G.
Santi-Mazzini, Araldica, Arnoldo Mondadori
editore, Milano 2003, pp. 593.
Era da tempo che
l’araldica italiana avvertiva il bisogno di un moderno repertorio/stemmario, con il quale la materia fosse ordinata e
suddivisa per tipologie di smalti, partizioni, pezze e figure; la lacuna è
stata finalmente colmata da questo volume composto da
pp. 593 e 4746 disegni di stemmi, che segue di 23 anni un altro testo di
identico titolo (a sua volta, edizione italiana di un lavoro dell’araldista
tedesco O. Neubecker, dalle cui p. 111 sono tratti i
leoni che ne decorano la sovraccoperta e la custodia cartonata). Dobbiamo
essere grati all’editore Mondadori, che
periodicamente propone utili volumi di alto impatto
visivo (nell’evidente consapevolezza che l’araldica è scienza dell’immagine per
eccellenza), e che anche in questo caso ha saputo ben interpretare le esigenze
del mercato, giacché molti appassionati risultano aver comprato questo libro di
primo acchito, subito dopo averlo visto troneggiare in libreria.
Mentre il
lavoro del Neubecker è classicamente impostato,
questo reca un taglio interdisciplinare e fa prevalere l’immagine sul testo;
mentre il primo ha un’ampia varietà di figure e ne cita sempre le fonti, questo
ne conta ancor di più ma tutte appositamente rifatte al computer (il che
rende evitabile la puntuale menzione delle fonti); mentre
il primo è redatto con doviziosa maestria ma patisce di una traduzione non
sempre felice, questo è redatto in un forbito italiano.
Altri
paragoni possono comparare la fatica del Santi-Mazzini
agli ipergrafici lavori del Von
Volborth (anch’egli oggetto di andanti
traduzioni italiane), il quale raggruppa stemmi tutti realizzati dalla sua
felicissima mano (e con uno stile ineguagliabile) sebbene in quantità minori, e
non sempre a colori. Oppure a certa manualistica inglese degli ultimi secoli,
oggetto da alcuni decenni di ristampe americane ad uso dei designer,
graficamente doviziose ma del tutto acritiche e prive
di testo.
Inedita,
invece, è la parte della prefazione dove il Santi-Mazzini
precisa di aver scritto il libro mentre
studiava l’araldica, e non dopo averla studiata. Un tratto di grande modestia, ideale compagna delle grandi imprese e che
va tutta a favore dell’Autore, cui però ha negato l’esperienza necessaria per
dotarsi di un’approfondita visione personale della materia, e per evitarsi
alcune imprecisioni (che evidenziamo al solo fine di ottimizzare le eventuali
future edizioni di questo lavoro, frutto di uno sforzo notevole che, già di per
sé, merita ogni possibile stima). Innanzitutto, nei
disegni: talvolta, una stessa figura ha forme diverse, se ripetuta in un
medesimo stemma; o una stessa pezza ha proporzioni diverse, se ripetuta in due
stemmi vicini; o uno stesso colore ha sfumature diverse, se ripetuto più volte
in uno stesso stemma (ciò, se pur facilita la didattica, è un grave errore
araldico). Ma anche nei testi: le pseudosimbologie
degli Autori barocchi vengono criticate con ironia, ma
sempre riportate con precisione (e non basta definirle gradassate a p.
331, né dire a p. 86 che sono “in frequente screzio con la realtà”).
Altre ombre partono dalla nota n. 2 di p. 55: “gli
stati di appartenenza di molte delle città e regioni (...) sono quelli
esistenti prima della Guerra Mondiale” (
É poi
sorprendente constatare che un Autore italiano sia tanto esteticamente filobritannico quanto visceralmente
anticlericale: troppi complessi stemmi albionici
(usati come riempitivi, o come commenti al testo) potevano ben essere
rimpiazzati da altri del resto del mondo, e i suoi sentimenti così
ostentatamente “laicali” frenano il risalto scientifico che la notevole parte
“religiosa” dell’araldica merita.
A p. 426,
fra tutti gli stemmi civici italiani ove appare una chiesa menziona solo
quello di Castellina in Chianti, ed a p. 384, nel
parlare delle figure religiose in forma umana, si accorda col Campanile (che
normalmente denigra) nell’affermare inadeguato il porre nelle armi le figure
umane complete; sempre ivi, poi, disegna 15 stemmi e blasona solo quello degli Elti, ove troneggiano due selvaggi in stile english, mentre tace sugli altri 14 dotati soltanto
di figure di Santi. Come pure, a p. 378, non riconosce (lui genovese!) la testa
del Battista nelle armi di Tepliz e Koslin. Il punctum dolens è però a p. 453, dove egli propone cinque stemmi
(oggettivamente difficili) camuffando la sua incapacità di blasonarli con una
corrosiva ironia nei loro confronti: ma, allora, perché proporli? Se ne avesse
riprodotti altri, avrebbe anche evitato dicontraddirsi
con la prefazione, ove afferma che con questo lavoro egli “ha rimosso quei
rovi” che ostacolano il cammino ai neofiti, ai quali poveretti qui lascia
invece la pena di scoprire altrove che Landshut porta
tre Eisenhüte, cappelli di ferro; che Brieg ha tre ancore unite in pergola ad un unico anello;
che Enschede ha una specie di staccionata; che
gli Albertini hanno un filetto in scaglione
scorciato ed unito a tre anelletti, uno al vertice e
due alle estremità; solo nel caso di Rastatt
identifica, quasi controvoglia, la figura in un Weinleiter,
calastra da botte. Ed è inutile che, a p. 418, critichi il blasone civico
di Joigny redatto dal Crollalanza
(e tratto da p. 185 dell’Enciclopedia araldico-cavalleresca)
in modo pesante, quando lui ne sbaglia altri ben più facili, come il semigrembiato dei Caffarelli
a p. 93 o i pettini di Rethel a p. 29. Tutto
ciò, peraltro, non riesce ad offuscare i molti notevoli punti forti del libro:
degno di plauso è innanzitutto il gran numero di stemmi presi da città, enti e
famiglie di tutt’Europa (peccato non essersi spinti
anche fuori dal nostro continente): finalmente si è interrotto il riciclo dei
soliti nomi e dei soliti disegni, e possiamo trovare stemmi poco noti o non comuni!
Molti sono anche gli spunti che il Santi-Mazzini
riesce a cogliere grazie al suo approccio interdisciplinare (applicando
etologia ed evoluzionismo alla nostra scienza): a p. 131, è notevole
l’affermazione che “la necessità di ripartire lo scudo a scopo distintivo
personale ha sicuramente preceduto” la ricerca di una motivazione simbolica
delle figure, il che ribadisce il rango di scienza spettante all’araldica.
Altre luci le abbiamo nella cura grafica dell’insieme (quasi nulli i refusi,
uno dei quali è purtroppo il “dei blasoni e delle arme” proprio in
copertina), nei numerosi schemi sparsi per il testo ad evidenziare graficamente
le differenze blasoniche (ottimi quelli delle pp. 60
e 254), nell’iniziare l’analisi delle figure dall’osservazione del vero
(efficace quella sul castello a p. 404, più scontata ma ricca di
risvolti quella a p. 182 sullo scaglione), nella bella e ricca serie di
stemmi italiani d’alleanza e sostituzione, su più pagine dopo la 566 (che, pur
essendo in quantità ben cospicua, avremmo
voluto veder decuplicata), nell’uso di termini e di citazioni prese dai più
diversi ambiti culturali e scientifici. La bibliografia si limita a 45 titoli,
di cui solo metà attinenti all’araldica (il più recente dei quali è oltretutto
il Dizionario del Guelfi Camajani del 1940):
la mole dell’opera ne meritava ancora, il che avrebbe giovato ulteriormente
all’apparato iconografico, benché esso sia già tributario di molte e buone
fonti (fra cui si riconoscono i disegni del Passerini,
il testo sulle insegne pistoiesi del Mazzei, e vari altri di manualistica inglese, alternati a
figure prese da normali dizionari).
É stata
finalmente colmata una lacuna, dicevamo: e siamo certi che questo libro troverà
una sua collocazione anche nelle biblioteche degli studiosi non specialisti, e
non soltanto per merito del suo aspetto esteriore. (Maurizio Carlo Alberto
Gorra)