio. Il nome di corsesca deriva da corso “di Corsica” per l’iniziale uso di tale strumento in quest’isola.

Una precisazione: per il conosciutissimo “giglio” della città di Firenze, che, invece, è un iris o giaggiuolo…; tale fiore venne caricato nel campo dello scudo fiorentino nel ricordo di tali  copiosissimi fiori, presenti nei prati fiorentini. Giustamente, l’araldista italiano Goffredo di Crollalanza, nel 1904, scriveva che “l’araldica ha attraversato tre epoche: nella prima si praticava e non si studiava; nella seconda si praticava e si studiava; nella terza, che è la presente, si studia e non si pratica”. E per il nostro oggi, purtroppo, bisognerebbe aggiungere una quarta variante: “l’araldica non si pratica e non si studia più”. Desideriamo rendere, con l’occasione, omaggio ai numerosi araldisti capodistriani che si sono succeduti nei secoli, in particolare al Gentiluomo di Giustinopoli, come si firmava, Giulio Cesare De Beatiano che, in Venezia nel 1680, diede alle stampe L’Araldo veneto overo universale armerista. E L’Araldo veneto ci porta, giocoforza, ai leoni marciani capodistriani che consideriamo, ci sia consentita l’espressione, dei fossili araldici, data la loro vetustà e bellezza.

A tal riguardo osserviamo che in autorevoli testi d’araldica e purtroppo anche in Regi Decreti concessivi delle insegne marciane, per la blasonatura del leone di San Marco si recita: tenente fra gli artigli o fra le branche, il libro aperto dell’Evangelo, su cui sta scritto, a lettere nere, il motto PAX TIBI MARCE EVANGELISTA MEUS.

La blasonatura richiede, invece, tenente fra le zampe anteriori avanti al petto un libro d’argento, con la scritta, in lettere maiuscole romane di nero, PAX TIBI MARCE EVANGELISTA MEUS. Nella descrizione araldica, infatti, non nominiamo il libro del Vangelo, perché in tale libro la iscrizione PAX TIBI MARCE… non è mai esistita, né descritta, ma compare solo nella leggenda della Praedestinatio Santi Marci; di conseguenza non siamo in presenza dell’Evangelario. La Praedestinatio Santi Marci è già presente, anche se nella forma più sintetica, in Giovanni Diacono, il quale accenna sia alla predicazione dell’evangelista Marco in Aquileia, sia al trasporto del suo corpo da Alessandria a Venezia, dove viene ricevuto dal doge Giustiniano Partecipazio nell’828.

Tale leggenda trova ampio sviluppo nella cronachistica successiva e particolarmente nella Chronica per extensum descripta, autore il doge-cronista Andrea Dandolo, che la compose, dopo la sua elezione a doge, avvenuta nel 1343. Da sfatare anche la diffusa convinzione che assegna sembianze bellicose al leone marciano che tiene tra le zampe anteriori avanti al petto un libro chiuso e che impugna una spada, posta in palo, con la punta rivolta verso l’alto o, meglio, che tale simbolo rappresenti la veneta Repubblica in stato di guerra. Al riguardo Wilpertus Rudt de Collemberg, che consideriamo il più grande studioso della simbologia marciana, testualmente afferma: “che la spada stia ad indicare uno stato di guerra è una diceria posteriore, certo nata perché le monete di Candia, nel 1643, mostrano un leone che reca una spada”. La Serenissima non codificò mai ufficialmente le proprie insegne, che vennero rappresentate in modo assai vario, sfuggendo così alle regole araldiche.

Concludendo, vogliamo sperare che l’odierna società e i capodistriani, in particolare, sentano il bisogno di rinvigorire l’amore e l’interesse per l’araldica, per questa affascinante e dotta scienza ausiliaria della storia che, ai giorni nostri, è perlopiù sconosciuta, poiché nello stemma che viene caricato nel vessillo c’è qualcosa di più di una semplice convenzione; è storia di archetipi, di significati condensati nel nostro passato e sommersi che avrebbero soltanto bisogno di essere tirati su e riportati a riva... Sono segni che rimangono davanti a noi tutt’oggi. Come l’uomo, così una comunità è anche ciò che è stata per essere autenticamente ciò che sarà. Necessita quindi fare memoria e speranza di questa sorgente ricchissima e inesausta a cui è possibile attingere ancora per il nostro presente. Un vero, meritato plauso, quindi, al professor Giovanni Radossi, al quale ascriviamo a lode quanto affermato nel 1656, dal patrizio veneto Matteo Dandolo: “Il laudare la propria Patria non cade sotto quella regola che proibisce la esaltazione delle cose proprie, perché la Patria propriamente non è di noi, più tosto noi siamo della Patria”. (Giorgio Aldrighetti)

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