L’Insigne Sacro Militare Ordine di Santo Stefano Papa e Martire

 

 

 

Il 2 agosto 1554, allo scopo di ricordare la vittoria sui Francesi nel giorno di Santo Stefano Papa (254-257) a Montemurlo, Cosimo I de’Medici duca di Firenze chiese al pontefice Pio IV la possibilità di fondare una propria "Religione" dotandola con mezzi propri "col duplice scopo di difendere nel Mar Tirreno il commercio d’Italia dalle piraterie barbaresche, e di liberare i Cristiani dalla schiavitù della potenza ottomana[2] ".

Pisa, Chiesa dei Cavalieri di S.Stefano

 

Cosimo I dapprima riteneva di assegnare l’isola d’Elba come residenza dell’Ordine di Santo Stefano "luogo veramente adatto, pe’ suoi comodi porti, a tenere in timore i Turchi e gli altri pirati, che avessero scorsi quei mari; poscia, sembrandogli troppo angusto il territorio che possedeva nell’isola, pensò di acquistare per mezzo di compra il rimanente di questa; ma non avendo potuto ciò effettuarsi, il duca risolvette di scegliere la città di Pisa, perché antica ed illustre, e, dopo Firenze, la prima del suo Stato[3] ". Gli scopi erano la difesa del Mediterraneo dalle incursioni dei pirati barbareschi e dalle aggressioni turco-ottomane.

 

       

 

Il Pontefice con Breve Dilecte Fili autorizzò Cosimo I a fondare il nuovo Ordine e concesse a lui e ai suoi successori il Gran Magistero, mentre il 1° febbraio 1562 con il Breve His quae, confermando l’Ordine, ne approvò gli Statuti. La mattina del 15 marzo del 1562, nella primaziale pisana, il nunzio apostolico inviato del pontefice Pio IV presentò a Cosimo, in forma solenne, gli statuti approvati e la Bolla di concessione e lo insignì della carica di Gran Maestro. Il Papa diede pure facoltà ai Sovrani, pro tempore, della Toscana di correggere i predetti statuti, ampliarli, abolirli, crearne dei nuovi. L’Ordine venne posto sotto la regola di San Benedetto. A Pisa, su progetto del Vasari e di altri artisti vennero costruite le abitazioni delle Dignità dell’Ordine con una chiesa conventuale.

 

Cosimo I de'Medici

 

Con dodici galere, nel 1572, l’Ordine prese parte alla battaglia di Lepanto; e la Capitana Ammiraglia conquistò la Fiamma di combattimento della Reale di Alì Pascià, capo supremo dell’armata di Selim II. I Cavalieri stefaniani parteciparono poi alla presa di Bona in Africa e di varie isole dell’Arcipelago.

Nel XVIII secolo, con l’avvento dei Lorena, succeduti ai Medici e fautori di una politica pacifista, l’Ordine assunse una diversa fisionomia.

Nel 1775 il granduca Pietro Leopoldo I volle che l’Ordine si dedicasse agli studi e all’arte della pace, "sostituendo al servizio di mare un corso di studi per anni quattro, cui i giovani Cavalieri dovevano applicarsi, convivendo nel Palazzo del Convento di Pisa, che prese allora la denominazione d’‘Istituto della Carovana’, dopo di che essi acquistavano il titolo al conseguimento delle ricompense prima stabilite per il valore militare, e che si denominavano ‘Commende d’anzianità’[4] ".

Successivamente l’Ordine partecipò alle grandi azioni di bonifica della Val di Chiana e della Maremma.

Il 9 febbraio 1801 Ferdinando III, granduca di Toscana, fu obbligato ad abdicare e rinunciare al Gran Magistero in favore della Casa Borbone Parma, cosicché il Granducato mutò il nome in Regno d’Etruria.

 

Cavaliere di S.Stefano in gala (1796)

 

Alla morte di Luigi di Borbone Parma, avvenuta il 27 maggio 1803, gli successe il figlio Carlo Lodovico sotto la reggenza della madre, Maria Luisa di Borbone, ma quasi subito Napoleone I obbligò il nuovo sovrano a rinunciare al Gran Magistero e al Regno d’Etruria, concedendolo alla sorella Elisa Baciocchi Bonaparte.

Il 9 aprile 1809 l’Ordine venne soppresso con decreto imperiale napoleonico e i suoi beni mobili e immobili furono confiscati: "il suo vasto patrimonio (circa 4 milioni di scudi) fu avocato al Demanio, mentre i beni, che costituivano la dote delle Commende di Patronato familiare, che calcolavansi di un valore al di sopra di 5 milioni di scudi, furono dichiarati liberi a favore di chi era di tali commende investito[5] ".

Con la caduta di Napoleone e il ritorno di Ferdinando III, l’Ordine venne ripristinato con motu proprio del 15 agosto 1815, riservandosi di emanare nuove costituzioni e di indicare le modalità per la fondazione delle Commende di patronato.

Con successivo decreto del 22 dicembre 1817 il Granduca ristabilì definitivamente l’Ordine nei modi e nelle forme esistenti prima della dominazione francese, quindi "assegnava in dote al ripristinato istituto la somma di lire 350.000 annue, ne destinava 200.000 per tante commende di grazia, colle quali Egli si riserbava di rimunerare i servigi resi allo Stato dai funzionari sì civili che militari[6] ".

L’ordinamento interno venne rivisto, rendendo più severe le norme di ammissione e confermando la preminenza del carattere religioso su quello cavalleresco.

 

Croce e Placca di Cavaliere di Giustizia

 

In origine l’Ordine era diviso in tre classi:

- Cavalieri Militi, con prova dei quattro quarti di nobiltà (con talune deroghe in caso di costituzione di commenda, che poteva divenire addirittura mezzo di nobilitazione), i quali portavano la croce rossa orlata d’oro, facevano i voti di carità, castità coniugale e obbedienza ed erano obbligati per 3 anni a percorrere i mari con le galere dell’Ordine;

- Cavalieri Sacerdoti e Cappellani, i quali portavano la croce rossa orlata di seta gialla, e facevano i voti di carità, obbedienza e castità;

- Cavalieri Serventi, con la croce rossa sul lato destro senza l’orlatura d’oro.

I primi erano destinati alla milizia marittima, ed erano obbligati, per tre anni, a fare la loro carovana sulle galere dell’Ordine; e quando queste non erano in corso, si trattenevano nel convento di Pisa.

Le cariche, dette anche Gran Croci, erano all’inizio: Gran Commendatore, Gran Connestabile, Ammiraglio, Gran Priore, Gran Cancelliere, Tesoriere Generale, Gran Conservatore, Grande Ospitaliero e Priore della Chiesa (nel 1784 furono ridotte a cinque). Organo importante era il Consiglio dei Dodici.

Le elezioni si svolgevano la domenica in albis.

Con la riforma del 22 dicembre 1817 i gradi divennero:

- Priore (Gran Croce);

- Balì (Gran Croce);

- Cavalieri sacerdoti e cappellani;

- Cavalieri beneficiari di commenda di patronato familiare o di grazia;

- Cavalieri militi di giustizia;

- Serventi d’armi e d’ufficio.

 

Croce e Placca di Cavaliere di Giustizia (sec. XIX)

 

Con l’avvento del Governo Provvisorio della Toscana l’Ordine venne di nuovo soppresso il 16 novembre 1859 e il suo patrimonio, ammontante a 15 milioni di lire d’oro, fu espropriato, anche se, dal punto di vista giuridico, "l’Ordine che era stato creato e sanzionato con Bolla Pontificia, non poteva certo essere soppresso con atto unilaterale del Governo Provvisorio della Toscana tanto è vero che poiché una Bolla Pontificia di soppressione dell’Ordine di S. Stefano non è mai stata emanata lo stesso, per il Diritto Canonico, esiste sempre[7] ".

Il granduca Ferdinando IV dall’esilio, nella sua qualità di Gran Maestro dell’Ordine, lo concesse alcune volte, sebbene limitatamente.

Successivamente anche l’arciduca Goffredo, nella qualità di Gran Maestro, fece alcune concessioni tra cui citiamo quelle al prof. Giorgio Cucentrentoli, conte di Monteloro[8]  e al dottor Rodolfo Bernardini, Presidente dell’Istituzione dei Cavalieri di Santo Stefano.

All’arciduca Goffredo successe nel 1984 il figlio, l’arciduca Leopoldo, che diede un nuovo impulso all’Ordine effettuando nuove concessioni e con decreto 23 gennaio 1993 riformò gli Statuti per renderli più adeguati ai tempi.

A seguito dell’abdicazione dell’arciduca Leopoldo il 18 giugno 1993 è succeduto il figlio S.A.I. e R. l’arciduca Sigismondo d’Asburgo Lorena Toscana, granduca titolare di Toscana, che continua a concedere l’Ordine e in data 11 novembre 2001 ha riformato gli Statuti.

Questa ultima modifica agli Statuti in pieno accordo con il Codice di Diritto Canonico del 1983[9]  ha accentuato l’aspetto di ente canonico[10] e di ordine equestre posto sotto la regola di San Benedetto che persegue: "...il fine di promuovere la gloria di Dio mediante la santificazione dei suoi membri e la difesa della Fede Cattolica. Oggi realizza la difesa della Fede attraverso la promozione umana e cristiana delle Genti mediterranee e segnatamente dei Toscani nonchè nell’aiuto all’Oriente Cristiano".

 

Autorizzazione all'uso ai sensi della Legge 3 marzo 1951, n° 178

 

La decorazione è una croce a otto punte, orlata d’oro, smaltata di rosso, accantonata da gigli d’oro, sormontata dalla corona reale e dal trofeo.

La placca è d’oro a forma di stella caricata della croce rossa bordata d’oro e accantonata da gigli d’oro. Il nastro è di seta rosso.

 

 

 


[2] Licurgo Cappelletti, Storia degli Ordini Cavallereschi, ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore, Sala Bolognese, 1981, p. 273.

[3] Ibidem, op. cit. p. 274

[4]  Ibidem, op. cit. p. 275.

[5] Ibidem, op. cit. p. 275.

[6] Ibidem, op. cit. p. 276.

[7]  7 Rodolfo Bernardini, Il Sacro Militare Ordine di Santo Stefano Papa e Martire, Ordine Dinastico-Familiare della Casa Asburgo Lorena, Pisa, 1990, p. 17. 

[8] Titolo nobiliare concesso dall’arciduca Goffredo, in qualità di Granduca titolare di Toscana.

[9] Can. 304 - § 1.

[10] Rodolfo Bernardini, Il Sacro Militare Ordine di Santo Stefano... : a p. 189 troviamo l’allegato 41, Il Sacro Militare Ordine di Santo Stefano Papa e Martire quale Ente Canonico, dove il Conte Neri Capponi afferma: "Dal punto di vista giuridico il Sacro Militare Ordine di Santo Stefano Papa e Martire fu eretto in persona giuridica da Papa Pio IV con la collaborazione effettuale di Cosimo I de’Medici. Si tratta pertanto di un ente ecclesiastico regolato dalle proprie costituzioni e successivamente, dal punto di vista del diritto comune, dal Corpo Iuris Canonici, dal Codice pio-benedettino ed attualmente dal Codice giovanneo del 1983. Nella fattispecie, quanto meno all’inizio si tratta di una persona morale collegiale e, più precisamente, di una religione laicale sui generis o latu sensu, essendo previsto che i suoi membri professassero i voti di carità (che sostituiva quello di povertà) di obbedienza e di castità coniugale: vi venivano difatti ammessi anche uomini sposati. L’ufficio ecclesiastico, poi, di moderatore supremo venne dalla Santa Sede affidato prima al capo di Casa Medici e poi al capo del ramo toscano della Casa di Lorena che succedeva ai Medici nel Granducato di Toscana: affidamento alla Casa di Lorena avvenuto in modo implicito con il riconoscimento diplomatico della successione lorenese da parte della Santa Sede. Il Granduca Ferdinando III il 22 dicembre 1817, agendo secondo le facoltà che gli competevano nella Bolla pontificia di erezione, riformò gli statuti dell’Ordine facendo figurare accanto ai membri ‘professi’, e sia pure in modo indiretto ed implicito, una nuova categoria di membri onorifici ‘non professi’ che col tempo verranno a prevalere ed addirittura a soppiantare, quantomeno di fatto, i professi, risalendo l’ultima professione a quella del Conte Passini Frassoni per la quale il Gran Maestro Ferdinando di Lorena, figlio di Leopoldo II, chiese ed ottenne l’assenso del Cardinal Rampolla nella sua qualità di Segretario di Stato di Leone XIII".

 

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