Araldica Civica
di Giorgio Aldrighetti




    Passando ora al gonfalone degli enti territoriali e morali, che deriva dall'antico termine francese gonfalon, ossia “stendardo da guerra”, dall'antico termine franco-germanico gundfahne, ossia “bandiera di guerra” e dal termine scandinavo gunnefane, ossia “bandiera da battaglia”, ricordiamo che agli albori dell'araldica era più comune degli stemmi.

E' da osservare che anticamente il gonfalone veniva inalberato dalla Stato della Chiesa per chiamare a raccolta i vassalli ed i fedeli per la difesa dei suoi domini.

Il gonfalone, che, di norma, termina nella parte inferiore in diverse code pendenti chiamate “bandoni”, aveva il drappo di bianco se il santo patrono della città era un vescovo, di rosso, invece, se il santo patrono era un martire.

Anche i comuni avevano i loro gonfaloni, uno con lo stemma del comune, un altro con le insegne del popolo. I gonfaloni comunali erano portati da un gonfaloniere, ch'era per lo più il primo magistrato della città o della repubblica; i gonfaloni delle arti, corporazioni e quartieri erano portati da “banderaj”, “caporioni vessilliferi”, “sindaci delle arti”, “tribuni” e “capitani del popolo”.

Particolarissimo per la forma risulta essere invece il gonfalone papale, comunemente chiamato anche “basilica”, in quanto le chiese insignite del titolo basilicale, hanno la facoltà di tenere esposta tale insegna. Lo stendardo, a forma di ombrellone con il drappo a gheroni rossi e gialli, termina con i pendenti o bandoni tagliati a vajo, a colori contrastati; l'asta che sostiene l'ombrellone risulta a forma di lancia coll'arresto ed è attraversata dalle chiavi pontificie, una d'oro e l'altra d'argento, decussate, addossate, gli ingegni rivolti verso l'alto, legate con nastro di rosso.

Ricordiamo che l'art. 5 del Regolamento per la Consulta Araldica, approvato con il R. D. 7 giugno 1943, n. 652, stabilisce la foggia del gonfalone, avvertendo che non può mai assumere la forma di bandiera, ma deve consistere “in un drappo quadrangolare di un metro per due, del colore di uno o di tutti gli smalti dello stemma, e caricato dell'arma della città o della provincia, con la iscrizione centrata in oro recante la denominazione dell'ente, sospeso mediante un bilico mobile ad un'asta, ricoperta di velluto dello stesso colore del drappo, con bullette dorate poste a spirale, terminante in punta da una freccia rappresentante l'arma dell'ente e nel gambo inciso il nome. Cravatta con nastri tricolorati dai colori nazionali frangiati d'oro. Le parti di metallo ed i cordoni sono dorati”.

Per i gonfaloni dei Comuni che non possiedono il titolo di città, invece, l'iscrizione centrata, i ricami, le parti di metallo, i cordoni e le bullette poste a spirale sono di smalto “d'argento” e lo scudo comunale carica la corona di Comune prevista, come sopra ricordato, nell'art. 97 del Regolamento per la Consulta Araldica, approvato con il R. D. 7 giugno 1943, n. 652.

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